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Kit
I
LA SOCIETÀ' TIPOGRAnCA
de' classici italiani
▲ L
GOVERNO
DELLA REPUBBLICA ITALXAI^A •
.^.*
(2 n .K/miìmfco S/f/m^rn
.Sfirjtrm/h SiSàirirc» XmmieHItim '
LE RIME
DI
M. FRANCESCO
PETRARCA
aLUSTEATS CON NOTB
DAL P. FRANCESCO SOAVE C. R. S-
PROFESSORE DI FILOSOFIA
JtEJ.L UKIVERSITA DI PjiVIJ .
VOLUME PRIMO .
MILANO
Dalla Società Tipografica db* Classio Itiuari»
•ontrada di d. MargHerìta, H.^ 1118.
ANMO l8o5.
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AGLI ASSOCIATI.
#Tr ccoi/i IL Petrarca^ il pia giudizioso mo*
dello della nostra lingua ,. il Poeta delle
Grazie e degli Amori , e ad un tempo il
princif}e de Lirici italiani . JNoi professiamo la
pia Diva gratitudine al chiarissimo P. Paaix-'
CESCO Soave , alla cui spontanea gentilezza
iiam debitori delle note annesse alla presene
te Edizione. Questo canzoniere tutto pieno
di sentimenti e di affetti delicati è stato an*
die troppo fra le mani di commentatori fri*
'voli e pedanti . Egli richiederla un Poeta che
conoscesse il linguaggio delT anima e della
passione • Né alcuno negherà questo caratte-
re a chi seppe con si leggiadri versi trasporr
tare nelC Italiana favella gli Idilj del soavis^
Simo Gesner .
Al ritratto dd PET/LdMCA nei abbiamo
creduto bene di aggiuff»ere anche quello di
M. hAVKA , tratto da un quadro JU
che si conserva nella preuosa
Fratelli Aresi nostri concittadini, i quali , cari
non meno alla Patria che alle Muse, ci hanno
graziosamente permesso di fame copia . U
testimonio di una lunga tradizione che non
mai interrotta si conserva in quelF illustre
famiglia, non ci lascia dubitare delt autenticità
di questo ritratto , che noi w presentiamo in'
dso da mano maestra. Aggraditelo adunque,
Cttt. Associati^ e sovvengavi che a questa
Donna specialmente devonsi épuui tutte la
auree rime del Petrarca .
/
AGLI EDITORI
FRANCESCO SOAVE.
HiccoTÌ le promesse annotazioni aHe rime
del Petrarca . Mio intendimento era dapprima
di fare semplicemente una scelta fra le mi-
gliori e più giudiziose considerazioni del Tas-
soni e del Muratori , e cpelle stesse proporvi «
onde arricchirne la vostra edizione • Ma come
siffatte considerazioni sono stese per la più.
parte prolissamente , ho temuto che , molte
scegliendone , il testo venisse ad essere sover*
chiamente caricato , e scegliendone poche , il
commento in più luoghi parer dovesse troppo
manchevole e digiuno • Ho preso dunque il
partito di stendere io medesimo sopra agogni
componimento alcune brevi annotazioni , va-
lendomi 9 ove m' è tornato acconcio « delle
anzidette considerazioni del Tassoni e del Mu-
ratori 9 e quelle aggiugnendo che la riflessione
a me stesso ha suggerite . Io le ho pure or-
dinate in modo , che senza ingombrare il
testo , collocare si possano tutte insieme alla
fine di ciascun Tomo, e quivi agevolmente
trovarsi da chiunque amasse di riscontrarle.
▼I
Quanto alla TÌIa del Petrarca , cbe , se
gueodo il lodevol rostro costume , avete v
animo di premettere al Tomo I. , scelta mi-
£lit)re io non saprei consigliarrif, che queUi
delle ampie ed accurate notizie, cbe ne hi
dato il CaT. Tiraboschi nella secotida edizione
Modenese della sua Storia della Letteratura
Italiana al Tomo Y. Parte n. Libro ni. Capo ii. ,
aggiugnendoYÌ quanto ei n'accenna in altri
luoghi pur del medesimo Tomo , e singolar-
mente le riflessioni sopra la \ita del Petrarca
scritta dall'Abate de Sade, inserite nella pre-
lazione al Tomo anzidetto . Ho il piacere di
professarmi.
TU
VITA
DI
M. FRANCESCO PETRARCA
TRATTA DALLA STOKIA
DBLLA LETTERATURA ITALIANA
I
DSL eàVAUERB
GIROLAMO TIRABOSCHI.
IN iuno ha mai avuto si gran diritto ad aver
luogo distinto nella Storia della Letteratura
Italiana , quanto il Petrarca • Egli ricercator
diligente , o faticoso raccoglitore dell* Opere
degli anticlìi Scrittori; egli studiosissimo della
Storie e delle Antichità singolarmente Roma-
ne , e il primo di cui si trovi memoria, che'
pensasse a formar serie di Medaglie Imperiali ;
egli zelantissimo della gloria del nome Italia-
no , e sostenitore fermissimo de* p^^SJ ^^^^^
comun patria contro la gelosia e V mvidia
d^lj ^stranieri : e^^i tra* primi a promuoTwe
Tiii y 1 T i.
e a propagare in Italia lo studio ddla Lingua
Greca , egli Filosofo , Storico , Oratore , Poeta ^
Filologo, coltivò ad un tempo e promosse i
buoni studj d*ogm maniera, e ottenne loro
la slima e la protezione di tutti i Principi
deir età sua , a quali era singolarmente caro
ed accetto (a) • La perfezione , a cui la Poe&ia
Italiana fu per lui sollevata , suol essere il
principale argomento degli elogj , che ne fan
Sii Scrittori • Io non cederò aa alcuno ìu lo-
arlo di ciò • Ma non temerò insieme di di-
re, che quando ancora ei non si fosse giam-
mai rivolto a poetare in Lingua Italiana*,
r Italia dovrebbe pur riconoscerlo ed ammi-
rarlo , come uno de* più grand* uomini , di
cui ella possa vantarsi . E^ potrà mostrare
più uomini quali in una , quali in altra Scien-
za più dotti di lui , ma niuno ne potrà io
credo mostrare, a cui a più giusta ragione
convenga il titolo di ristoratore e di padre
dell' Italiana Letteratura • Spero pertanto di
far cosa non dispiacevole a* miei Lettori , se
intorno alla vita di questo grand* uomo io mi
estenderò forse più , che nou abbia mai fatto
su quella di alcun altro . La Storia , che ne
ba scritta TAbate de Sade, mi survim comu-
nemente di scorta , trattone quando mi av-
venga di aver ragione a mio parere valevole
per discostarmene ; p talvolta ancora introdur-
rò a parlare lo stesso Petrarca , di cui niuno
(a) V. Storia della Letterat. Ital. dello stesio Tiraboschi
T. V. Lib. I. Cap. If. lU. • IV.
DEL PEnARCi. • IX
mai esposti con più sincero candore i suoi
itimentì •
Pietro 9 dello comunemente Pelracco, o
traccolo , Notajo di Firenze , ed Eletta Cani-
ni sua moglie furono i genilor di Francesco ,
s perciò fu detto dapprima Francesco di
tracco , e poscia Petrarca • j^i sbandili
Ila patria neir anno stesso xSo2. , in cui
ine stato esiliato Dante , si ritirarono in
'eno^ed ivi a* ig. di Luglio del i3o4. nac-
e Francesco • Appena era giunto a sette
« di età 9 che Eletta sua madre essendo
to richiamata dall* esilio, ritirossi col fan-
lìlino Francesco a un suo podere in Anci-
9 quattordici miglia sopra Firenze , nel qual
iggio poco manco , che egli non rimanesse
togato neir Arno insieme con colui , a cui
era stato confidato V incarico • [vi egli si
rtte fino a compiuto il settimo anno, dopo
quale passò co^ gienitori a Pisa , e quindi
L anno appresso, perduta omai ogni speranza
ritornare a Firenze , essi postisi in mare ,
usciti felicemente da una pericolosa tempe-
. , che incontrarono presso Marsiglia , giun-
co col fanciullo alla Città d* Avignone: Qui-
adunque , dice il Petrarca (i) , alle sponde
i Rodano passai la mia fanciullezza sotto
cura de' miei genitori , poscia abbandonato
la mia i>anità , gli anni giovanili . Ma
lesio soggiorno fu da pia viaggi interrotto .
trdoccliè quattro anni interi mi trattenni
(i) SpisL ad postec
X T I T A
in Cmj>entras piócióta Cilià vicina ad 'Aviffnà
ne^ e postale alt Oriente , e in amendue qu^
Sue Città feci nella Gramatìca y nella JDialet*
tica , e nella Rettorica que' progressi f che
r età permettevami , e che far si possono
heUe scuole , i tfuaU quanto soriano essere
scarsi , tu puoi ben saperlo , o Lettore . Jbi^
passato allo studio delle Leggi in MonifeU
Iter , e poscia a Bologna , ifuattro anni v im*
piegai nella prima Città , tre nella sectmda /
e étitto udii spiegare il Corpo del Diritto Ci*
vile . .Molti dicevano , eh* io mi sarei in esso
non poco avanzato , se proseguito t avessi.
Ma appena io mi trovai abbandonato da^gf^
nitori y che in tutto t abbandonai , non per^
che non piacessemi V autorità delle Leggi j che
è grandissima e piena di •antichità Romane,
di cui mi diletto non poco ; ma perchè Vình
quità degli uomini ne ha guasto V uso, e io
perciò non soffriva di apprendere una sdenr
za , di cui io non voleafare un infame eser^
cizio j e apperui mi era possibile il farlo one^
sto ; e quando purè V avessi voluto , la mia
onestà sarebbe stata creduta ignoranza. Quin^
di in età di ventidue anni feci ritomo a casa ;
che con tal nome io chiamo F esilio mio dAvi'
gnone ^ ove ai)ea passati gli ultimi anni della
mia fanciullezza . Così parla il Petrarca de*pri-
mi suoi studi . L'Abate de Sade (i) avverte
giustamente 1 errore del Tommasìni, de] Mu-
ratori , di Luigi Bandini , e di altri , che af-*
(i) M«m. do Petr. T. I. p. 19,
■«■*MM«BiikMMMiMii*i#
DEL PETKAKCÀ. XI
fernano » aver il Petrarca avuto a suo Maestro
ia Pia il Monaco Barlaamo , cui egli non
conobbe , che molti anni dopo • Ma io penso ^
eh* ei non sia stato più di essi felice nel dargli
i?ì a Maestro Convennolcr ossìa Convenevole
da P!rato , di cui poi dice , che di nucivo lo
iitrm in Carpentras • Filippo Villani , che è
il 9olo Ira di Scrittorr della vita del Petrarca ^
che GÌ abbia conserrato il nome di questo
t^oela t ci dice solo ^ eh* ei gli fu Maestro non
in Carpentras, ma in Ayignone (i); e nelle
opere del Petrarca non trovo parola , onde
ncoogliere , che il fosse anche m Pisa , o in
Carpentras . Ei riprende ancora non men giù*
itaisente (2) Tensore di queUi , che in Mont*
rier han dato per Maestri al Petrarca Cino
Pìstoja, e Giovanni d*Aijdrea, e in Bolo-
gna Giovanni Calderino, e Bartolommeo d*Os-
sa ; poiché i due primi non tennero giam-
mai scuola fuori d* Italia , e Bartolommeo fu
Professore, per quanto credesi, non in Bolo-
gna , ma in Montpellier . Ma noi abbiam già
osservato, che anche Cino, e Bartolommeo
robabilmente non ebber mai a loro scolaro
Petrarca ; e io credo inoltre , che ei nou
avesae a Maestro alcuno degli altri due Pro-
fessori 9 perciocché essi erano Interpreti del
Diritto Canonico , ed egli dice bensì di avera
studiato il Diritto Civile ; ma del Canonico
non fa mai motto ; e io non trovo , che il
p ' ■
CO MeliBt Vit Ambr. Camal4* p. if S«n
W p. 37.
>XII T I t A
solo Domenico d*Aréczo , che dica arere i
Petrarca anche a questo studio ricolta la mea
te ( i) . Questi , come abbiamo udito da lu
medesimo y era naturalmente avrerso a cotal
studj , e tutto il tempo , di cui polca a ^m
talento disporre , da lui impiegavasi nella lei
tura di Cicerone » di Virgilio, e di altri an
tichi Scrittori di Belle Lettere. Al qnal prò
posilo leggiadro è il (atto , eh* egli stesso rao
conta (2) , e che con piccola diversità narras
ancor dal Villani (3). Petracfco, che avrebb
ad ogni modo voluto , che suo figliuolo di
Teni<;sc un solenne Dottore, àyendo saputo
ch'egli in vece del Codice, avea di continui
io mano Oratori e Poeti , 'entrogli un gionu
in camera air improvriso , e cercatala pei
ogni parte, e trovati finalmente in un angoli
alcuni di cotai libri da lui odiati , presigi
con dispetto gittogli al fuoco . Francesco f
tal vista non potè rattenersi dal gemere ama
ra mente; e il padre mossone a compassiofie
e tratti dalle namme due di que* libri gii
mezzo arsi , cioè Virgilio e la Rettorica d
Cicerone , gli die sorridendo al figlio , e tienti
questi , gli disse , per sollevarti qualche rara
volta col leggergli . L'Abate de Sade ci vorreb-
be far credere (4), che Pctracco a tal fini
venisse a bella posta da Avignone a Bologna •
Ma chi inai gli può credere, che perciò solo
(i) Mehus I. e. p. 197.
(2) Senil. L. XV. Ep. I.
(3) Mehus 1. e. p. 15$.
(4) ?• 44-
DSL PBTKAECl • XIII
^i intraprendere 8Ì lungo viaggio ? Per altra
parte il Petrarca non dice , ove tal. fatto ac-
cadesse ; e il Villani ne parla in modo , che
sembra indicarne la Scena , come è in £atti
assai più probabile , in Montpellier .
Giunto a* 22. anni di età , cioè ran-
no i326. , il Petrarca tornò da Bologna ^d
Avignone . UAbate de Sade arreca per prin-
cipal motivo la morte prima di JBiletta sua
madre, poscia di Petracco suo padre , che un
aono dopo le tenne dietro (i ì • Io non so ,
ov* ^li abbia trovata r£poca di queste morti.
E bensì certo , che amendne morirono verso
onesto tempo 9 poiché il Petrarca dice , che
*dopo la lor morte abbandonò gli studj Lega-
li ; il che, accadde appunto in quest* auno • Ma
a me sembra più verisimile, che Petracco
morisse , mentre Francesco era ancora in Bo^
logua » e che egli tornato allora in Avignone
assistesse non molto dopo alla morte di Elet-
ta . £i certamente ne' versi , con cui formoa-
ne r Elogio , ci parla in modo , che parmi
troppo evidente a persuadercene :
f^arsiculos ùibi nimc totidem , quot praebuU
annos
Vita damus ; gemUus et caeterà digna
tuUsU ,
Dum stetU ante oculos feretrum miserabile
nasùros ,
Ac licuit gelidis laorimas infundere meni'
. bris (2) .
0mm^i^^m^i^'m^ammmm^mmmmmm^g^i
ii\ p. 63. 54. (1^ Cmg. L. L Ep. mL
HIT VITA
Avrebbe egli il Petrarca con parlato > ae ei
fosse stato assente » mentre Eletta morì ? Tor-
nato ad Avignone insieme col suo fratello
Gherardo pochi anni più giovane di Fran*
Cesco 9 e finallora sao compagno negli sUidj ^
trcfvandosi in uno stato assai mediocre » e fiitto
ancora peggiore dalla infedeltà degli esecato*
ri del testamento paterno (i), si arrolarono
amendue nel Clero » paghi però della sola
tonsura . Era ivi allora Jacopo Colonna » che
fìi poi Vescovo di Lombes , figlluol di Stefin
no, il quale nelle famose discordie con Bo-
nifacio Vili, erasi con tutta la famiglia riti-
rato in Francia • Jacopo avendo avuta occasio-
ne di conoscere e di trattare il Petrarca, lo
onorò delift sua amiciiia; e in tal maniera si
strìnse egli alla fismiglia de* Colonnesi con qud
sinceix) attaccamento , che in tutto il tempo »
eh* ei vìsse ^ non venne meno. Con tale ap-
poggio avrebbon potuto i due fratelli avanzarsi
agevolmente nella via Ecclesiastica ; ma non
pare eh* essi ne fosser molto solleciti ; anzi
air abito Cherìcale non troppo corrispondeva-
no i lor costumi . Tu ben ci ricordi , scriveva
egli più anni dopo a Gherardo , quando que-
sti già da sette anni erasi renduto Monaco
Certosino , tfuarUo nm fossbno allora ansiosa-
mente solleciti per la pulitezza de nostri abi*
ti; qual fosse la noja nel "vestirci^ nello spo-
gliarci mattina e sera ; quale il timore , che
i cape^ non si scomponessero , e che dal
il) St9ìL L. XV. £p. I.
BEL PtTEAmCA . . XT
9etUo non n^emsser turbati e sconvolti; che
ipassaggieti non ci urtassero , non ci nuu>
tmasser le vesti , non ne sconciasser le pie-'
ghe • • . • C/ie dirò io delJlfi scarpe ? Come ci
straziavano i piedi in "vece di coprirgli? /
miei al certo mi sarebbon divenuti inutili , se
finalmente non avessi amato meglio di of^
fendere alquanto ^ sguardi altrui , die di
Trinarmi i nervi e gli articoli (i) . Cosi egli
prosiegue rammentaude al fratello Tantica lor
vanità , e la soverchia cura » che prendevano
neir ornarsi • Con tali disposizioni non è ma-
rtTÌglia , che il Petrarca avvenutasi in una
donna 9 che a lui parve di non più veduta
hdlezza, ne avvampasse d* amore per modo.,
che per Tcntun anni gli si mantenne viva la
fiamma in seno , nò potè , per quanto si ado-
perasse , sopirla ed estinguerla.
Chi fosse la Laura del Petrarca , si è lunga*
mente disputato da molti ne* secoli addietro.
Alcuni 9 a quali par, che i Poeti non, sappian
parlare e scrìvere che in senso allegorico, pre-
tesero, che il Petrarca non fosse innamorato
che della sapienza , e cV ella fosse la Laura
tanto da lui celebrata « Questa opinione era
stata aparsa da alcuni fino a* tempi delio stesso.
Petrarca , come veggifim da una lettera , ch'egli
scrisse a Jacopo G>lonna Vescovo di Lomhes (2),
il quale su ciò avea con lui scherzato • Ma
non giova il trattenersi nel confutare tai so-
^1) Variar. £p. XXVIII.
(») FamU. L. U. £^. IX.
s
1. Alessandro Vellutello, ehe ntf ^secolo XVf;
Il uno de* più aocredìteti Ck>menlatorì-del* Be«
trarca , andossene a bella postai 'in Avignone
per ricercar notizie di Laura ; ed arvenuìoai j
com* egli stesso racconta ndla Vita del Pe-
trarca , in Gabriello de Sade , questi ToUe
persuadergli , che Laura fosse figlia di Gto-
Tanni de Sade « e che essa vivesse fra il zdGo.,
e U iSyc; ma il Yellutello veggendo» che
qucst* epoca non combina con ciò , che ndl6-
sue Rime ne dice il Petrarca , non fece alcun
conto di ciò , che Gabriello diceagli . Ei si
abboccò ancora con Aimaro d'Ancezuaes Si«
Sonore di Cabrieres'picciola terra , circa cinque
eghe lontana da Avignone , e nulla avendone
raccolto al suo intento, si die a ricercare i
rostri de* Battesimi di quelle terre ; in un
de quali trovò una Laura figlia di Arrigo di
Cb^bau Sgnore di Gabrieres battezzate a* 4*
di Giugno del i3i4. IlWellutelIo non dubitò
E unto , • che questa non fosse la sì celebrata
Aura , e lieto di tale scoperta , fondò sopra
essa il suo alquanto romanzesco sistema ad-
r innamoramento del Petrarca . Un uomo ^
che avea veduti ed esaminai i luoghi , in cui
r a more di questo Poeta era, per cosi dire^
nato e cresciuto , e che avea consultati colo-
ro, daVjuali potea sperare più accertate noti-
zie^, parca che fosse degno di fede; e la più
parte infatti d^li Scrittori ne seguirono l'opi-
nione. Altri nondimeno fondati sulla scoper-
ta^ che Tanno i533. si fece del sepolcro di
Laura nella Chiesa de* Francescani aAvigno-
DBL PETRARCA . XTII
ne nella Camelia delia famiglia de Sade (i^,
peosarono, cn ella fosse uscita da questa &-
Biigtia . Ma finalmente TAbate de Sade esami-
snido attentamente i documenti del suo Aiv
chtrio , i quali anche sono stati da lui pub-
Uicali (2) , ha chiaramente provato , che
Laura era 6glia di Audeberto de Noves Ga«
Tiliere ^ e Sindaco d*Avignone , e di Ermes-
senda di lui moglie , eh* elta era nata nel sob-
Iwf^ d^Atignode verso il i3o8, e che nel i325.
fu data in moglie a Ugo djjlio di Paolo de
Sade. Noi ci rallegriamo col? Abate de Sade
di si belle scoperte , delle quali a lui deesi
tutta la gloria ; ma il preghiamo a non insul-
tarci 9 com* egli fa (3) , perchè siamo stati si
lungamente ingannati su questo punto • Che
potcan far di più gli Italiani per risapere chi
fosse Laura ? Il Vellutello va a bella posta in
Avigmme^ ne chiede notizie a tutti colo«
To , da cui potea sperarle , e nominatamente
alla (amiglia de Sade • 11 medesimo tentati-
vo , ma col medesimo infelice successo , fe-
ce r Arcivescovo di Ragusi Lodovico Becca-
delli » come ei narra nella Prefazione alla
sua vita del Petrarca . Chi dunque dee in-
colparsi dell* ignoranza , in cui finora noi
fiìamo stati? gli Italiani, che non perdonarono
a diligenza per averne contezza ? o i France-
si , che non conservarono , ne seppero, darci
esalte notizie di un fatto tra loro accaduto?
<i) V. Memoir. de la Vie do Petr. T. L NoC. p. i3. ec.
(a) Piecet Jusdficativ.
(3) T. I. Pref. p. XXXYIL
Petrarca Voi. L b
yriii ▼ 1 T A
L^Abftle de Sade d rimprarera » «l» noi 4Ì&é,
Troppo tttaccaCi alle nostre opinìoai , e che
Yìon sappiamo indurci a cadere alt evidia^Aa%
quand*e86a si scuojire di là dall'Alpi. Ma di
grazia : era forse slato in Frauoìa alcuno pri-
ma di Ini 9 che prosasse con efidensa ciò ,
eh* egli ha prorato intomo alla famiglia di
Laura? Come dunque poteran gli Italiani ^c^
dere a una evidenza^ che ancor non r^cra?
Dappoiché egli ha eridentemente provalo.cU
fosse Laura , ' io non so , che siari stato *hi
Italia, chi abhia ripetult gli antichi errori.
Appena era uscito il primo Tomo di questa
Memorie , che il Sig. Giuseppe Pelli formandb
r Elogio del Petrarca nel primo Toma deg^
Elogi degli illustri Toscani , ne parlò con gran
lode, e lece applauso alla scoperta fatta dalKAk
de Sade . lo ancora ben volentieri cedo a
questa evidenza^ benché essa si sia seoperia
' di ìà daltAlpi ; Ma a me sembra , che TAb.
de Sade abbia a fare con più ragione a* suoi
Francesi il rimprovero, che senxa ragione il
agli Italiani . In un' opera stampata in Parigi,
tre anni dopo la pubblicaiione del primo To*
mo delle sue Memone non solo si toma a
rlpelcre fnincameute, che Laura fu figlia di
Paolo de Sode (i) ; ma si prodacon di nuofO.
con ammirabile sicurezza lutti gli errori, cbe
TAb. de àSade avea già confutati • Sono elleno,
dunque si poco conosciute in Francia leMo-
1
^
(i) Vic^s des hommet et ^8 femmes ilUustres d'Italie!
à Paris 1767, T. 1. p. l^fi.
DEL KTRAilCÀ. XLX
lorie^ ddP Abaie de Sad<$? -o^^uo eglino sì
^difficfli^iFmnceai a cedere alt evidenza ^ aa-^
cor quando eUa éi scuopre loro da* lor mede-
ishu Autori?
« Tale aduMqne fu V oggetto dd lungo
amore, e decersi teneri del Petrarca. £gli
«si aYvenne in Jet nella Chiesa di S. Chiara, in
•Avìgaone a* i6. di Aprile del i^zy. (come
da Tat|. passi deir Opere del Petrarca pruova
«•evìdentemenle l'Abate de Sade, e cam^ prima
-di" Ini avea asserito il £eooade]ii (i) seguito
da -altri); giqrna, in cui quell'anno qadde
^il -Lunedi santo, e non iiyeoerdi^ come sem-
'•bra accennare il Petrarca, in due luoghi (a),
^ quaK si possoq percip, « si debbono inten*
»dere«iion del giorno di Venerdì , ma del gior«
' no ^; ■ d'Aprile , in cui poteasi con qualcha
ragione affermare , che tosse morto il Divin
-Redentore (3). Molti Scrittori ci parlano del*
• r amor del Petrarca , come di uu perfettissimo
amor Platonico , che altro oggetto non avesse »
* che le ifirtù di Laura ; altri ce ne ragionano,
• come di amore, di cui il Petrarca non si oc-
cupasse che poetando • E io son ben lungi
dal credere , che o eg)i tentasse mai cosa ,
che ofiTender potesse Y onestà di ' Laura ; o
' questa gU corrispondesse in modo , che a vir-
* tuosa matrona non eouTenisse . Ma ^he Tamor
del Petrarca fosse una vera e impetuosa pas-
T
<i) Vka del ?•».
(2) S<Mr. 3. e 4S,
(3^ V. Momoires de la Vie de P€tr« T. L p. t^*
V I T 4
6Ìone, che ne agitava T animo , e ne turbata*
continuamente la pace ^ non può rivocarsi in
dttbbio da chiunque legga non dirò già le
Poesie » nelle quali potrebbe credersi » eh* ei
volesse poeticamente scherzare , ma ie sue lei*
fere, e le altre opere latine, nelle quali parla
seriamente , e sinceramente espone lo stato
dell* animo suo « Egli è ben vero , che il Pe-
trarca medesimo si lusingava , che il suo amó-
re fosse innocente; e che esso anzi gli avesse
' giovato . non poco a sollevarsi coli* animo al
Cielo e a Dio; ed anche nella sua lettera id-
*la posterità chiama il suo amore veementissU
mo ^ ma unico ed onesto (i) • Ma egli stesso
poi è costretto a concedere , che questa non
era che una lusinga , e che il suo amore era
'ben lungi dair essere così virtuoso , còm.* eì
Sreteudeva . E non si può leggere senza un
olce senso di tenerezza il terzo de' suoi Dialo-
'gì con S. Agostino, da lui scritti Tanno i343.9
cioè cinque anni prima della morte di Laura »
in cui egli si fa a disputare col Santo, e a
volergli provare l'innocenza del suo amore;
ma air udii^i schierare innanzi da lui tutti
gli effetti, che ne seguivano, T inquietudine ,
la turbazione, il traspoito , le veglie, la noja
d*ogni cosa , confessa sinceramente, ch'egli è
avvolto in un laccio pericoloso, e chiede ajuto
ad uscirne . Deesi però confessare a ouor del
Petrarca, ch'egli stesso non tardò molto a
* conoscere , che la sua passione abbisognava di
(i) Voi. L Oper.
DEL PETRARCA • XXI*
flreiu>9 e a cei'came gli opportuni rimedj*
Ecco oom* ei ne ragiona in una lettera scrilta
T aiHio i336. al P. Dionigi da Borgo S. Sepd^
ero Agostiniano » e Professore neir Università*
di Parigi, da noi altrove già nominato: Io
diceva a me stesso : oggi si compie il decimo
anno j dacché abbandonai i fanciulleschi sùu^^
dj , parListi da Bologna , Dio immortale !
quai cambiamento dè*^ tuoi costumi è in que*
sto frattempo accadtuo I Sono ancora troppo
lungi dal porto , per potere ricordare sicura-*
mente le passate procelle . Verrà forse un,
giorno, in cui rammenterò le cose con quel-
f ordine stesso , con cui sono avvermte , di^^
cendo prìma col tuo S. y4gostino : lo vuò ri-
cordarmi le antiche mie debolezze , e le ver^^
gognose passioni dell' animo mio , non per-
cfiè le ami ancora , ma per amar 7)oi , mio
Dio • Molto , egli è vero , ancor mi rimane
di pericolo e di fatica : io pia non amo ciò »
che ho amato in addietro : ma no : pur trop^
pò io r amo ancora , ma V amo con più mo^
destia j con più contegno ; sì ; io amo anco-
ra ; ma quasi mio malgrado io amo ; arno
sforzatamente ; amo piangendo e sospirando ,
e pruovo in me quel detto di Ovidio :
Oderò si poterò ; si non , invitus amalo •
Non è ancor passato il terz' anno , dacché
quella rea e perversa passione , die solo tutto
mi occupava ^ e mi regnoi^a nel cuore , ha
cominciato a sentire una nimica , che la com-
batte ; e già da gran tempo esse sono, in
0uerrm tra Itìro. Qamdi dopo «rer dette fiiA %
altre cose su questo argomento » e dopo aver i
fatui menzione del libro delle Confesnoui di \
S. Agostino » che da Dionigi area ricevuto , e i
cbe sempre portala seco , conchiude : Tu vedi l
adunque , Padre amantissimo , come io non i
Dùglia nasconderti cosa alcuna; mentre non i
iolo sinceramente ti espongo tutta la ihia t
Trita , ma lutti ancora i miei pensieri^ pe^ ipioU \
prega Dio ili grazia , eh' essi una volta si i
rendano slabdi e fermio e che dopo essere
istabibnente aggirali per tanto tempo fra tanti
oggetti , si volgano finalmente a quello , ehm
è U solo , vero , stabile , e certo Bene (i) •
Fra i mezzi, che il Petrarca usò a com-
battere la sua passione , uno fa il fre^enfe
Viaggiare, per allontanarsi dalF ometto, cui
gli parca di non poter non amare « e cui non
poteva amare senza sentim il cuore agitato e
acoìivolto • E di questo mezzo perciò ancora
▼aleasi volentieri , perchè era adattato, a se--
condure la sua avidità di apprendere quanto
potea sapersi , e conforme a una certa sua
impazienza , che non lascìavalo fissar soggior*
no stabile in alcun luogo. Uanno i33o. an*
dossene a Lomhcs con Jacopo Colonna, che
n* era stato eletto Vescovo , ed ivi si strinse
in amicizia con Lello di Stetauo di antica e
nobil famiglia Romana, e con un Fiammingo
di nome Lodovico , co* quali poi ebbe continua
corrispondenza il Petrarca , che uno chiamò
•ta
(i) Fama. JL IV. Ep. I.
V
DSL ^ PsaraAius A • uutt
ieQBi|Mn»4^ol nome di Lelip.» T altro coi^ que^
4i Socrate per. la. gravila de^costutni 1 ^he ia
hii .sc^i^efis] . Dopo avere ivi passata^ la Sta^^
e ^rte 4^11* Autuniio , lo slesso Ves^yo i|
ricondusse ad. À^igQonjS , e iutrodasselo nd-
r amicizia del Cardmal Giovanni Colonna suo
fratello,. che fa poscia sempì'e splendido Pro*
teUor del Petrarca ; e nella cui casa egli ebbe
occasion di ccmoscere i piò dotti uomini , pbe
eHor si' trovavano y o cb e per.qualdbe motivo
irenivano ad Aingnone . Più lungo , e più gra-
dilo ali* ertwiita curiosità del Petrarca fu. udì
ehro viaggio , cb* ci lungamente descrìve nel-
le sue lettere (i). Partito da Avignone Tan-
Qo i333^ andossenea Parigi, e vi si trattenne
non pocbi' giorni;, quindi entrato nelle Fian-
dre vid^Gandf e Liegi; poscia in Aiemagna
Aqui^fipraoat e Colonia; ^ di là tornossene
per Lione • ad Avignone , ove trovò partito
er Pioma.il Vescovo di Lombes . L'Abate
e Sade, dice , cbe il Petrarca copfessa » cbe
fece sa frettolosamente un tal viaggio , cbe
non potè osservar cosa alcuna con esattez-
za (2)* Io non trovo ove il Petrarca dica. |al
cosa ; anzi rìtletto , cbe ei ci assicura di avere
singolarmente in Parigi osservata attentamen-
te ogni cosa : . contemplatus solUcice mores
honUnwn. . . • singola cum nosùris conjerens . ,. •
méfftfadrcumspiciens videmli cupidfÀS explo*
Wfmdiffue 0fc* (3) % E frutto di questo o^er v;ar
i
ìm-^fmt^mmmmtmmmmmmtm'^mmtèm^iÈmtftti^
(1) ib. c^ I. £p. m. ^t IV,
(2) T. I. V. ao6.
'.;^ì Farai!. 1^ U Ep. IH.
/
XXIV T IT 1
dUigCDtemaite oAii cosa fu il confessar, ch-el • ,
fece 9 che , benché molte cose magnifiche aves^ -,
se altrove vedute, non vergognavasi però di»|
esser nato in Italia ; e che anzi questa tanto «.
più sembravagU bella e ammirabile » quanto s
pili lungamente viaggiava (i) • Soggiornava,
frattanto il Pontefice Giovanni XXII. in Avi-*
gnone ; e alcuni Autori Italiani , come il Mu« -
ratori , e Luigi Bandini nelle lor vite del Pe» «
trarca^ afTermano , che cjuesto Pontefice il fece .*
6U0 Segretario, e lo aaoperò in gravi affari. •
L' Abate de Sade gli riprende con ragf — ^
d* errore (2) ; ma ei poteva aggiugnere , che :
in tale errore non è caduto il Beccadelli , che
è il più esatto , e il più giudizioso Scrittore
della Vita di questo Poeta • ^
Morto Giovanni Tanno i334. e eletto a
succedergli il Cardinal Jacopo Foumier, che^
prese il nome di Benedetto XIL, il Petrarca,
cominciò in questa occasione a fere, ciò che^
usò poscia frequentemente, cioè a rivolger^
or co' suoi versi , or colle sue lettere a' Pon-
tefici , agli Imperadorì, e ad altri Sovrani, e -
a rappresentar loro liberamente l'oppressione « .
in cui giaceva V Italia , per muovergli a pietà
di essa , e per impetrarle soccorso • Scrisse
^li duncnie una lettera in versi Latini al nuo-
vo Pontefice , in cut introduce Roma , che gli
espone il compassionevole stato , in cui si ri-
trova , e il prega a volerle render T onore
(1) Ib.
(2) T. I. p. a 5 5.
DEL PCTAÀRCilL •
ièìV Aposlólf ea Sede ( i ) . Ma non «ra aticor.
fiunto 'per Roma il teriipo di rivedere i suoi
ODtefici • Io non parlerò qui né del difender^
eh* ei feee pressa il suddetto Pont^ce la c^usa
di Auo da Correggio mandato dagli Scaligeri
ad Avi^one Tanno i335. per ottener loro la
conferma della Signoria di Parma, ne del
hre^e viaggio 9 eh egli intraprese T anno se-
guente al Monte Ventoso; poiché non é mia
intenzione di andar ricercando ogni più leg«
gier circostanza della vita del Petrarca , come
na fatto TAbate de Sade. A me basta d*ac*
cenname le cose più acconcie a darcene una
giusta idea . Ma tra queste non vuoisi omet* ,
tere un fallo , in cui egli cadde , e di cui fu
fruito un tìglio , che nacquegli , e al quale
die il nome di Giovanni . L*Abate de Sada
De fissa la nascita ne* primi mesi del iSSy. (2)^
osservando a ragione , che fu scritta agli 8..
di Giugno del c36i. la lettera, in cui il Pe-
trarca ne. racconta la morte, e in cui dice^
eh' ei non avca ancor compiuto il 24. anno
di età (3) . Ei riflette ancora , clie questo (ì-
gliuol del Petrarca è stato sconosciuto finora
a tutti i Biografi , e a tutti gli Interpreti del
Petrarca • Ne è a stupirsene , poiché questi
in tutte le lettei^e (in quelle almeno, ch'io
ho vedute stampate ) non gli dà mai altro
nome , che quello di suo giovane : meus ado^ •
(i) L. I. Caro. II.
(2) T. I. p. 3i3.
(3) Semi. L. I. £p. IL
Ì0socf^ } • ^ìKÀe che poiean essere intese in
Andonque altro senso.. E forse Io stesso Abate
Ae- Sade non Pavrdbbe scoperto , se non 9Lye&*
se Uxvato* ne* Registri di Clemente VI. il Bre^
Te 9 con cui questi^ non Tanno 1847*, coma
egli afferma (i)^ ma nel seguente» essendo
esso segnato a* g» di Settembre del ottima
anno del suo Pontificalo « lo abilita non QStan«
te il difetto delta si^ a nascita ad entrare negU
Ordini Sacri » e a godere di qualunque Beine»
ficin Ecdesìastico • In questo Breve , che dal?
P Abate de Sade è stato pubblicato (2) , egli
è detto Giovanni di Petrarca Scoiaro Pion
rentina^* e nato, de soluto et soluta^ Ac^sai
solledU) fui il Petrarca per T educazione di
questo suo .figlio , e ne abbiamo in pruova
aietine lettere da lui scritte ne* se&uentì anni
a* Gilberto , e a Moggio da Parma (3) , a^ quali
arcane confidato a coltivare V ingegno « Ma
pare, eh* egli non corrispondesse abbastanza
alfe intenzioni > del padre, il quale, come si
è detto ^ lo pendleite per morte Tanno i36i.
Prima di aver quei^lo figlio , egli avea fsittD.
il primo suo viaggio in Italia. Partito di
Francia verso la nne- del |336. giunse per
mare a Civitavecchia , e quindi a Capranica^
ove passati > alcuni giorni con Orso 0>nte
d^Anguillara ^ entrò in Roma sul principio di
Febbrajo delF anno seguente , e vi ebbe oa* Go^;
lonnesi queir amorevole accoglimento , che
(0 T. IT. p. 373.
(2) Picces Justific. p. 49>
(3) Fama. L* \U. £p. XYU. Variar. £p. XX.
iélm ìofro 'Siinarizia poteva altendene • Tratte*
imtchrisi per qualche tempo ^ eh* egli impiega
singolarmente nel Tisilare i yenerandt mona*
menti d* antichità ^ che ancora raciomano^
ne paró , e dopo aver langamente viaggiata
in «Tersi paesi per terra e per mare affin di.
estiiigaere , se veniagU fatto , la fiamma , di.
eoi ardeva (i), tomossene finalmente nella
ilute dello stesso anno iSSy. in Avignone •
Ha^ sentendo accendersi sempre più vivo il
fiioco'^ ch^^i avrebbe volato sopire « deters
niflossi in qnest' anno medesimo a ritirarsi
inAla solitudine di Yalcbiusa, ch'egli ha ren-
luta si celebre co* suoi versi non meno cho
orile sne prose. Egli vi comperò una piocola
casa , e un piccol podere , che fecero per più
timi le sue delìcie . Alcuni Scrittori ci hanno
mppresentata Talchinsa , come il luogo , io
svi la virtù del Petrarca fece naufragio col"*
ìt innamorarsi di Laura ; ma è certo , e no
phbiam mille pruove nelle sue lettere , eh' egli
anzi vi si ritlrè per combattere e superare la
sua passione. L'Abate de Sade reca più let-
Icre del Petrarca (2) , in cui egli descrive la
lolitaria e ^raùcpiilla vita, che vi coniiac^va.
Ma in mezzo aNa solitudine ancora le s^f^
fiamme faceansi sempre più ardenti.» Io solcf
m^ scrive ^li a un suo amico (3), riiimrmi
Mtir età ima giovanile a f^alchiusa , speratèdo
i*a«B
(1) L. I. Carm. VII.
(2) T. I. p. 345.
(3) FamiL L. \IU. £p. III«
di mitigare fra quelle fresche ambm V ardore >
di cui Uà ben sai , che per molti anni sono,
stato compreso . Afa oimè ! che gli . slessi ri^.
medj mi si Dolgevano a datino • // fiioco ,
eh* io avea meco recaio , ivi ancor si aocer^
deva , e non essendovi in si solicario deserta
chi rn ajutasse ad estinguerlo , friceasi sem^,
pre pia ùnpetufìso. Quindi a sfogarlo io an^
dava riempiendo di pietosi laìnenli , i quali,
però ad alcuui sembravan dolci » ^ valli e 'l
Cielo • Quindi ne vennero le mie giovanili
Poesie volgari , delle quali ora pruo%*o pentii
mento e rossore , ma die j?ur sono accettissi-
me a coloro , i quali dallo stesso male sono
compresi. La TÌcinanza di CaTaillon. piccola
Città lontana due leghe da Viilchiusa, e quat«
tro da Avignone, gli die occasione di cono*
scere Filippo di Cabassole » che n^era Vescovo ,
e con CUI poscia tenne frequente commercio
di lettere; ma non vi è pruova^come avverte
TAbate de Sade (i), di ciò che il Muratori,
ba asserito » che in quella Chiesa avesse il
Petrarca un Canonicato • Non era però egli
si attaccato alla sua solitudine, che. non tor-
nasse di tanto in tanto ad Avignone, e non
vi si trattenesse or più or meno ; e appunto
in una delle sue dimore in questa Città ei si
valse , del venire che fece a quella Corte il
Monaco Barlaamo , per apprendere sotto la
direzione di lui la Lingua Greca •
La solitudine di Valchiusa fu qudla , in
(i) T. I. p. 365.
DEL PETHAUCA. XXIX
ca{ il Petrarca compose non solo u^a gran
parte delle soe Rime ; ma molte ancora delle
sae lettere cosi in versi come io prosa Latina.»
e molle delle - sue Egioche • Itì ancora negli
anni seguenti egK scrisse^ i suoi libri della
Vita Solitaria , e della pace de^Rellgiosi, come
egli stesso afferma nella lettera poc'anzi cita-
ta. Ma ivi singolarmente Tanno jSSg. ei die«
'de principio al suo Poema ddV Africa , che
£ni poscia più anni dopo . Un Poema a quel-
Fetà era una còsa sì rara, che dovea destare
ammirazione verso Y Autore » in chiunque
udivane il nome; e lo stile, in cui il Petrar-
ca io scrisse, benché or ci sembri ben lungi
dair eleganza del secol d'Augusto , era pero
allora il più colto e il più sublime, che do-
po molti secoli si fosse veduto .Quindi appe-
na ne corse la fama , mentre il Petrarca nop.
arcane fatta , che piccola parte , e appena.fu-
ron vedute le altre Latine Poesie da lui com-
poste, egli divenne l^oggetto delF universal
maraviglia , e per poco non fu creduto un
uomo divino . Dionigi da Borgo S. Sepolcro
andato frattanto a Napoli fece conoscere al
Re Roberto il nome e T opere del Petrarca;
e questo gran Principe , che di ninna cosa
Sregiavasi maggiormente , che della protezione
e* dotti , gli scrisse una lettera , in cui in-
viavagli TEpitafio da se composto per Clo-
menza sua Nipote Reina di Francia allor mor-
ta , come raccogliam dalla lettera , che in
risposta gli scrisse il Petrarca (i). Ma questo
(1) FamiL U IV. £p. Uh
non ^rft che na nggio A^ì miorìt che Ro»
berlo gli destinava • Era già da pia mmU ooh
'fiato Tuso di ornare ^olcnaemente del poetióo
alloro nel Campidoglio di Roma qué*.tra Ikieti,
vhe salissero a ma^ior (ama ; u&o antico ini
Greci , quindi inlrooolto in Roma da^NvoM-e
da DomÌ7.iano (i)* e poscia ndladecadenea dcgH
stud j venuto meno. Di questo uso ha lungamen-
te parlato TAb. du Resncl in una sua erudita
Dissertinone (2), in cui afTerma, «che vg^àm^
chi Capitolini cessarono al tempo di .Teod^
isio ; (3) • L^Abate de Sade al contraria -aostie*
ne (4)t che, comunque i giuochi Gaptolini
continnasseit> fino al tempo -di Teodosiot non
continuò però T uso di coronare .in essi i
Poeti , e che non si trova menzione di Poeta
alcuno coronato nel secondo e nel* tento se*
colo • Ma noi abbiamo altrove provaio col
testimonio di una antica Iscrizione (5) » che
Tanno io6. Pndente giovin Poeta fu., in qne*
giuochi onorato ddla corona; e poiché è certo,
]>ei- testimonianza di Censoriuo (6) , che ranno
238. celebrali fnron que* giuochi , eche in quei
tempo meilesimo erano in Roma contese « e sfi*
de di molli Poeti, egli è troppo probabile , che
r uso ancora di coronare non fosse se non
più tardi abolito. Corto è |)crò, che dopo la
:0 T. li. p. ^«. v^
vs? Meih. <1e TAcad. òa ìnsci. T« X.
\<St If. e. p. a3j.
•■^ Meia. Je IVtr. T. IL NoL p. ic,
i. 5^ i.-, o. p. Si .
vé; llx. p. si Té
BEft mvfijnKCA • xxxt
4Ìltea4ÌeQsa ddl*Iiiip«ro Roniaao non ivo via m
-più 'inemotia di iiìe onore con&rito ad aleua
rd€Ui • Al primo ritorgimento delle Sciexize
#>didl^'Arli net secolo XI IL. si Tide ancora ri-
^flf^gere in ' qnaiche modo quesla- .onorevole
HBÌriflionia * Ma ninno riceVulo £^vea la coix>tia
«net Gàlnpidoglio ^ e con quella solenne poni-
|Mi, che -anCicamenie era in uso*, lì Petrarca^
xbe per una parte non era insensibile alle
^winghe di una sì (gloriosa coronazione » e per
fdira desiderata assai di veder Roma risorta
\air antica grandee.za , già da lungo tempo
%ramaTa dì giugnere^a questo onore, e a ciò
"angolarmente indirizzava i suoi studj^ ^ e le
erudite sue Catiche « Chi crederebbe » cbe ad
accendere nel cuor del Petrarca un tal desi-
'derioyiion poco contribuisse il nome deUa sua
•IjauTa ; e che più dolce sii riascisse il pen^
-siero delia corona, perche ella doveva esser
^ Lauro ? E nondimeno così confessa e^li
stesso coU* amabile sua sincerità ne' suoi Dialo-
-m con S. Agostino, ne' quali introduce il
'Santo yCfae gli rimprovera cotal debolezza {i^ •
Cosi la sua passione medesima rendevalo più
ardente ne' suoi poetici studj » e faoealo usar
•d'ogni rforzo per giugncre a queU' onore, a
coi aspirava •
Mentre ei si occupava in un tal pensie-
ro , ecco gìugnergli improvvisamente a' 23.
d'Agosto del 1840. lettera (lai Senato Roma-
no , in cui egli era invitato e caldamente esor-
iti^mmm^mm^m^mmmm
(1) Oper. YoL L p. 40X
XXXII T l * A. '.
tato a Tenirtene ^a Roma a .riceverri la. coronn
d* alloro » e poche, ore , f^ppresso un^ altra lelr-
tera di Roberto de* Bardi Cancelliere dell* Uni-
versità di Parigi ,. in cui pregatalo a voler
ricevere lo stesso onore in quella Gita fteale».
Chi può spiegare il trasporlo e la gioja ddl
Petrarca nel vedersi invitate da due si grandi
Città a ciò , eh* egli si ardentemepte bratta-
va ? Dubbioso a qua! di esse dare la prefcr
ren'za, ne scrisse il giorno medesimo al Car^
dinai Colonna (i) per averne consiglio;^
quindi seguendo il parere da lui avuto,, e la
sua medesima in<dinazione y determinossi .p^
Roma . Prima però credette opportuno di sù^
toporsi in certo modo a un esame, che U
provasse degno di tanf onore , e a tal fine
egli scelse il più dotto Monarca , che allora
avesse il mondo, cioè Roberto Re di Napoli^
alla cui Corte egli giunse ne^ primi giorni dji
Marao del i34i* Oguuno può agevolmente iuÈr
maginare , quale accoglienza uu si grand' uo-
mo vi ricevesse da uu si grande- Sovrano • I
loro ragionamenti erano sempre di lettere e
di scienze; e come il Petrarca di questa oo
casione si valse ad istillare nell* animo di Ro;
b^rto stima ed amor de* Poeli , e della Poesìa.,
a cui egli non erasi mai applicalo , così Ro-
berto mostrò desiderio , eoe il Petrarca gli
dedicasse la sua Africa, come infatti egli ie-*
ce, benché il Re morisse prima di vederla
compita. L* esame, a cui Roberto lo.sotlopo-
(i) Mem. de Petr, T. L p. 428. etc.
DEL PETRÀKCA • XXXIII
, non per assicurarsi del saper del Petrar-
ca, mai per dargli campo di farne pubblica
pompa 9 durò Ire giorni, e ne furono argo-
mento i discorsi d ogni maniera di scienza^
che il Petrarca tenne innanzi a latta la Corte ;
dopo i quali Roberto dichiaroUo solennemente
degnò delia corona; e inoltre diedegli Tonò*
rerole titolo di suo Cappellano , che gii fu poi
confermato dalla Regina Giovanna (i) • Egli
ne lo avrebbe voluto ornare di sua mano in
I^apoli , ma udite le ragioni , per cui il Pe-
trarca amava , che ciò seguisse in Roma , ap-
provolle, e destinò Giovanni Barili suo corti*
giano, e valoroso Poeta egli pure, ad assiste*
re in suo nome alla solenne cerimonia ; ma
questi postosi a tal fine in viaggio» caduto iu
un* imboscata tesagli da* nimici , e a gran pena
campatone, dovette tornarsene a Napoli. Frat*
tanto giunto essendo a Roma il Petrarca , Orso
Conte di Anguillara Senator di Roma , e ami-*
cissimo del Petrarca , destinò a questa si stra-
ordinaria celebrità il giorno stesso di Pasqua ,
che in queir anno cadeva negli otto di Apri-
le. Io non mi tratterrò in descrivere le circo-
stanze , con cui il Petrarca fra gli applausi di
tutto il popol Romano , e fra *1 corteggio di
molti de più ragguardevoli Signori di quella
Qttà, ricevette dalle mani di Orso nel Cam*
pidoglio la corona d* alloro . Sene può vedere
la descrizione presso tutti coloro ^ che ne han«
no scritta la vita , e singolarmente presso TA*
(i) Thomasiu. Pemrch. Rediv. p. SS.
Petrarca Voi. L e
^te de Sade ^i) * Solo è ad avvenire t d^
.uoa più lunga relazione, che sotto il uooie
.di Sennuccio del Bene , Poeta contemporaneo
ài Petrarca , ne fu pubblicala V anno 1649 *
è certamcute supposta , come fin d allor rico-
nobbe r ArcìvescoTO Bcccadelli ^ e come di
nuovo ha provato il suddetto Abate de Sade»
il quale dopo altri ha ancor pubblicate le lei-
tei^ patenti in quella occasione date al Petrar-
ca (2). Egli pero non ha avvertita una circo-
stanza di questa coronazione » che trovasi in
un antico Diario Romano pubblicato dal Mu-
.ralori (3) : In nelli AICCCXLl. fa Laureoio
.Messer Francesco Petrarca , esaininato f^
lo Re Roberto , in presenza dello popolo dò
Roma, et faroU posta una corona in capo
per lode delli Poeta , e Messer Steplum0
( Colonna ) in Sancto Apostolo die a mangiih
re ad esso et a tiuti i Laureati Legatori.
Lieto di aver iinalmeute conseguito il so-
spirato ouor della Laurea , partì il Petrarca
pochi giorni appresso da Roma, e venuto a
rarma vi si trattenne il rimanenle di qiiest^an-
pò, e alcuni mesi del seguente co*G>rreggeschi
suoi protettori , ed amici , che n* eran pigno-
ri, e singolannente con A.zzo,, di cui abbiamo
altrove veduto , quanto onorasse il Petrarca •
Ivi ci continuò con indefesso studio il suo
Fpema deir Africa; e narra egli stesso (4)*
(i) T. IL p. 1. etc. Noi. f. I. etc.
(2) Pieces Justifìc. p. 5o. etc.
(3) Script, Rer. Ital. Voi. lU. P. II. p. 843.
(i) Epist. ad Poster.
DEL PETRARCA. XXXT
rhe A Tri{HMiare T interrotto lavoro detenni-
1I068Ì ttii giorno , mentre tenuto sul territorio
di Reggio troTOssi in un bosco, che» benché
poftio 8uir erta d* un colle , diceasi Selva pia-
va , e rapito dalla delìciosa veduta , che area
•otto gli occhi, si sentì rinascere in seno il
r^tico ardore, e con' tale impegno continuò
suo Poema, che in pochi giorni Tebbe
Sasi compito . La protezione de' Signori di
rreggio fu probabilmente quella , che gli
t»ttemie la dignità d^ Arcidiacono nella Chiesa
di Parma . L Abate de Sade afferma , che ciò
cèrtamente avvenne in qucsf anno (i). Ma ei
non ne reca prnova, e a me sembni, ch*ei
"non sia troppo coerente a se medesimo nel
Tiigionare di questa dignità del Petrarca • Per-
ciocché altrove egli racconta (2) , che V an-
'no 1Ó4S. essendo morto Filippo Marini Ar-
cidiacono e Canonico di Parma , Clemente YL
diede TArcidiaconato a Dino d' Urbino , e il
Canonicato al Petrarca , che era bensì Arci-
diacono , ma non Canonico . Or se egli era
Arcidiacono fin dal 1341., come poteva esser
Bel mede»mo posto Filippo Marini 1 anno 1346,
e come poteva a lui surrogarsi Dino d' Urbi-
no , mentre il Petrarca era ancora attualmente
Arcidiacono ? L'Abate de Sade , che ha esami-
nati i Registri Pontificii d'Avignone , poteva
rischiarare un pò meglio questo punto di Sto*
(1) T. IL p. 33.
li) Ib. p, 258.
ZXXYI T I T A
ria . Egli a^agne ancora (i) , citando atta
lettera inedita del Petrarca , che questi Albe
inoltre un Canonicato in Modena , cui poscia
rinunciò a un Parmigiano suo amico, detto
Luca Cristiaui . Dopo aver per lo spaeio éi
un anno abitato in Parma, ei fu costrettola
toruarsene in Fsancia Tanno j342. L*Abaie
de Sade dice , che non si sa qual motÌTo a
ciò r astringesse (2); ma scegli avesse rifletr
tuto a ciò , eh* egli stesso narra non molto
appresso (3) , cioè eh* ei fu uno degli AuiIm^
sciadori inviati dal Senato e dal popol Romano
a complimentare il nuovo Papa Clemente VI.
eletto a* 7. di Marzo di quest'anno medesimo.,
avrebbe in ciò trovato il motivo del ritorno
del Petrarca in Francia ; perciocché io non
veggo pruova , eh* egli prima di quel tempo
vi si recasse . Egli ebbe a compagno in questa
Ambasciata il celebre Cola di Rienzi , e che
poscia negli anni seguenti fece al mondo si
grande strepito ; e frutto forse di questa am-
basciata fu il Beneficio Ecclesiastico ael Priora-
to di S. Niccolò di Migliarino nella Diocesi
di Pisa, cbe Clemente VI. in quesfanno gli
concedette con suo Breve pubblicato dairAo.
de Sade (4) • Ai suo ritorno in Francia ebbe
il Petrarca il dispiacere di più non trovare il
suo Vescovo di Lombes^ morto qualche tem-
po innanzi alla sua partenza d'Italia, e in
mmm^
(O Ib. p. 309.
(2) Ib. p. 37.
(3) Jb. p. 46.
(4) Pieces Justific. p* 54.
PSL PXTIUHCA. XXXYIl
^esi* anno medesimo , secondo i calcoli dèi
saddeltp Scrittore (t)^ egli ebbe il dolore di
tepararsi dal suo fratello Gherardo, che en-
tro fra* Certosini • Il soggiorno d* Avignone
ilsvegliò in seno al Petrarca la sua antica fiam*
ma per Lanfa } non però in modo , eh* ei se
ae lasciasse distruggere e divorare , senza ado-
perarsi ad estìnguere T ardente incendio . I
Dialogi'Con S. Agostino da lui composti , /x^/
decano sesia anno del suo amore (2) , cioè
Fanno i343. ^ ci fan conoscere , quanto desi-
derasse egli stesso di rompere i lacci , fra cui
trovaTasi stretto , e come , benché cercasse di
giustificare, come meglio poteva, il suo. amo-
ré per Laura , era nondimeno costretto a co-
noscere , e a confessare , che la sua passione
non era si innocente , come a prima vista
pareagli • A questa confessione cosi sincera
diede forse occasione una nuova caduta, ch*ei
fece, come ben congettura TAb. de Sade (3),
in quest* anno , in cui , probabilmente dalla
donna medesima, da cui avea avuto Giovan-
ni , ebbe una figlia detta Francesca , eh* egli
poi diede in moglie a Francesco da Brossano *
Egli ci assicura (4), che giunto al quarante-
nmo anno non solo ebbe orrore , ma perdette
ancor la memoria e 1* immagine di ogni azion
disonesta; e perciò la nascita di questa figlia
non può differirsi oltre quest* anno , che era
(i) T. U. p. 64. ec.
(2) Oper. Voi. I. p. 398.
(3) L« e. p. 139.
(4) Bp. ad Poster.
/
XXXTIII T I T A
per lui il trentesimo nono di età ^ né puii
attribuirsi al poco oueslo commercio da li4
avuto in Milano con una donna della famifi^ib
di Beccaria , come hanno scritto moltissimi (1)1
degni però di scusa , perchè il vedean narrattl
da Girolamo Squarciaéchi , che nella Vita d^
Petrarca racconta di averlo udito 'da Candidi^
Decemhrio , il quale assìcurollo , che così avaa
narrato suo padre , grande amico del Petrarca*
Clemente YI. avea in grande stima ìa^
prudenza non meno che il saper del, Petmr^
ca I é perciò essendo morto nel Gennajo «dei
1343.il Re Roberto, egli inviollo in suo no^
me in quest* anno medesimo a Pfapoli pe^^
trattarvi di alcuni affari con. quella Corte.»
ove regnava allora Giovanna nipote di Ro":
berto, in età di circa 18. anni. £i trovò Na-
poli , e la Corte in uno stato troppo diverso da
quello , in cui Tavea lasciata Tanno ]34i« (2)9
per Tabuso, che della loro autorità faceano
quelli , che co* lor consigli governavano la
giovin Reina • Ei nondimeno vi si dovette
trattenere fino alla fine di quest'anno i343«ff
e allora partitone sen venne dapprima a Par*
ma , donde uscito a* 23. di Febbrajo deir anncf
seguente , cadde presso Reggio in una imbo«
•cata, in cui per poco non perdette la vita
per una pericolosa caduta da cavallo, com^egU
stesso descrive (3) . Ritiratosi con gran pena
(1) V. Mem. de Petr. T. III. p. 45S.
(2) Famil. L. V. Ed. III.
(3) Ib. Kp. X.
DEL PETRARCA. XXXIT
Scandiano , e quindi renilto a Modena ^
iS9Ò a Bologna ^ a onde , secondo TAbate de
ide(f), ei parti fra non molto perAyi^o*
e; e di là tornato nella, primavera del se^
;aen€e anno i345. , venne prima a Parma ,
NKcia a Verona fz) . Io confesso , che non
indurmi a cre(Ìere questo viaggio del Pe-
nrca in Avignone; o almeno non v^^o ^
pai forti prnove ne arrechi PAb. de Sade.
A coronazione del Prìncipe Luigi di Spagna
Df Re delle Canarie , che dal Petrarca si ac*
eona (3) , accadde certamente nel Novembre
Id 1344. ; ma il Petrarca non dice di esservi
tato presente . L* Abate de Sade si fonda sin-'
idarmente sull* Egloga del Petrarca intitolata
Jivortium , cui egli crede scritta ali* occasione
el partir eh* ei fece nel i S^S. da Avigno^
e (4) . Ma in quest* Egloga egli dice , che
là da quattro lustri serviva il Cardinal Co^
>iina : per quatiior inde Servio lustra tibi^
ir il Petrarca solo nel i33o. aveii conosciuto
nel Cardinale, come confessa lo slesso Abate
e Sade; e perciò nel i345. appena compi-
asi il terzo lustro . E 10 credo, perciò f cne
iebba differirsi quest* Egloga alla partenza ,
:be da Avignone fece , come or diremo , il
Petrarca nel 1347., in cui correva il quarto
ostro della sua conoscenza col Cardinale Co^
onna , e che il Petrarca non partisse dair Ita^
Ci) T. il p. /95.
(z) Ib. p. S24.
#a) De Vita iiolit. L. II. s-rt. Vf. C. 111.
f4) Eoi. Vili.
tL T I T A
Ila che Terso ^a fine del ]345. Oemente TI.
rìvidelo con piacere, e gli offri T onorevole
impiego di Segretario Apostolico ; ma egli ni-
mico di ogni cosa, che rendesselo schiaro ^ e
ora e poscia altre Tolte se ne sottrasse; e per
la stessa ragione non si Tolle mai prevalere
delle liherali offerte, che lo stesso Pontefice
5iù volte gli fere , di sollevarlo a cospicue
ignita • Egli avrehbe bramato di viver sem-
pre nella d^^lce sua solitudine di Valchiusa;
ma le amicizie sue co* personaggi più ragguar-
devoli d^Avignone , e gli affari , in cui da essi
era adoperato non rade volte, ne lo teneano
suo malgrado lontano più che nou aTrebbe
Toluto . La sollevazione di Cola di Rienzi da
noi altrove accennata , che cominciò V an-
no 1347. , occupoUo non poco • 11 suo amo-
re , e il suo trasporto per Roma gli fece dap-
prima ravvisare iti Cola un Eroe, che doTca
JTompere ì fen'i , fra cui giaceva avvinta , e
richiamarla air antico splendore; e perciò egli
scrisse in quest* occasione quelle eloquenti e
patetiche lettere, alcune delle quali si hanno
alle stampe traile sue opere , altre si conser*
Vano manoscritte nella Real Biblioteca di To-
rino • Ma poscia ei riconobbe por trcppo ,
ehe colui non era che un pazzo frenetico , e
à Tergognò dell' errore , in cui era caduto ,
credendolo destinato a ricondurre i tempi
della Romana Repubblica . Nel Novembre deU
lo stesso anno 1847. partito da Avignone sen
venne a Genova , e quindi a Parma , e di là
al principio del 1.348. a Verona, ove egli avea
il suo figlio Giovanni sotto la direzione di
DEL raTKAKCl • ^fJUL
RìnaMo da Yillafranca ; e di qua più proba-
iMlmenle che non da Parma , come seme
TAbate de Sade (i), passò per la prima volta
a Padova « e vi conobbe Jacopo da Carrara ,
da cui e allora , e poscia fu sommamente
onorato • Era questo il funestissimo anno del«
r universa! pestilenza , che menò strage si lut-
tuosa in tutta r Europa . Fra quelli » che ne
rimasero vittima , fu ancor Laura , che morì
a* 6. di Aprile dopo aver fatto tre giorni in-
nanzi il suo Testamento pubblicato dalKAb.
de Sade (2) , donna , che » se crediamo al
Petrarca, a una rara bellezza congiunse una
più rara virtù, e che lungi dal fomentar la
passione , di cui egli per essa ardeva , cercava
col suo esempio di sollevarne T amore a più
nobile e più degno oggetto • Ciò che è certo si
è, che si sono troppo ingannati coloro , che fa-
cendo un assai diverso carattere ce Thanno rap-
presentata come zitella non molto sollecita del
suo decoro , e hanno scrilto , che Clemente TI.
cercasse d^ndurre il Petrarca a prenderla iu
moglie ; poiché dai monumenti pubblicati dal-
l'Ab. de Sade evidentemente raccogliesi, ch*eì
non prese ad amarla , se non dappoiché ella
era già unita in matrimonio a Ugo de Sade.
Il Petrarca ne ebbe la trista nuova a* ig. di
Ma^ìo , mentre trovavasi in Parma • Ed è
facile a immaginare qual dolor ne provasse •
La seconda parte delle sue Rime ne fa testi-
ci) L. e. p. 433.
(1) Piec. Justìfic. p* 83*
XLlì TI T À
mortio , e nn^ altra memoria ne voile egli la-
sciare nelle ]mtoìe , che pose iu fronte al ce^
lebre suo Codiceli Vimlio « che or conserrasi
neirAmbrosiana in Milano {^)i moonmento»
di cui alcuni han voluto rivocare in dubbio
1* antorità , ma che non dee punto sembrare
dubbioso dopo la testimoniansa di molti Pre-
fetti di quella Biblioteca , e singolarmente del-
r eruditissimo Sassi (i) 9 e dopo le ragioni
luiigamente recatene dairAbale de Sade (2).
Benché esso si legga in molti Scrittori della
Vita del Petrarca , parmi però di non doverlo
Srui omettere ; e 10 mi tatrò dell^ edizione
attane più esattamente di tutti sullo stesso
originale dal sopraccitato Sassi : Laura propriis
virtutibus illustris j ei meis longum celebrata
camtintbus , pfimum sub ocuUs meis apparuU
sub primum adolescentìae rneae tempus Anno
Domini M. CCC. XXV IL die VI. mensis'
j4prilis in Ecclesia S. Clarae Avimone hora
màtntìna . Et in eadem Civitate eodem mense
Aprili , eodem die VI* eadem hora prima ,
Anno autem M. CCC XLVIIL ab hoc lu€)a
lux i/la subtracta est , cam ego forte tane
Veronae essem , heu fati mei nescius ! Ru^
mar autem infelix per litteras Ludovici mei
me Parmae reperit Anno èodem mense Majo^
die XIX. mane • Corpus Hhid castissimum-
atque pulclierrimum in loco Fratnim Minorum
O Ora trasportato a Parigi .
(1) Hisl. Typogr. IMedioI. p. 377.
(2) T. I. Not. p. So. eie.
DEL PETAÀRCÀ. XLlll
repositwn est eo ipso die mortis ad K^esperam»
Animam quidem ejus , ut de Africano aiù
Seneca, in Coelum^ unde eraù , rediisse per»,
suadeo mihi. Hoc autem ad acerbam rei me*,
morìam , amara quadam dulcedine , scribere,
vision est hoc potissimum loco , qui saepe sub
oculos meos redit , ut scilicet nihil esse debe^,
ret , (^ quod ) amplius mihi placeat in hac wV
ta , et effracto majori laqueo , tempus esse
de Baby-ione fugiendi , crebra horum inspe*
elione , ac Jugacissimae aetatis aestimatione
commovear , quod praevia Dei gratia facile
erit praeteriti temporis curas supervacuas ,
ipes inanes , et inexpectatos exiùus acriter ac
viriiiter cogitanti •
Più altri amici perdette *il Petrarca ia
questa occasione , e singolarmente il Cardinal
Colonna suo gran Protettore , che mori in
Avignone a* 3. di Luglio. In Parma ei passò
il rimanente di queir anno , e quasi tutto il
seguente, come confessa lo stesso Abate de
Sade (i) , il quale per altro avea già asseri-
to (2) , che il Petrarca non area passato un
anno intero a Parma , che solo ritornando,
da Roma dopo la sua coronazione . Verso la
fine del 1849. egli andossene prima a Carpi
a ritrovarvi Manfredi Pio Signor del luogo ,
pòscia al principio del i35o. a Mantova, evi
lu onorevolmente accolto dai Gonzaga , che
aveano la Signoria di quella Città , e di là
(i) T. in. p. 38. et 48,
(1) T. II, p. 38.
XLIV y 1 T A
pa^ a Terona , e a Padova , ove Jacopo da.
Carrara , per trattenerlo presso di se , lecegU
avere un Canonicato . Mentre egli era in que-
sta Città , riflettendo allo stato infelicissimo
deir Italia , che priva della presenza del Pon-
tefice e deir Imperadore , era continuamente
sconvolta da gravissime turbolenze^ mosso
dair amore e dal zelo , che per essa avea in
cuore , scrisse a' 24. di Febbre jo di quest' an-
no i35o. una eloqueiitissima lettera (i) al-
rimperador Carlo lY. esortandolo a venire
in Italia , e sollevarla da* mali , da cui giaceva
oppressa ; alla qual lettera avendo V Impera-
dore risposto solo tre anni appresso , ìi Pe-
trarca replicogli con altra lettera , che non è
fralle stampate » ma di cui ha dato un lungo
estratto TAbate de Sade (2) . Tornato poscia
a Parma , determinossi sul finir della state ,
air occasione dell' Anno Santo, che allor cor-
reva, di fare il viaggio di Roma , e allora fu
che andandovi ei vide per la prima volta Fi-
renze sua patria , e vi conobbe personalmente
})iù amici , che il suo sapere aveagli conci-
iati . Una caduta da cavallo , eh* ei lece pres-
so Bolsena , e per cui a stento si potè con-
durre fino a Roma , costrinselo ivi a guardare
il letto per multo tempo . Finalmente, ricupe-
rate le forze , ei si valse di quella occasione
non solo per esaminare di nuovo le antichità
di Roma , ma ad accendersi sempre più ne* sen-
(f) Oper. Voi. I. p, 590.
(a) T. UL p. 340,
DEL PETEARCA •
timenli d* ona sincera pietà . In una lettera ,
oh* esyi scrìsse diciassett anni appresso al Boc-
caccio , già da molti anni, gli dice (i) ^ ma
pia perfeùtamentQ dopo il Giubbileo io rimasi
si liùero da quella pescilenza ( della disouestà ) ,
che ora io P odio infinitamente , più die non
ì amassi una volta; talché al tornarmene il
pensiero alla mente , io ne pruovo vergogna
e orrore. Gesiì Cristo mio liberatore 'sa , / io
dico il vero : egli , che spesse volte da me pre^
goto con lagrime , mi ha porta pietosamen-
te la destra , e a se mi ha sollevato • Tor-
nato da Roma a Padova sul finire delF anno,
tì trovò morto il suo Protettore Jacopo da
Carrara , ucciso da Guglielmo suo parente •
Ma egli ebbe in Francesco , che succedette a
Jacopo y un Mecenate ancor più magnanimo •
La vicinanza di Padova a Venezia il condusse
talvolta a questa Città , ove egli strinse amici-
zia col celebre Doge Andrea Dandolo , e se
ne valse a cercare con ogni sforzo , ma con
K>co felice successo , di riunire in pace quella
epabblica con quella di Genova • Frattanto
ì Fiorentini , riconoscendo di qual disonore
lor riuscisse, che fosse esule dalla lor patria
,chi era avidamente cercato da tutte le Città
d' Italia , risolverono non sol di rendergli i
beni paterni già confiscati , ma d' invitarlo
ancora alla nascente loro Università , e gPin-
viaron perciò a Padova il Boccaccio , che gli
recò a nome di quel Comune un* onorevolis-
(i) SeniL L. VUI. £p. I.
Itt^ T f T A
sima letten . Il Petrarcm parre dappruna di*
sposto a secondare la brama de* saoi Concìtr*
ladini; ma cambiato poscia pensiero^ toroosseae
nel Giogno. di quest anno medesimo i35i« in
Francia, e divise il soggiorno parte nelU sua
solitudine di Valchinsa , par:e nella Gìtk d'Avi»
gnone , p\e si trattenne due anni , e vi fu
testimonio della morie di Clemente VI. acca-
duta a* 6. dì Dicembre dei f352. , e della ele-
zione del Cardinale «SlefAno Alberti , clie pre%e
il nome dMnnocenzo VI. Questi non avea del
Petrarca opinione sì favorevole come il suo
predecessore , anzi troppo facilmente credendo
alle voci del rozzo ]>opolo , e sapendo che il
Petrarca era Poeta , temeva , che in conse-
guenza ei fosse ancor Mago • E questa fu la
cagione probabilmente, per cui il Petrarca
determinossi a tornare in Italia nel Maggio
del i353. , senza aver mai voluto presentai-si
al nuovo Pontefice . Ei venne a Milano con
intenzione di passar oltre; ma Giovanni Vi-
sconti 9 che n* era Arcivescovo e Signore , A
amorevolmente lo accolse, e si fortemente lo
strinse a trattenervisi, eh' ei fu costretto a fis-
iMrvi la sua dimora , ed abitò per qualche
tempo presso la Basilica di S. Ambrogio , poscia
nel Monastero di S. Simpliciano . Tutta la fa-
miglia* de' Visconti gareggiava nell'onorario,
e Giovanni volle , eh' ei fosse ammesso fra
quelli , ohe formavano il suo Consiglio di Sta-
to ; e ìnviollo nel i354. a Venezia al Doge
Andrea Dandolo per tentar di nuovo la con-
ci iision della ])acc f ralle due sempre gelose,
e sempre nimiche Repubbliche ; ma questa
DEL. PKTEÀllCA • X|,¥U
Tolu iiooora egli adoperossi iutUilmeiite , e
doTette tomarseae a Milano poco lieto del
jraito ddla sua eloquenza. Morto nello stesso
anuQ GioyanDi Visconti » e succedutigli i tre
.Nipoti Matteo, , Baroabó , e Galeazzo , il Pe-
trarca si strìnse singolarmente a quest* ultimo^
da cui fu sempre, come altrove abbiamo ve-
duto 9 con ogni onore distinto • Nel Dicembre
deir anno medesimo andossene il Petrarca a
Mantova air Imperador Carlo lY. che sceso
finalmente in Italia « avea inviato a Milano
uno suo scudiero, perchè gli conducesse in-
nanzi un uomo si celebre , e qui sommamente
bramava conoscere di presenza • Le accoglien-
ze , che, al vederlo gli lece , i discorsi , ch'ebbe
con lui , che dal Petrarca descrivonsi a lun-
go (i), e Je premurose istanze, con cui e in
Mantova , e in Milano , ove poscia recojBsi
Carlo , cercò di condurlo seco a Roma, sono
una chiara pruova dell' alta slima , in c}ii egli
avealo • Il Petrarca sperava , che Y Italia do-
vesse da questa venuta di Carlo ricever grandi
vantaggi; ma ei fu ben dolente ed atilitto,
quando udì, che pochi mesi appresso Tlmpe-
radore , senza aver recato alF Italia vaptaggio
alcuno , erasene con poco suo decoro ritor-
nato in AllemagAa • Èi non potè rattenersi
dallo scrivergli un* amara e pungente lette-
ra (a) , rimproverandogli Y indolenza 9 con cui
abbandonava T Italia sommersa in un abisso
. .f ■ ^ ■ ■ ■ «■! Il H I ■ J ^ I ii n p iw .- .
(1) Mem. de Petr. T. IlL p« 379. eie.
(2) Ib. p. 4 IX.
YLTin VITA
di mali , e IcseiaTa sempre più ar^rflure la tua
medesima dignità.
Io Qon so , se il Petrarca inaiasse vera-
mente questa lettera a Carlo . Ma se questi
la ricevette , non iscemò punto per essa la
stima, in cui aveane l'Autore . Perciocebè
questi inviato a Praga Tanno i356. da Ga-
leazzo Visconti per distogliere Tlmperadore dal
pensiero , che diceasi aver concepito , di sceu-
aere armato in Italia singolarmente contro i
Visconti , fu dfi lui accolto non altrimenti che
ìq Mantova con sommo onore , e tomossene
poco appresso a Milano , lieto di potere ac-
certar Galeazzo , che l' Imperadore a tutt* altro
pensava , che a cotal guerra ; e non molto
appresso ei ricevette un onorevole diploma
Imperiale , in cui gli si dava il titolo di Conte
Palatino . 11 Petrarca amava la solitudine ; e
perciò scelse una Villa lungi tre miglia dalla
Città , presso alla terra di Garignano , e alla
Certosa ivi fondata da Giovanni Visconti • Ella
diceasi Linteruo-, e il Petrarca solca talvolta
scherzando chiamarla Inferno (i). Ivi si riti-
rava egli spesso, e qual vita vi conducesse,
e qual fosse lo stato del suo animo a questo
tempo , udiamolo da alcuni passi di due sue
lettere scritte a Guido da Settimo , che si
posson vedere riferite distesamente dairAbate
de Sade (2), poiché mancano nelle edizioni
di Basilea • E io volentieri ne dò qui un
(i) Ib. p. 447.
DSL PEt9lÀiieA • xLpr
esMtCD , -Transliè esse -ci danti o 'tma ' ^tustksiT
ma idea ae*co§tumi e dell' indole di questo ia*
camparabil *uomo ; e dopo 'esse non fa d^uo*
pò, .cii*io nti trattenga a dirne più oltre : //' *
lénofé' della mki\vita , dice egli , è sempro
stato -^uniforme y dacché col crescer degli ar^
ni si è' in mie estinto f ardor giovanile ^ e
quella fanesta fiwnma , che si lungo tempo
mi* ha divorato. Ma che dich' iol-Ella è an*
li stata una celeste rugiada , che [ha smor*
saUUi Non veggonsi forse ogni giorno de'vec*
chf a gran disonore dell' wnanità sepolti neU
la incontinenza ? . . • • A somiglianza di uno
stanco viaggiatore io raddoppio il passo, a
misura, che Deggo accostarsi il termine della
mia carriera. Io leggo e scrivo giorno e not^,
te y-e coU alternare a vicenda il leggere e
lo scrivere mi vo sollevando . Queste sono
tutte Le mie occupazioni , e tutti i miei pia-'
ceri . . . La mia sanità è si forte , sì robu*
sto il mio còrpo , che ne un età pia matura ,
né occupazioni più serie ^ né l' astinenza , né
i flagelli non potrebbono domar del tutto
questo ricalcitrante giumento, a cui fo con^
iinua guerra. Io mi confido nella grazia di
Dio ; senza essa cadrei certamente , come
altre evolte tm è avvenuto. Spesso al finir dell',
inverno mi fa d! uopo ripigliar V armi ; e an-
che al presente io combatto per la TTiia libera-
ta .. . Tutta la mia speranza si è , die colV
ajuto di Gesà Cristo vincerò que^ nimici, che
in gioventù tante volte ini fuin vinto , e fre^ '
nero questo rivoltoso giumento , i cui movi-
menti sì spesso mi turbano il riposo. Per eia ^
Petrarca VoL 1. d
f, T I T ▲
che è de beni di fortuna , io sono ugualmen-
te lontano dd due estremi; e pormi di essere
in quella mediocrità , che è tanto a bramutd.
Una scia cosa può ancora eccitare H altrui
invidia ; cioè , eh' io son pia stimato che non
vorrei , e più che non conterrebbe alla mia
quiete . Non solamente il più gran Principe
a Italia ( Galeazzo Visconti ) con tutta la sua
Corte mi ama e mi onora , ma il suo popolo
ancora mi rispetta più , die non merito , mi
ama senza conoscermi e senza vedemù ; per-
ciocché assai di raro esco al pubblico ;
forse perciò appunto io sono amato e stimar
to. Ho già passata a Milano un Olimpiade,
e comincio C ultimo anno d' un lustro. • • •
La bontà , che tutti qui hanno per me , 7ni
stringe a Milano per modo , che io ne amo
perfino le case , la terra , V aria , e le mu-
ra , per non dir nulla de conoscenti , e de-
gli amici . Abito in un angolo assai, rimoto
della Città verso Ponente . Un' antica divo^
zione conduce tutte le Domeniche il popolo
alla Chiesa di S. Ambrogio , a cui son w
cino : negli altri giorni egli è un ^ deserto .
Molti eh io conosco , o che desideran di co-
noscermi , nùnaccian di venirmi a vedere ;
ma o rattenuti da loro affari , o atterriti dat^
la distanza , non vengono. Ecco quanti vttrir
^S8^ '^ raccolgo dallo starmene presso que-
sto gran Santo . Egli mi consola colla sum
presenza , ottiene all' anima mia i farvori dal
Cielo , e mi risparmia non leggier noja . • \
Quando esco di casa o per soddisfare a miei
doveri col Sovrano . o per altra motivo di
DKL PBTRAKCA . • U
eam^enienza , il che accade di ràJU^ ^ io sa^
hUo tutu a destra ed a sinistra con un senk-
fUce piegar di capo , senza parlare , e senza
trattenermi con chicchessia . La fortuna non
ha rec€Uo alcun cambiamento al mio cibo ,
al mio sonno , cfie doì ben sapete qual è ;
anzi ogni giorno ne scemo parte , e fra poco
non rimarrà pia , che scemare . Io non istò
a letto ^ che per dormire, purché non siain*
ferrru} . . . appena svegliato ne balzo fuo^i »
e passo nella mia Biblioteca , e questo paS'^
gaggio segue di mezza notte , trattone quan^
do' le notti son troppo brevi ^ e quando lio
dovuto iDe^iare • Alla natura concedo solo
ciò , eh* ella Duole imperiosamente , e ciò
che non le si può ricusare . // cibo , il son*
no^ il sollievo variano secondo i tempi ed i
luoghi . jimo il riposo e la solitudine ; ma
cogli amici sembro un ciarlone , forse perchè
gli veggo assai rare volte ; ma col parlare di
un giorno compenso il silen2Ìo di un anno . . •
Pel tempo di state ho presa una assai dell'
ciosa casa di campagna presso Milano , ove
l'aria è purissima^ e ove ora mi trovo. Me^
no qui t ordinaria mia vita ; se non elèe vi
sono ancora pia libero , e pia lojitano dalle
noje della Città • Nulla mi manca , e i con*
tadini mi portano a gara frutta , pesci , ani-
tre , e selvatici d ogrU genere, Avvi non lun^
gi una bella Certosa fabbricata di fresco ,
ave io trovo ad ogni ora del giorno quegli
innocenti piaceri , clte jmò offrire la Religio^
qe. Io volea quasi alloggUurrd entro del Chio*
Hroj; que buoni Bisligiosi rì consentivano^ 9
MI • T I 1» A
parean anche hrmmarloi ma ho creduto n
^igr consiglio lo stantiarmi non lungi i
essi 9 sicché potessi assistere ai santi loro esi
ci2j. La lor porta mi è sempre aperta ; p
vilegio ad assai poclii concesso . • • f^oi if
lete sapere ancora lo stato di mia fortum
e se dobbiate credere alle i^od , che si spé
gono delle mie ricchexie. Eccovi la pura %
rità. Le mie rendite sono cresciute , il co
fesso ; ma la spesa ancora a proporzione
cresciuta • f^oi mi conoscete : io non sai
mai stato né più povero , né più ricco • J
ricchezze col moltiplicare i bisogni ^ e i s^
siderj riducono a povertà . Ma io finora i
sperimentato il contrario . Quanto più i
avuto , tanto meno ho bramato : /' aboonda
za mi lui renduto più trampsillo e pifi moà
rato ne^ miei desiaerj . Ciò non ostante m
so clic mi avverrebbe , se avessi grandi ricchi
ze : elle forse produrrebbono in me V effeti
die han prodotto in altri.
Io spero « che nou sarà stato disca
a* mìei lettori V udir finora parlare di se n
desimo il Petrarca, la cui sincerità nello se
Srire tutto il suo interno a* suoi più \
eli amici non può a meno , che non ce
faccia ascoltar con piacere • Così passò il I
trarca ora nella sua Villa, or in Milano \
anni , caro a Galeazzo Visconti , con cui a
dò talyoltii a Pavia , poiché questi ne ebbe
dominio } ne io dubito punto , che alla fc
dazione, che in questa Città fece Galeaz
di una splendida Università , non concorres
Qiolto co suoi coqsigli il Petrarca. Alcuni n
DEL PETRAJICA» Ln\
demi Scrittori ci parlano di un'Accademia
di giovani letterati, che il Petrarca avea for-
mata nella sua Villa 4i Linterno ; ma io non
ne trovo cenno aè in tante le|.tere , in cui
esli ci parla pure si a lungo delle sue cose,^
ne in alcun antico Scrittore • L* anno i36o
Galeazzo invioUò a Parigi a rallegrarsi col Re
Giovanni uscito allora dalla cattività , che
lungamente avea sofferta in Inghilterra , e
ritornato al ino Regno. Il Petrarca vi fu ri*
cevuto con quegli onori , che a un uom si
celebre si doveano , e compito V ufficio in-
S'untogli fece ritorno a Milano nel Marzo
eU* anno seguente. Ivi egli ebliie lettera dall*
Imperador Ckrìo IT , con cui iuvitavalo alln
sua Corte ; ma egli era troppo «nimico dello
strepito e delt^ ambizione per accettarne le
offerte. Rispose a Carlo facendogli insieme
ringraziamenti e scuse» ma insieme stringen-
dol dì nuovo a tornare in Italia per rimedia*
re a* mali , che la travagliavano . L* Impera*
dorè era troppo lontano dal pensare a un
tal viaggio; ma non perciò offeso dal parlar
libero del Petrarca , essendogli in quest'anno
i36c nato finalmente un figlio , degnossi di
partecipargliene la nuova » e insieme gli in-
viò in dono una tazza d* oro di superbo la-
voro » come raccogliesi dalla lettera di riogra-
fdamento , che il Petrarca gli scrisse , e che k
stata pubblicata dalF Abate de Sade (i) . Et^a
allora il Petrarca passato a Padova , mosso
• probabilmente e dalle truppe straniere , che
(t) T. nL p. S59.
l'I
lilT . T I T A
davano il guasto alla Lombardia, e dallii pe*
aie 9 che in quest* anno vi menò di nuofo
grandissima strage, e questo fa poscia il ino
ordinario soggiorno, non ostanti i replicali
inviti , eh* egu ebbe a recarsi altrove . Inno-
ronzo VI. nello stesso anno i36i. gli offrì
1* impiego di Searetario Apostolico già da lui
ricusato altre volte , e abbiamo ancora la letp
fera, eh* ^li scrisse al Cardinale di Talei^
i*and (i), in cui dopo avergli detto, eh* egli
non potca a meno di non istupirsi , che un
Papa, il quale erasi ostinato a crederlo Ma*
go, lo giudicasse ora degno di occupare tal
carica , gli adduce poi le ragioni , per cui no9
potea accettarla. Ebbe ^i nello stesso anno
pressanti inviti dal Re £ Francia Giovanni ,
che avendolo in altissima stima desiderava di
averlo alla sua Corte. Bla ad essi ancora ei
seppe resistere con fermeua (a) • In questo
tempo medesimo nondimeno erasi il Petrarca
determinato a tornare a Valchiusa , cui erano
ornai dieci anni, com'egli stesso dice (3), che
avea abbandonata ; e già era perciò venuto
da Padova a Milano , ma le truppe annate ,
che infestavano i passi, gliene Kcer deporre
il pensiero , e per questa ragion medesima ei
non potè eseguire il disegno , che avea for-
mato di laccarsi alla Corte delP Imperador
Carlo , che avcalo premurosamente invitato p
■»
(I) Senil. L. I. Ep. III.
(s) Ib. Ep I,
(3) ih. £p« U.
DEL PETKAH€A • LT
e per cui erasi aia posto in viaggio tornando
da Milaao a Padova. La peste , che Tanno
i362i travagliò di nuovo 1* Italia , il condus-
se > come a più sicuro asilo, a Venezia, alla
qaal Città più altre volte ei reco&ù negli an-
ni seguenti , amato ed onorato dappiù ragg;uar-
deroli personaggi , e singolarmente dal Doge
Lorenzo G^Iso^che il volle pubblicamente as-
siso alla sua destra in occasione delle solenni
feste che si celebrarono in Venezia Y anno
i364. per le vittorie dalla Repubblica ripor-
tate sopra i ribelli delT isola ai Candia. Nella
State o neir Autunno soleva comunemente
trasferirsi a Pavia , poicbè Galeazzo che vi
Ceiceva la sua ordinaria dimora , non sapea
star lungamente da 4ai lontano • I Fiorentini
frattanto , a* quali sembrava cosa poca alla lor
Gttà onorevole , che un uomo si famoso non
Tenisse mai ad abitare nella sua patria , scris-
sero Fanno i365. al Pontefice. Urbano V. pre-
gandolo a onorarlo di un Canonicato o in'
Firenze o in Fiesole. Ma il Pontefice , che
stimava assai il Petrarca , e desiderava di averlo
alla sua Corte , diedegli in vece un Canoni-
cato in Carpentras ; benché poscia , sparsasi
in i|uesto tempo medesimo la voce, eh* ei
£3ise morto , dispose in favor d* altri non solo
di questo Canonicato, ma degli ^Itri Beneficj
ancora « di cui il Petrarca gr^deva. A questo
Pontefice scrisse Tanno seguente il Petrarca
una lunghissima lettera (i) , in cui con am-
iO Senil. L. VII. Fp. I.
I 1 1 I ■■"■— wfcii'^irtr' ^timmimm^mmvm
Ltl T J T A
mirabile libertà , e con pateticn doqveiiai -fai
esorta e lo stringe a ricondurre a Roma k
Sede Apostolica • E torse questa lettera stessa
ne diede V ultimo impulso ad Urbano » il
quale infatti nell'Ottobre dell* anno sedente
entrò in Roma • Ognuno può immaginare »
qual fosse allora il giubbilo del Petrarca* Eg^
sfogòllo in un* altra non men lunga lette-
ra (i) allo stesso Pontefice , in cui con esso
rallegrasi , che finalmente abbia fatta risorger
Roma e V Italia tutta air antica grandecza , a
lo esorta a non lasciarsi giammai condurre a
privarla nuovamente di sua presenza. Questa
g*!OJa fu temperata al Petrarca dalla morte del
piccol Francesco da Brossano suo nipote , e
fanciullo di due anni , nato dÀ Francesca sua
figlia 9 e da Francesco da Brossano « a cui il
Petrarca aveala congiunta in matrimonio. Ella
accadde in Pavia nel iSGS, mentre il Petrar-
ca trova vasi in Milano alle solenni feste , che
si celebravano per le nozze di Viola nta Vi-
sconti figlia di Galeazzo con Leonello secon*
dogenito del Re d' Inghilterra.
Urbano V. frattanto desiderava al som-
mo di conoscere di presenza un uomo » di
cui avea sì alta stima. Più volte V avea in-
vitato , e il Petrarca non era punto meno
impaziente di andare a far omaggio a un Pon-
tefice , che avea fissata di nuovo in Roma la
Cattedra di S. Pietro . Ma T età avanzata , e
le malattie 9 a cui cominciava ad esser sog-
(0 Ib. L, IX. Ep. I.
DRL PSTRARCA» LTII
n9 non gli permisero di es^g;aìre il suo
erìo si tosto come ayrebbe voluto « Fi*
nalmente V anno iSyo. determinossi a questo
TÌaggio , e fisitto prima il suo testamento , che
abbiamo alle stampe (i), parti da Padova;
ma giunto a Ferrara , e sorpreso da grave
infermità, in cui conobbe a pruova, quale
stima , e qua( amore avesser per lui i Mar-
chesi d' Este 9 fu costretto a tornarsene a Pa-
dova (2). Allora fu,ch*ei ritirossi nella Villa
d*ArquÌi divenuta celebre pel frequente sog-
giorno 9 che il Petrarca vi fece gli ultimi
quattro anni 4|i vita , e ove ancor si mostra
hi casa da lui abitata , che al presente appar*
tiene ali* illustre e nobil famiglia de* Conti
Dottori • Appena egli eravisi stabilito , che
con incredibil suo dispiacere udì la partenza
di Urbano , che abbandonata, di nuovo V Ita-
lia volle tornarsene in Avignone , ove ei mòri
quasi appena giuntovi in quest* anno medesi-
mo • Gregorio XI. eletto a succedergli non
avea stima punto minor pel Petrarca; e glie-
ne diede un onorevole contrassegno scriven-
dogli una lettera, in cui spiegava il deside-
rio che avea di giovargli. Ma il Petrarca non
ebbe il conforto , che sopra ogni cosa bra-
ci) Voi. II. Opcr. p. 1373.
(2) Nel secondo stampato Volume di Anecdoti in
Roma ; oltre alla lettera del Petrarca* scrìtta al Marchese
Niccolò d* Este per consolarlo nella morte di Ugo suo fra-
tello , vedesi ora per la prima volta pubblicata ( pag. 298 )
la cortese risposta, che il Marchese Niccolò fece al Pe-
trarca, da cui sempre più chiaramente si scuopre quanto
egli tose da quel gran prìncipe pregiato ed anato»
mava » di teder questo Pontefice venire a
Roma; poiché ei noi fece, che quando qua-
gli era già morto. Sperava il Petrarca di pò»
ter passare tranquillamente la sua Teochie^za
senza essere più costretto ad intraprendere
Tiaggi , o ad incaricarsi di affari ^ che ne
turbassero la quiete • Afa la guerra insorta
trai Veneziani , e Francesco da Carrara , e
la condizione « che a questo fu imposta , se
ToUe da quelli ottenere la pace, di mandare
a Venezia Francesco Novello suo &^\ìo a chie^
der perdono « e a giurar fedeltà alla .repnb*-
blica 9 costrinse il Petrarca a Umiare un^allra
Tolta a Venezia Fanno iSy^, poiché il Car*
rarese desiderò , cb* c^li vi aoeompagnasse
suo figlio , ne egli potè negarlo a un sì spleur
dido suo protettore , qual era Francesco . U
Petrarca ut destinato in quest^ occasione ad
arringare il Senato ; ma la maestà di queir
augusta assemblea turbollo per modo « che
spossato • com* era , dalle fatiche e dagli ani»
ni 9 non ebbe forza a parlare , e convenne
rimettere il discorso al di seguente , in cui
il tenne con più felice successo (i)« Tornato
il Petrarca a Padova e alla sua Villa d'Ar-
quà vi passò in continua languidezza senile
gli ultimi mesi di sua vita fino alla notte
seguente a*i8 di Luglio del 1374, nella qua-
le sorpreso da apoplessia , o , come altri forae
Eiù probabilmente scrivono , d* epilepsia , fu
L mattina seguente trovato morto nella sua
(r) Chron. Tanris. Script Rer. ItaL YoL XDL p* ySu
DEL. PETRIRCA • T.1X
BSdioteca col capo appogsiaito tu un libro.
Questa nelle diversissime circostanze , con cui'
da molti anche antichi Scrittori si narra la
morte del Petrarca » sembra la più Tcrisimi-
le; di ohe yeggasi oltre le Memorie dell* A*
bate^de Sade (i) , la Prefazione premessa
dairAbate Lazeri alle Miscellanee da lui pub^
blicate (i). Galazzo Cataro descrive la solen-
ne pompa « con cai ne furono celebrate le
esequie (3) : // deUo corpo fu messo in f^il^'
la in un arca su la montagna del terreno
di Padova , dove ad onore fu il detto Cor-
po a seppellire Messer prancesco da Càrra^
ra Principe di PadoTHi con il Vescovo , ed
Abate ^ e Preti ^ Monaci, e Frati j ed uni^
versabnente tutta la Chierisìa di Pados/a^ e
PadoDono distretto, e Cavalieri^ Dottori, è
Scolari , cK era in Padova andarono tutti
ad imorar detto Corpo , il quale fu portato
dalla sua casa éC Arquà sopra una sbarra
con panno d* oro , e con un baldacchino
d[ oro fodrato à arwellino . La detta sbarra
fu portata adi TLVI d Ottobre per fino alla
Chiesa d'Arquà , e li vi fu fatto un Real Sen-
mone da Messer Fra Bonaventura da Pe^
raga , che }u poscia fatto Cardinale , fece
detto Sermone . Dappoi la morte del detto
Messer Francesco Petrarca trorvossi aver
fatto molti libri , i nomi de' quali sono que^
(r) T. ITI. p. 798. ec
(a) T. I. p. 1 19.
(3) Script lipr. ItaL VoL XVIL p. ii3.
ti T I T A
Sii già di sotto scritti. Io dubito , che ove sì
legge adì XVI d Ottobre , debbasi leggere
invece da XVI Dottori poiché non mi sem-
bra credibile , che si differìsser tanto oltre le
niiie. Così di fatto racconta Andrea Bglio
>aleazzo, il quale aggiugne (i), che v! in-
tervennero ancora i Vescovi di Vicenza , di
Verona, e di Treviso ed altri Prelati « e che
poco tempo dopo g/i fu fatta uri arca di
pietra rossa alt antica , e messo dentro alt
arca sopra quattro colonne , e messa sul
sacrato di detta C/Uesa ^ ove fino al presen-
te si ritro{»a.
Tal fu la vita di Francesco Petrarca ,
uomo , di cui non giova , eh* io mi tratten-
ga a formare il carattere, poiché le cose che
finora dette ne abbiamo , cel fanno ab-
bastanza palese ; e cel dimostrano uno
de* più rari uomini , che mai vivessero
al mondo, o se ne consideri la vivacità
doir ingegno , il continuo studio , e la mol-
tiplicH.^ erudizione , o si veglia aver riguar-
<Io air indole amabile, e alle non ordina-
rio virtù , di cui fu adorno , pregi tutti
liiugi^larissimi , e die se vennero alquanto
osruruti da qualche ambÌ7Ìoiie d^li onor
la^llorarj, da qualche trasporto nel risponde-
ir ciUì aspr*> e pungente stile a* suoi avver-
sari, o da alcuni giovanili trascorsi, ebbero
)hmh\ ancora maggior risalto dal confessar ,
{ì) ih. i^ 11^.
DSL PETRARCA • LXI
che fece egli medesimo la sua debolezza, e
dal sincero pianto che sparse su'proprj falli.
Ma lasciamo le morali virlù , e parliamo
della Poesia Italiana «Il Petrarca avea sortita
nascendo qaella felice disposizione alla Poe-
sia , senza cui inutilmente si cerca di divenire *
Poeta, e ben il diede a vedere T avversione ,
ch'egli ebbe fin da* primi anni agli studj Le-
gali , e il toglier loro quanto poteva di tem«
fo per occuparlo nella lettura de* Poeti • La
oesia Latina era quella , che singolarmente
egli amava ; e foi'se s' ei non si fosse inna*
morato di Laura , noi non avremmo nel
Caazioner del Petrarca il più perfetto mo-
dello di Poesia Italiana. In fatti ei non parla
giammai de* suoi versi volgari, che come di
scherzi giovanili , e confessa , eh* egli era
stato più volte tentato di gittargli alle fiamme »
si per la frivolezza delf argomento , come
Serchè essi spargendosi pel volgo , e passan-
o di mano in mano, e di bocca in nocca »
si venivano stranamente sconciando e alteran*
do , sicché era didicilissimo Taverne una co-
pia esatta e corretta (i). Ei dice inoltre, che
se avesse creduto , che i suoi versi Italiani
dovessero avere si grande applauso , avrebbe
cercato di ripulirgli vie maggiormente^ e di
perfezionarne lo stile:
S" io avessi creduto , che sì care
Fosser le voci de' sospir miei in rima^
(t) SeniL L. V. Ep. lU. L. XUL £p. IV.
tm VITA ^ ^
Fatte t avrei del sospètoì^ mio prima
Innumere pfft spesse^ in sii pia rare (i)»
Certo è prrò« che il Petnroi era diligep^i^
éimo nel rÌTeda^ , e nel ocNrregnre più e
più Tolte le sue Poesie « e ne anbiamo ia
praoTa i frammenti originali pubblicati dal*
rUbaklini Tanno 1642. « e pm aggiunti alla
odìiione del Muratori F anno 1711.9 e a quella
l'atta in Padova dal Omino Tanno lyda» ne*
quali si Temono lecoiTesioni diverse » die il Pe-
liarca faceva a un medesimo verso , e le uiÀ
maniere^ con cui egli T andava cambiando»
lincbè avesse trovata quella che più piaceva-
gli. In tal maniera noi abbiamo avuto il
Cantoniere di questo immortai Poeta» guasto
però » com* io erodo » e come abbiamo udita
dolersene lui medesimo, in più luoghi da*Co-
pìsti ignoranti • lo non prenderò qui ne a
rilevarne i pregi » ne a noverarne 1 difetti •
Che nelle Poesie del Petrarca s* incontrino
non rare volte fredde allusioni, concetti raf*
tinatt , pensieri più ingegnosi che giusti , non
av vi , a mio credere , uom di buon senso »
che per se stesso noi vegga, e se ne dee in-
colpare il gusto di que* tempi introdotto da*
Pro¥en/ali , e da' primi Poeti Italiani loro imi-
tatori sempi^e più propagato, di assottigliare,
e di anotomizzare , per così dire , T amore ,
e di seguir poetando T ingegno più che la
natura ; gusto da cui dee riconoscer T Italia
il si gi^n numero , da cui in addietro è stata
innondata , di iVeddissimi Petrarchisti, che non
(1) P- IL Sqo. CCUL
DEL PETRAKCi • LXIII
adendo forza per sollevarsi iti alto Oon quel*
lo , elidessi prendeano a loro guida , non 1 ' han
sdutto che ne' suoi errori « e ne* suoi travia^
meati. Ma checche sia di tai difetti, è certo^,
che nel Petrarca abbiamo un si perfetto ma»
dello di Poesia Italiana , ossia quand* egli'
sfoga pietosamente la sua amorosa passione,-
quando IcTasi più sublime , e prende più
nobili oggetti a scopo delle sue Rime, che
chiunque con saggio discernimento si faccia^
a studiarne le beller^ze e i pregi, purché Ili
natura fornito Y abbia di quelf animo e di
queir estro, senza il quale ninno fumai
Poeta ; potrà seguirlo d' appresso e nella leg*
giadria del poetare , e nella fama , a cui egli
giunse. E Tuolsi qui ancora riilettere, che
tanto più maravigtiosa si rende Teleganza , la
grazia, T energia, da lui usata nel poetare ,
quanto più scarsa era allora la lingua Italia-»
na , e non ancor giunta a quella copia e a
quella dolcezza , a cui egli singolarmente col
suo verseggiar la condusse. Alcuni pretendo-
no , che molto egli abbia tolto daTroveuzali , e
l'Abate de Sade decide (i), che non se ne può
dubitare dopo le ricerche fatte da M. de la
Carne su que' Poeti , in cui ha indicati co»
tali furti • Quest* opera non ha mai , ch^ io
sappia, veduta la luce, e perciò quanto e
facile air Abate de Sade l'affermare , che ciò
in essa vien dimostrato , altrettanto è a me
facile il negarlo , finché non si producano i
(0 T. I. p. 154.
T I T 1.
paS8i 9 che ne facciano prova. Io credo però ,
che se essi si producessero , si vedrebbe per
avventura, che ciò che il Petrarca ha preso
da* Provenzali, è appunto ciò, che vi ha di.
men bello nelle sue Rime, cioè que' raffinati
concetti , e quelle idee astratte , e que* senti-
menti , che non son secondo natura , di coi
essi si dilettavano. Tale è certamente il passo
indicato dair Abate de Sade (i), in cui il
Petrarca ha imitato un cotal Poeta di Va*
lenza del secolo XIII detto Messea Jordi »
dicendo :
ITal ni ha inpri^ion , che non m'apre , né serra ,
Né per suo mi ritìen , né scioglie il laccio ^
E non tri uccide Amor , e non mi sferra ,
JVè mi vuol vivo , né m trae d vnp accio (a).
Se il Petrarca avesse sempre usato di questo
5tile , ei sarebbe ben luagi dal poter esser
proposto come perfetto modello di Poesia. E
possiamo però conchiudere, che s egli ha
imitati i Provenzali .y ciò non è stato che a
suo e a nostro danno ; e che meglio avrebbe
egli fatto a seguir sempre la sua natura me-
desima 9 come egli ha fatto in que* Sonetti ,
e in quelle Canzoni , che sono fra tutte le
sue Poesie le più pregiate , e nelle quali non
si potrà si agevolmente mostrare , eh* egli
abbia tolta cosa alcuna de' Provenzali • Che
direm noi finalmente della infinita turba de*
Commentator del Petrarca? Grande sventura
(i) T. Ur p. 2S8.
(«} P. I. Son. CUI.
»
DEL PETRARCA. . ' "lXV
de' più eleganti Poeti! Vedere i lor versi si
barb<irainente straziati ^e contrafTatti da noiosi e
* freddi pedanti, allri de'quali , essendo tutt altro
che Poeti , voglion giudicare delle bellezze Poe-
tiche non altrimenti' che Apolliue e le Muse ;
altri troyano ne' versi de' loro autori senti-
menti e pensiei;i , eh' essi non ebbero mai ;
altri imbrattan le carte" di qùistioni si frivo- .
le e pedantesche , che felice chi può soste-
neroe per poco d' ora Ja fastidiosa lettura •
Da tal disgrazia non è ito esente il Petrarca ,
anzi non vi ha forse chi più di lui l'abbia
sofferta ; perciocché fra due o tre giudiziosi
Commentatori ei ne ha avuto gran copia di si
sciaaratiy che noi saremmo pure tenuti as-
sai ad uii incendio, che togliesse interamen-
te dal mondo le loro follie. Ma basti così di
^esto argomento , in cui troppo pericoloso
sarebbe il fermarsi più a luugo , o l'entrar-
vi più addentro.
Ma qui dobbiamo trattenerci per poco
a esaminare qual sieno le sue Poesie Latin'e,
die gli ottennero d'essere coronato d' alloro
nel Campidoglio con si splendida magnificen-
za. Già abbiam detto , cu ei ne fu debitore
singolarmente alla sua Africa . Ella non era
allora , che cominciata ; e il Petrarca conti-
nuolla poscia . nel soggiorno , che fece a Par-
ma dopo la sua coronazione, e talmente vi
si innoltrò , che egli stesso ne parla come
di Poema finito (i). Nondimeno è certo ,
CO EpisL ad poster.
Petrarca VoU I.
im VITA '
eh** ei non connderono giammai come o
compita, e in una leltera, che già Yccd
scrisse al Boccaccio (i) 9 parlando di e
dice : Africa mea , ipu» lune juvcnis noi
jam famosiorque quam vellem , curìs pas^
mu/tìs ae ffravibus pressa cansenuiti e 1
giugoe, che soli trealaqaaUro Tersi arm
ei confidati Y anno i3^^ a Barbato , da •
erano stali rendati pubblici più eh* ei 11
avrebbe volato. Quindi poiché ei fa mori
incredibile fu la soUecitudine de* più di
uomini di quel tempo, {>erchè essa non ^
risse. UAb. Mehus ha pubblicata una leti
del Boccaccio (2) a Francesco da Brossi
genero ed erede del Petrarca , ' in cai
chiede , che sia avvenuto dell* Africa , e
sia vero ciò , di che correa Toce , eh* i
fosse stata consegnata ad aìcaui, perchè ]
ma di pubblicarla la rivedessero e la con
ge<»sero , nel che, egli dice, non so se d
ba più ammirar V ignoranza di *chi ha d
tal ordine, o la temerità di chi T ha ac<
tato . Nella stessa maniera scriveva Colac
Salutato a Benvenuto da Invola (3) , e al si
detto Fraure<»co (4) , a cui ancora rendi
grazie di una copia, che aveagliene man
ta , dolendosi però al medesimo tempo , 1
gli avesse vietato ciò eh' ei pensava di (a
cioè d' iuviarue una copia air Università
(1) Senil. L. II. £p. I.
(2) L. e. p. ao3. ec.
(3; F.pifiol. Voi. II. Ep. m. et V,
^4) ^b. Ep. VI. et XVU.
DEL PBTEAaCA • LXTI^
JOM, , una a Parigi , uaa in Inghilterra ,
porne un* altra in qualche puoblico ed
eroi luogo in Firenze . Deesi adunque
iderare 1 Africa del Petrarca come uà
sa, a cui TAutore non potè porre T ul-
ulano, come l'Eneide di Virgilio. Le
ghe e le Epistole in versi si dee erede-
che fossero con più diligenza rivedute
E^ietrarca. Ne esse perciò sono un troppo
silo modello di Poesia Latina. Non giova
il cercare , onde sia avvenuto , che es-
pure il Petrarca uomo di non ordina-
ngegno e amaàtissimo della Lettura de*
ieri Poeti 9 ciò non ostante si rimanesse
lielro di si gran tratto • la aggiugnerò
iolo, che alcuni passi singolarmente del-
eghe del Petrarca son tali , che ben ci
rano, qual felice disposizione egli avesse
ottave , e quanto più felicemente vi sa-
e ei riuscito , se fosse vissuto a secol
iore. Rechiamone alcuni versi per saggio ,
sono il principio della seconda Egloga:
ureus oecasum jam sol spectabaù , equo*
^wuan iter urgthat facUi ùransmiltere
cursu •
se nemorum ùantam per recala multa
quietem
iderat lUla dies : passim saturata Jacebant
rmenta , et lenis pastores somrms habebat:
%rs teretes baculos ^ pars nectere serU$
canendo
X)ndea^pars agiles calamos. Tunc fusca
nUentem
tXVin VITA
Ohduxit PIujDhum nubeSf prmcepsque re*
pente
Ante expectatum nox affuit : horruit celher,
Scevire , et Jractis descendere fulmina
nymhis .
Z/iltior cetliereo penitus convulsa fragore
^ iCorruitf et coUes concussit et arva cupressus^
Solis amor quondam , soUs pia cura sepultL
Nec tamen evalmt fatalem avertere luctum
Solis amor , DiciU/ue pium sors dura fa^
7)orem .
Prcescius heu nimium vates tu Phcebefuisti,
Dum sibi , dumque aliis erit hcec lachryma-
bilis arbor^
DLxisti : ingenti strepitu tremefacta nume
Pastorum mox turba fugit ^ qucecunque
X sub illa
Per longum secura diem consederat umbnu
Pars repetit montes ^ tuguri pars liminaJìM'
Pars specubus , terrceque caput submitiit
Manti •
La Filosofia Morale ebbe un illustre Scrit-
tore nel gran Petrarca. Questo grand*uomo,
che se avesse avuti molti altri a se somiglian-
ti, avrebbe renduto anche assai più rino-
mato il secolo , a cui visse , a questa parte
ancora di studio si volse , e ne trattò più
argomenti con felicità maggiore di quella,
che in tempi sì tenebrosi potea aspettarsi.
Abbiamo i due assai lunghi libri da lui in-
titolati de Remediis utriusque fortunae , e
dedicati al suo amicissimo Azzo di Correg-
gio , i quali se non sono un troppo esatte
modello della maniera di scrivere in dialo-
DEL PETRARCA • LXIX
p^ Contengono però i migliori, e i più op-
ortuni avvertimenti , che in tal materia si
oasan dare. I libri della Vita solitaria, della
era Sapienza , del disprezzo del Mondo ,
lenchè abbiano molte rimessioni ascetiche, e
Sii ultimi singolarmente sembri , eh* egli
lia preso ad imitare le sincere ed umili
kmfessioni tli & Agosliao , con cui in essi
agiona , hanno nondimeno più cose tratte
la fonti della Filosofia Morale, e mostran lo
tadio , che il Petrarca avea fatto non solo
a gli antichi Scrittori di tale argomento ,
na , ciò che giova assai più , suir indole del
nere umano. Egli ci ha finalmente lasciati
lue per que* tempi eccellenti libri , uno sul
jof^emo della Repubblica indirizzato a Fran*
iesco da Carrara Signor di Padova , T altro
ai doveri di uu Generale d* armata , ch*egli
dtìò a Luchino del Verme General Coman-
lante dell' esercito Veneto. 11 Petrarca illu-
trò ancora in parte T antica storia , e singo-
armente con due sue opere dimostrò quan^
o in essa fosse versato . La prima divisa in
ioattro Libri , e intitolata Rerum Memoran-
ìaruniy in cui a somiglianza di quella di
(Talerid Massimo vien narrando più fatti,
jatti dalle antiche e dalle moderne Storie,
livisi ih più Capi, secondo le diverse virtù
y ì diversi vizj , a cui appartengono. L' altra
sono le vite degli antichi uomini illustri ,
^asi tutti Romani . Noi ne abbiamo traile
3pere Latine del Petrarca un Compendio ,
la lui cominciato per comando di Francesco
ia Carrara, e poscia, poiché il Petrarca fu
tXX T 1 T A
morto 9 continuato per ordine dd medesim*
Carrarese da Lombardo da Serico Padovano »
grande amico del Petrarca. E abbiamo ìnol-*
ire le medesime vite assai più ampiament«
scrìtte in lingua 1^1 tana , e sotto nome dd
Petrarca stampate Tanno 1476. nella Villa
Polliana presso Verona. Intorno a queste du6
diverse opere io incominciai già alcune mie
rìllessioni al Ch. Signor Abate Angelo Teo-.
doro Villa « già Pro^ssoré degnissimo di Elo*
quenza nell Università di Pavia , che volle
cortesemente inserirle nelle erudite sue Giunte
alla Biblioteca de* Volgarizzatori ddT Argela^ ,
ti (i). In esse io mi feci a mostrare , che
di quest* opera Italiana ancora -era Autore il
Petrarca , e che an;&i questa a lui doveasi intere*
mente, e che dei compendio una parte sole
era stata da lui composta , come è manifesto
dalla prefazione posta alla sua continuazione
dal suddetto Lombardo; è credetti inoltre
fondato su un Codice MS. citato da Monsi«
gnor Mansi , che |1 Petrarca avesse preso e
tradurre egli stesso la più ampia sua opere
dair Italiano in Latino , e che la traduzioner
medesima fosse poi dallo stesso Lombardo-
coodotta a fine . Quai ragioni m' inducessero
a cosi pensare, si può vedere nelP opera so«
praccitata. Ma un Codice MS. di queste Vite
più ampiamente distese , citato dal P. degli
Agostini (2) mi fa or dubitare di ciò che
allora ho affermato ; perciocché in esso si
(1) T, V. p. 761. ec.
(a) ScritU yenea. T. L p. 4 not i;
DEL PETRARCA. LXXt
: Hoc opus suprascriptum compUatuni
summum Poetam Utterali sermone Domi^
fn Franciscum Petrarcham , et in 'volgari
ynone reductum per Magistnan Donatum
Casentino ad instantiam requìsitionenique
jgnifici D. D. Nicolay Marchionis Esten-
r eie. lì che come si possa conciliare colle
gioni da me allora arrecate , lascio , che
nun ne decida, perciocché non è di que«
opera T entrare in discussioni di tal natu-
• Un* altra grand* opera avea egli intrapre*
, ma a cui non die compimento , e che
mbra interamente perita , cioè una Storia
nerale da* tempi ai Romolo fino a quelli
àV Imperator liito , opera da lui comincia--
ne* giovanili suoi anni , e poi interrotta
or rivolgersi al suo Poema dell' Africa . Ne
obbiam la notizia a'suoi Dialogi con S. Ago^
ino 9 intitolati de ContempCu Mundi , ne*
oali introduce il Santo a così ragionargli :
tanum ad majora jam porrigens libruin hi^
orìarum a Rege Romulo in Titum Cassai
jm , opus immensum , tefnporisque et labo"
'•s capacissimum aggressus es; eoque non^
um ad exitiim perducto • . . . ad Africani
. . . transmisisti (i).
Benché il Petrarca non possa esser com-
peso nel numero de' viaggiatori , se con tal
orna s* intendan solo coloro che viaggiano
er paesi non ben conosciuti , dee nondimc-
o considerarsi come un perfetto loro mo-
(i) Oper. VoL L p. 411:
LX3LII T I T A _
dello; poiché nelle descrizioni^ eh* egli ci ha ;i
lasciate , de* paesi che vide , ci scuopre cjuai i
debbaa esser le mire, quale il metodo, quali i
le osservazioni d* un viaggiatore erudito. Bel- i
le sono le lettere, eh* egli scrisse (i), nar- i
rando un giro che inirapi^se Tanno i333 :
per la Francia e per rAllemagna: Io ho z
corse , dice egli , di fresco le GaUie non già ■
per alcuno affare , ma scio per avidità di i
yedere , e per un certo ardor giovanile , e ■
mi sono innoltrato jino alle spofide del Re^ a
no , e nell* Allemagna , osservando allenta^ u
mente i costumi degli uomini, -godendo alla ■
wsta di sconosciuti paesi , e ogni cosa par
ragonando co' nostri ; e bencltè moUe cose g
magnifiche io abbia ivi vedute , non mi è
grave però F esser nato in Italia ; anzi a dir
"vero , quanto piii, mi avanzo viaggiando ,
tanto pia io t ammiro . Quindi siegue a de-
scrivere le cose più memorabili , che vedute
avea in Parigi , in Gant , in Liegi , in Aqui-
sgrana , in Colonia , in L} on , i costumi che
VI avea osservati, lo stato in che aveva tro-
vati gli studj , le tradizioni, che correano
tra *1 volgo , ed altre somiglianti cose , che
un uom dotto osserva sempre con piacere
«viaggiando. Altrove ei narra (i) il salire che
un giorno fece sulle cime del Monte Ventoso
nel Contado Venassino, e le cose che vi rin-
venne più degne d* osservazione . Bello è an-
Ib. L, IV* Ep. I.
DFX PETRARCA. LXXIII
Cora U ragguaglio, eh* egli ci ha lasciato (i)
del suo ortaggio pel Regno di Napoli , e le
riflessioni da lui fatte in queir occasione sulle
Città e sulle Ville di quelle Provincie, di
cui si- trova menzione presso gli antichi Scrit-
tori • Egli accenna ancora , uia oscuramen*
te (2), di aver cosleggiali i lidi di Spagna ,
di aver navigato Y Oceano , e ancor , come
sembra , di esser giunto in Inghilterra (3) ;
ma di ciò non ci ha lasciala più esatta con-
tezza • Avea egli intenzione di viaggiare an-
cora a* luoghi Sanli di Palestina , come si
raccoglie dalla prefazione delF operetta , di
cui ora ragioneremo ^ ma atterrito dalla
lunga navigazione , e da* pericoli che altre
volte avea sul mare incontrati , se ne asten-
ne. In vece però a un suo ' amico , che in-
traprendeva quel viaggio , è che avealo ri-
chiesto di volergli esser compagno , scrisse il
piccolo libro, intitolato Itinerarium Syrion
cum (4), in cui cominciando da Genova
tutti gli descrive minulamente i luoghi ,
eh ei dovea' veder nel suo corso , e le cose
che più attentamente dovea osservare , libro,
<:he alla Storia , e alla Geografia di que*
tempi reca non poco lume, e di cui mi
stupisco che non abbia fatta parola V Abate
de Sade ne' suoi tre Tomi ai Memorie per
la Vita del Petrarca . Chi fosse V amico , a
(i) Ib. L. V. Ep. rv.
(1) Carni. L. I. Epist. VII.
(3) Famil. L. III. Ep. I.
(4) Oper. Voi. L p. 617.
hxxir T I T A
cui il libro fu indirizzato , noi possiano co-
noscere da* G)dici stampati ^ e solo ▼cggia-
mo , eh* ei fu Milanese , poiché il Petrarca
a Ini parlando* gli dice patria tua Mediala^
num (i). Ma in un Codice a penna di qne-
ato opuscolo 9 che si conserra in questa Bi-
blioteca Estense, esso è indirizzato ad Do-
minum Joharmem de Mandello^ famiglia an«
tica e nobile in Milano, e che è probabil-
mente lo stesso, che Tanno i347 ^ Pode-
stà di Piacenza (2).
Scrisse egli altresì alcune InVettive con-
tro di un medico. Non y^ebbe per aTtentu-
ra giammai chi tanto si compiacesse di mot-
teggiare e deridere i medici ad ogni occa-
sione , e negli ultimi anni di sua vita prin-
cipalmente , quando pareva eh* ei dovesse
rendersegli amici , appena scriveva lettera ,
in cui non si ridesse di loro . Convien però
confessare a difesa de' Medici , che un pò*
di passione concorse a risvegliare nell* animo
del Petrarca queirodio o almen quel dispi^es-
zo , in cui gli avea • Racconta egli stesso ,
scrivendo a Francesco da Siena Medico allor
famoso (3) , che essendo infermo il Pontefi-
. ce Clemente VI , egli gli mandò dicendo , che
81 guardasse da* Medici , non già da tutti ,
ma da molti , e si ricordasse di colui , che
sul suo sepolcro avea fatto incidere : La
ipi
(1) Pag. 622.
(2) Fognali Memor. di Piac. ad iu an.
(3) ScniL L. XV. £p. UI.
DEL PBTAÀll^A. LXXT
moltitudine de* Medici mi ha ucciso ; che
))erciò ne scegliesse non due , ma un sólo ,
non ^ eloquente , ma dotto e fedele . Il
messo che portò al Pontefice questa amba«
sciata 9 non essendosi spiegato • troppo fdice-
meute , Clemente fé pregare il Petrarca , che
gli sponesse in iscritto ciò, che aveagli fatto
significar con parole • 11 Petrarca uboidi , e
scrisse ne* medesimi sentimenti al Pontefice. Il
Medico del Papa al veder quella lettera fre-*
mette di sdegno , e fece un* amara risposta
a] Petrarca , il quale allora compose e aivol*
gò i quattro libri dì Invettive contro di un
Medico , che ancor abbiamo , ne* quali egli
raccoglie quanto contro de* Medici si può
mai dure , con uno stile , eh' io certo non
proporrò per esempio di Filosofica moda^-
zione . D* allora in poi i Medici furono un
oggetto troppo spiacevole al Petrarca , il
quale , bencoè si protesti sovente a imita*
zione di Plinio, ch*eì non intende di biasi-
mare ne la Medicina , né i veri Medici , ma
solo i falsi, mostra però abbastanza di esser
persuaso , che non vi abbia ne Medico, né
Medicina , a cui convenga fidarsi.
De^a fralle altre d'essere letta, se pura
i Medici cel permettono , è una sua lunghis-
sima lettera al Boccaccio (i) , in cui descri*
ve la vanita e la pompa, con cui uscivano
in pubblico i Medici di quella età, con ve-
sti di porpora , con anelli preziosi , con ispro-
(t) StniL L. V. £p. IV.
ni dorati; e scherzando dice, che poco ti
manca , eh* essi non giuugano al solenne onor
del trionfo y poiché egli è vero « soggi ugne «
che pochi Yi son tra essi ^ che si possan
cantare di aver uccisi cinque mila uomini ,
Jruanti se ne richiedevano a ottenere il trion*
o 9 ma ciò che maiK^a al numero vien dalla
Sualità compensato, perciocché allor si ucci*
e?ano i nimici ^ or si uccidono i Cittadini ;
gli uccisori allora erano armati, or sono in
toga • Quindi dopo aver proseguito a ridersi
delle loro, come ei le cniama , imposture,
narra ciò ch*^li stesso avea udito dire da
tre Medici a que* tempi assai celebri , uno
de* qaagli aveagli conlessato sinceramente f
che se cento o mille uomini della stessa età ,
e della medesima complessione fosser sorpre-
si dalla medesima malattia , e la metà di
essi si valesse de^ Medici , quali erano a que*
tempi , r altra si curasse da se medesima ,
egli credeva di certo , che assai più di que-
sti secondi V avrebbon campata. Un altro in-
terrogato da lui , perchè non usasse egli de*
cibi , che prescriveva agli altri , aveagli ri-
sposto , che se il viver del Medico fosse so-
migliante a* suoi ^ consigli , o i suoi consigli
al suo vivere , ne perderebbe o la sanità o
il denaro • H terzo finalmente , di cui dice
gran lodi , richiesto da lui medesimo , per-
ché non esercitasse egli ancora la Medicina ,
risposegli eh* ei non era si empio , che vo-
lesse ingannare il volgo con un'arte così fal-
lace. Leggiadro ancora è il fatto , che nella
stessa lettera egli racconta di un vecchio
DEL PETRARCA. LXXVII
Medico della Valesia chiamato da Galeazzo
^sconti a Milano , perchè il guarisse dalla
Fcxia^ra, colla promessa di tre mila cinque-
cento scudi d* oro , oltre le spese del ^ viag-
gio e di un magnifico ricevimento • Quel
frimo giorno , dice , in cui egli arrivò a
MUano^ io stava cenando con Galeazzo ;
tpuÈndo un corriere spedito innanzi die av^
fiso , eh' egli era giunto, Galeazzo rallegros^
sene al sommo , comandò^ die se gli andas^
se subito incontro , e die fosse ricevuto ,
cani è^i costuma , con allegrezza , e con
pompa • Si mandarono innanzi cortigiani ,
servidori , e bavalli , e un 'destriero , su cui
egli dovea montare , da me stesso provato^
olire volte , più bianco della neve , più agii
de' venti , più mansueto di un agnello , più
franco di un monte • Su questo il Tedesco
Galeno entrò in Milano con gran concorso
del popolo , die il mirava con maraviglia ,
e sperava omai di veder risorgere i morti .
Già egli pel suo messo spedito innanzi avea
con autorità da Mèdico ordinato , die si
tenesser pronte ova fresdie ^ e tion so quali
altre cose per fame , come soglion costoro ,
un beveraggio all' infermo. Ali udir ciò tutti
stupirono; e alcuni il credevano un uom di-
inno ; ma io me ne stomacai al vedere la
temerità di costui , che a un tal infermo
non mai da lui valuto prescriveva così a
duo i rimedj. Essendo io frattanto tornato
a Pavia , non so che si facesse egli , o die
comandasse ne' dì seguenti. Ben so die poco
' appresso cominciò Galeazzo a star peggio
LXXTin VITA
del solito « e non molto dopo colui perduta
ornai o la speranza di risanarlo , o t impu^
denta di prometterlo , disse che non poteasi
coir arte far ciò ' eh* èjgU avea pensato ; a
che invece conveniva cercare certi libri Ma^
fpciy eh' ei chiama sacri; poiché in questi
era riposta fultifna speranza di guarigione.
Questi ora si stan cercando ^ non ^ so in qual
parte , e forse noi sa egli stesso ; ma la
speranza di tutti , e migolarmente di Ga*.
leaizo è ornai svanita . Cosi quella gran fa-
ma , e quella strana espettazione , e quella
immatura sollecitudine di aver rimedf ^ è fi*
mUmente imdata a terminare in Magia.
Un uomo , che Unte pruove avea Te*
date deir iacerlezza dell* arte « e del poco
sapere de* Medici de* suoi giorni « era ben
degno di scusa , se faceasene beffe . E molto
più eh* egli ebbe a fame la sperienza in se
stesso • Udiamolo qui ancora colle sue prò*
prie parole tradotte in Italiano narrare ciò
che gli avvenne, poiché egli ne* suoi racconti
ha una tal grazia sua*propria, che sempre
leggousi con piacere • ^gU otto ili Maggio ^
scrive egli in una sua lettera dell* anno 1370.
a Pandolfo Maja testa (i) , mi sorprese una
violentissima febbre , che mi è omdi fami»
gliare . Accorsero i Medici sì per comanda
del Padrone ( Francesco da Carrara,) sì per
la loro amicizia • Dopo aver lungamente ^
secondo il costume , conteso insieme , diffi^
(I) S«iuL L. XIIL £p. VUI.
DEL PETRARCA. LXXIX
furono , che a meiza notte io sarei morto , e
la notte era già cominciata. Tu vedi quanto
poco di vita mi rirnaneK*a ^ se era vero ciò
che sognavano questi nostri Ippocrati . Ma
io sempre pia mi confermo netl opinione ,
che ho formato di loro . Dissero , che il
solo rimedio a prolungare uu pocolino la
vita , era lo stringermi con certe cordicelle
per impedirmi il sonno , e che in tal modo
sarei forse giunto all' aurora : prezzo troppo
spiacevole di si poco acquisto ; mentre al
c€nUrario era certo ^cìie U togliermi in quello
stato U sonno , era lo stesso die il darmi la
morte. Non Juron dunque eseguiti i lor co-
mandi ^ perciocché io ho sempre pregati gU
ornici^ e ho coma(iJato a servi , che ntjn
si faccia mai sul mio corpo ciò die coinan'^
dine i Medici , e che se convien pure far
qualche cosa^ si faccia tutto il contrario.
Quindi io passai quella notte in un dolce e
profondo sonno e somigliante , come dice
Virgilio , a una placida morte • CJie pUt, ?
Io che a mezza notte dovea morire, al tor-
nare che alla mattina fecero i Medici , forse
per assistere al mio funerale , me ne stava
scrivendo; ed essi attoniti al vedermi , non
ebber altro che dire , se non die io era un
uomo maraviglioso. Ciò che qui narra il Pe-
trarca avvenulogli iu quel giorno , in un*al«
tra lettera genita Fauno seguente al Cardi-
nal Filippo di Cabassolc (i) dice , che più di
(i) Ib. L. XIY. Ep. XIV,
LXXX VITA
dieci volte nel cc»rso de^ due aitimi anni era-
glt avveauto • E non e perciò maraTi^lia ^^
che un uomo, il quale vi vera, per eoa di*
re , a disi>etto de* Medici , si ridesse di essi
non meno che de* lor consiglj , e delle lor
Medicine.
Oltre qualche altro Opuscolo Latino »
come r Apologia contro le calunnie di na
Francese , ed altri somiglianti di piccola
mole, e di non molto valore, debbono sin-
golarmente aversi in gran pregk> le moltissi-
me lettere, che di lui ci sono rimaste. Lo
stile non è certamente il più el^aute , ed
esse sono spesso troppo diffuse , e sparse di
sentimenti allo scrivere epistolare non trop-
po opportuni • Ma le infinite notine di qne*
tempi, che vi si trovano sparse per entro ,
e uua certa , più volte da noi osservata ,
amabile sincerità, con cui in esse parla il
Petrarca , le rendono utili non meno , che
dilettevoli a leggersi . Così ne avessimo edt- ,
zioni più corrette insieme e più compite !
Ma quelle , che ne abbiamo , son guaste da
tali e sì gravi errori , che spesso non è pos-
sibile r intenderne il senso . E inoltre nelle
Biblioteche di Firenze , in quella del Re di
Francia , e in altre si ha un grandissimo
numero di lettere del Petrarca , che non ban
mai veduta la luce , di che veggansi T Abate
Mehus (i) , e F Abate de Sade (2). E io mi
(1) Vìt. Ambr. Carnai J. p. 240 ec.
(i) Mom. dtt Pctr. T* L Ftcf. p. S^ ec*
DEL PETRARCA. hXXXl
BiaraTiglio » che ia uà secolo » come è que-
sto nostro, in cui tanto si è disotterrato di
aotichi monumenli, alcuni de* quali non sa-
rebbe stato gran danno , che avessero conti*
nuato a dormir nella polvere, fra cui giace-
vano , niuno abbia pensato a una intera ed
esatta edizione delle lettere di questo grand*
uomo , che spargerebbe lume si grande sulla
Storia del secolo XIV.
La fama , a cui era salito il Petrarca
pel suo valore nel poetare in amendue le
lingae « gli conciliava la stima e Y amicizia
di tutti coloro , che alla stessa lode aspira-
vano ; anzi egli era non poche volte impor-
tnnato da alcuni , che volendo pure sembrar
Poeti 9 e non avendo uè il talento, né lo
studio 9 che ad esserlo son necessarj , a lui
ricorrevano » perchè prestasse loro i suoi
versi , co* quali acquistare anch* essi la fama
di illustri Poeti. E piacevole è a leggersi ciò^
eh* egli scrive su questo argomento al Boc-
caccio : Tu ben conosci ^ die egli (i), costo^
ro^ die campan su versi ^ e questi ancora
non loro , il cui numero è or cresciuto a di"
smisura . Sono uomini di non grande inge^
gno 9 ma di memoria e di diligenia grande ,
e di assai più grande ardire. Frequentan le
Corti e i palazzi de gran' Signori^ ignudi
per lor medesimi , via vestiti degli altrui
versi , e recitando con grande energia le
pia eleganti Poesie or, di uno or di un altro ,
(i) Senil L. V. £p. Wk
Petrarca VoL I.
ttJttn VITA
singolarmente in lingua Italiana ^ it procace
èian da quelli favore , denari , stesti , e doni
et ogni altra sorta . Questi stromenti del lor
guadagno or ad altri gli chieggono ^ oragli
autori medesimi^ e o gli ottengono con pre-
ghiere 9 o gli comprano con denaro , se ciò
richiede t ingordigia o la povertà del iien^
ditore ; come avea già detto ancor Giove*
naie .
Esurit intactam Paridi nisi vendat Aga^en.
Quante volte vengon costoro a molestar^
mi e ad unportunarmi coUe lor preghiere i E
eosì faranno ^ io credo , €:on altri ancora.
Benché ornai cominciano ad essermi meno
molesti, o perchè sanno , che ad altri studj
or sono intento^ o per rispetto alla mia età.
Spesso^ acdoùchè non si avvezzino a darmi
noja^ do loro un aperta negativa^ né mi
lascio muovere da preghiere. Talvolta però »
singolarmente quando conosco la povertà e
la modestia di chi mi prega ^ la carità mi
sforza a dar loro qualche soccorso col mio
qualunque siasi ingegno , poiché ciò , che a
me non costa che assai breve fatica « reca
talora ad essi non piccol vantaggio . E so-
novi stati alcuni , clte essendomi venuti in^
nunzi poveri ed ignudi^ e avendo ottenuto
ciò , che bramavano , son poi tornati messi
ad abiti di seta, e ben arricchiti , a ringra--
Ziarmi ^ che per mio mezzo usati /ossero
dallo stato di povertà . Ciò mi ha talvolta
cosi commosso , che io avea proposto di non
negar mai tal graiia a chiunc/ue me la chie-
itsse, jHUtnàomi in tal maniera ài far loro
limosina ; ma poscia vinto dalla gran noja
ho cambiato pensiero . Cosi fin d* allora aT-
TenÌTa, ciò eoe forse aTTieoe anche al pre-
sente, che alconi si abbelliscano delle altrui
spoglie, e otiengan d'esser creduti Talorost
Poeti 9 finche troyano , chi sia lor liberale di
buoni Tersi 9 e finche non si scuopre la ric-
ca fonte, a cui essi berono* E forse alcuni ,
i cui nomi sono stati inseriti nel Catalogo
de* Poeti dd secolo, di cui scnTÌamo, per-
die si son trovati de* Tersi ad essi attribuiti ,
non hanno altro diritto ad esserri annovera*
ti, die la liberalità dd Petrarca, o di alcun
altro de* più chiari Poeti di questa età.
RIFLESSIONI
DEL
CAV. TIRABOSCHI
SOPRA LA VITA
DI FRANCESCO PETRARCA
SCRITTA
DALL'ABATE DE SADE.
± V ùin' opera mi Ita tanto giovato alla co*
gnizione della Storia di questo secolo^ quanto
le Memorie per la Vita di Francesco Petrar-
ca in tre Tomi in 4» scritte in Francese dal'
r Abate de Sade , e pubblicate colla data
^Amsterdam gli anni 1764 e 1767 . Una
diligente lettura di tutte le opere , e singo*
larmehte delle Lettere così stampate j come
inedite ( che sono in grandissimo numero )
LXXXTI mrLESSIONI
del Petrarca , una faticosa ricerca di tuM
gli archivj , e di tuUe le Biblioteche ^ onde
potea Sperar qualche lume , un attento stu-
dio sopra gli Scrittori o contemporanei o "vi-
cini ailo stesso Petrarca , un giudizioso esa-
me di tutti gli Autori , che via ^ o meno
ampiamente ne hanno scritta la Vita, e fi-
ntamente una continua ed indefessa fatica
di molti anni , ci han fatto avere da questo
erudito Scrittore la più ampia Storia^ che
ancor avessimo avuta non sol del Petrarca^
ma si può dire di tutto quasi quel secolo:
talché ella potrebbe quasi intitolarsi Storia
Sacra , Profana , e Letteraria del secolo XJV.
Così non vi ha airvenimento di quelT età ,
che non vi si vegga almeno accennato; non
personaggio in qualche modo famoso , di
cui non vi si vegga almeno in compendio
la vita : anzi appena ei nomina città alca-
na , di cui non ci dia in qualche maniera
la Storia . La moltìplicità degli oggetti , a
cui tAb. de Sade ha stese le sue ricerche ,
ha data a questa opera uri estensione forse
inagffor del bisogno j e' chi branui ài saper
le vicende e le azioni del gran Petrarca ,
non può a meno di non annojarsi alquanto
al vedersi ad ogni passo tratto fuor di sere-
tiero , per andar in certa di cose ,^in cui
qaegli apperui ebbe parte. Questo difetto
però è troppo ben compensato da molti lur
mi ^ che f Autore ha sparsi sulla, vita di
questo granét uomo y doli emendar che egli
ha fatto gli errori di molti Scrittori , daWor-
dine j con cui son disposti gli avvenimenti ^
iàUa mùmiena^ con cui essi veit^on luirra*
ti 9 s da molti pregevoli monumenti , cK egli
prima Jt ogrù moro ha scoperti e pubUioati.
Afa un Italiano^ e uno singolarmente^
che scrifve la Storia della Ltctseratura liaàa^
na , non può a meno di non dolersi
cinomio di certi tratti, che questo Scrittor
Francese ha qua e là sparsi nella sua Opo^
ra-, e principabnenie neila prima Prefazione
al primo Tomo premessa , e da lui imSriM^
Métta agli ensditi Italiani . Ei ci rimprovera
in somma , che abbiam finora ignorata la
vita del Petrarca, e. ti gloria di essere stat0
il primo a darcene una giusta idea . Oferò
ìo^dice egli fiYiir altre cose (^i^, o Sigaori»
di comonicanri il firutto delle mie riflessioni 7
Le mìe oongettore su questo argomento f cioè
sullo scopo e suir epoche delle Poesie del
Petrarca ) sono interamente opposte a ouelU
di tutti i Tostri Scrittori (pano di que soli>
cb' io ko Teduti ) : conTien necessariamente »
che o io o essi siamo in errore • Non posso
esprimere 9 quale è* stata la mia sorpresa nel
fare questa scoperta ; e vi confesso sincera^'
mente , eh* essa mi ha fatto nascer non po-
chi dobbj sulle mie congetture , per quanto
io ATessi studiato afEn di accertare il vero.
Se queste congetture fossero vere , ne segui-
rebbe , che la più ingegnosa nazion d* Euro-
pa avrebbe fino al presente ignorato non sol^
tutti i dettaglj della vita di un uomo, a coi
rtk*
<0 P^. LXXV.
LXXXTIII RIFLESSIONI
più che ad ogn* altro ella debb* esser tenuta f
e che più d' ogn* altro le ha recato onore ;
ma ancor 1* epoca e 1* argomento delle sue
Poesie , ch^ ella già da quattro secoli non
cessa mai di l^gere e d'ammirare. Ma ecco-
tì cosa ancor maggiore , e del tutto incre-
dibile . Se le mie congetture fossero giuste ,
sarebbe vero , che un uomo nato di là dal*
r Alpi con assai mediocre talento sarebbe
venuto ad insegnare a questa nazion medesi-
ma ciò. che assai meglio di lui dovrebbe ella
sapere ; e ciò usando solo de* libri , eh* ella
ha traile mani, e di alcuni Codici tratti dal-
le Biblioteche della medesima. Un tal uomo
Bon potrebbe egli dire , ciò che dioea Cice*
rotie dopo avere scoperto il sepolcro d* Ar-
chimede? Una delle più grandi e delle più
dotte Città di Grecia avrebbe ignorato il se-
polcro del più celebre de* suoi Cittadini, se
un abitante d*Arpino non fosse venuto ad
additarglielo. Egli è ben véro , die dopo qitc^
sto si amaro insulto VAh. de Sade parìa di
se medesimo con tal modestia , die la mag-
giore mai non si vide nel più cauto Scritto-
re : No certo , o Signori , dice egli , ciò non
è certamente possibile . Le mie congetture
debbon necessariamente essere false. Vi chieg-
go in grazia, che vogliate attentamente e
senza prevenzione esaminar le prove, sulle
quali esse sono appoggiate. Scopritemi i miei
errori, e io ben lungi dal tenermene offeso,
riceverò le vostre critiche, qual contrassegno
di bontà e di stima. Ardisco di promettervi,
che in^me troverete molla docilità^ un'estro-
RIFLESSIONI LXXXIX
ma diffidenza delle mie ideo, quando singo-
larmente esse non s' accordano colle vostre ;
e una. grande disposizione a riconoscer la
yeriià, qnando io Tedrolla risplendere chia-
ramente^ da qualunque parte io ne vegga
venire il lume. Mi giova il credere , cKegU
qui abbia parlato sinceramente , e che per-
ciò , s" egli ancor vive , debba veder con
piacere ,^ di io prenda a soddisfare in parto
d suoi desiderj e alle sue richieste . Nella
Prefazione premessa al secondo Tomo egli
si duole j che niun<f- abbia ancor pubblicata
Critica alcuna contro del primo già dcC piii
mesi uscito alla luce • E veramente io con^
fesso , che avrei creduto , che gli eruditi
Italiani dovessero riscuotersi alquanto alla
lettura di una tal opera; e intraprendere la
difesa del loro onore non poco in essa ol-
traggiato . Ma veggo insieme , qual ragione
possa averlo loro vietato . Le Memorie del-
t jib. de Sade occupano tre gran volumi
in quarto , e quindi a esarrùnarle e discuter-
le con esattezza richiederebbesi uri opera di
almen doppia mole. Quanto è dimoile il ri-
trovare chi ubbia agio a tanto ! E ancorché
pure un T avesse , si può egli sperare in
Italia che alcuno si addossi il carico di tale
stampa? Che se ella è impresa diffìcile a
chicchessia , quanto più a me , che dovendo
in un sol Tomo ristringere tutta la Storia
della Letteratura Italiana del secolo XIV ^
mi veggo costretto a non istendermi tanto
nel ragionar del Petrarca , che anche agli
altri non rimanga il lor luogo ? lo non
^e HlFLSSSIOlfl
posso aiunque die dare un saggio di quellu
Critica 9 che si istantemerUe dimanda C Ab.
de Sade . Nel decorso di questo. Tomo mi
avverrà spesso di rUei^ame gli errori , per^
ciocché avendo THfluto trattare di tutti quasi
i fatti, e di tutti gli uomini di quel secolo,
avrò non rare volte occasione di scoprire i
falli , in cui egli è caduto • Qui ne unireìno
parecchi altri ^ che nel decorso delT opera
non han potuto aver luogo ; e g^> uni cof^
giunti affi altri ci faran conoscere , se F o*
pera deltAh. de Sade sia veramente dotata
di quella esattezza , a cui egU par che lusin^
ghisi di averla ctmdgtta.
Due Prefazioni ha premesse al primo
Tomo r Ab. de Sade ^ una indirizzata agii
eruditi Italiani , T altra a* Francesi. Io lascio
in disparte la seconda , e mi trattengo sol
sulla prima . In essa ei viene schierandoci
innanzi tutti quegli Scrittori , che ci han data
la vita o r elogio del Petrarca. E io gli conce-
derò di buon grado ^ che ciò che ne hanno
scritto parecchi Autori del secolo XIV m
del Xk come Domenico d Arezzo j Colacelo
Salutato , Pier Paolo T^ergerio il vecchio ,
Secco da Polenta , Filippo P^iUani , Leonar-
do Aretino^ e Giannozzo Mannetti^ sia cosa
assai superficiale e digiuna . Né è a stupir^
^sene ; poiché altra maniera non conoscevasi
allora di scriver le vite degli uomini illustri.
Nel ragionare però , che fa F Ab. de Sade ,
non è sempre molto felice. Egli cita una let-
tera a lui scritta , dice egli , dal Ch. CanO'
RIFLESSIONI Xd
ideo Bandini (i)^ in cui parlando delia vi^
la , del Coluccio scrina avea del Petrarca ,
casi diceagli : Hunc Coluciì ^bellum Bonduia
editum, aliasque in oras emigra ntem septtem
abbine annis TersaTi , deploravique. Ma que-
sta parole in primo luogo son traUe dalla
vita di Ambrogio Camaldolese scritta dalVAh.
Mehus (^) % che assai spesso aìle^keremo
nel corso di questo Tomo. E inoltre parmi
ridictda la traduzione , che fa FAb. de «So-
de , ove quelle parole latine : alias in oras
emigrantem , egli cosi traduce in Francese :
il court le monde à present . EgU ci dice ,
che ha creduto opportuno di pubblicare ne*
Monumenti aggiunti alle sue Memorie P ori'
ginale Latino della Vita del Petrarca scrit^
ta da Filippo Fìllani ^ poiché esso non avea
ancora veduta la luce (3). Ma esso era stato
ffà inserito dalV Ah. Mehus nella vita di
jjftmbrogio Camaldolese (/^) stampata dnque
anni innanzi , eh* ei pubblicasse il primo To<
mo delle sue Memorie , e ben conosciuta
dalCAb. de' Sade « che non rare volte la ci-
ta, Ei riprende Giannozzo Mannetti^ perchè
pone il secondo viaggio a Napoli del Petrar*
ca quattro anni dopo il primo , e dice (Sj
cK ei si è ingannato di due anni ; percioc^
elle il primo accadde nel i34i ^ H secondo
(i) Pag. Vin.
(a) Pag. 228.
(3) Pag. XV.
(4) P»S- «^S- ec.
(5) Pag. XVUI.
kCIt RlFLBSSIONt
nel 1844. ^^ ^^ '^ Mannetti ha errato ,
egii nei suo errore ha compagno lo stesso
Petrarca ^ perciocché questi parlwìdo del
secondo suo 'viaggio a ffapoli^ dice (1).
Non ea Neapolis » quani quartus YolTÌftor
annua
Ausonias inier florentetn vidimus urbes.
Non è ella cosa onorevole P errar seguendo
tal guida ? Siegue egli poscia a parlare di
altri ^ cìie non molto dopo scrisser la mta
del Petrarca , cioè di Bernardo lUcino^ An-
tonio da Tempo ^ Silvano di Venafra^ Gi^
rolamo Squarciafico : e io ho avuto a aoffrire
grande fatica, dice egli^ {z\ nel raoopelier
qualche notizia di essi , per largii in qualche
modo conoscere : i vostri Giornali « 1 vostri
Bibliografi , o non parlan di questi Pedanti »
o non ne fianno che uu motto. Ma si con-
fronti di ffraiia , ciò eli ei ne racconta ,
con ciò die detto ne aveano il Crescimb^
ni , il Quadrio , ed altri Scrittori , e reggasi
se vi ha cosa nuova di qualclie importanza,
eli egli vi abbia aggiunta • Ben miova è la
notizia , eh' egli ci dà (3) , quando parlando
del buon gusto , che in Italia si sparse sul
Jine del secolo XV , dice die le donne vi
ebber gran parte , e singolarmente Beatrice
dC Este moglie di Lodovico Sforza Duca di
Milano, lo vorrei a tanti altri pregi di que-
(i) Carm. L. II. Ep. XVI.
(1) Pag. XX.
(i) Pai;, XXX.
BIFLESSIOISI XClll
Sia ^ariosissima stirpe poter aggiugnere
questo ancora , e nominar Beatrice fra quel-
li^ che da essa uscirono a v^antaggio 9 e ad
onor delle scienze . Ma per quanto io abbia
cercato , non mi è avvenuto di trovar altri
finora , che t Ab. de Sade , il quale le at-
tribuisca tal lode . Tutti gli Autor di que
tempi ci dicon bensì gran cose della prote*
zione di Lodovico Sforza accordata alle leu--
tere , ma di Beatrice non fanno parola . Io
lascio in disparte t enumerazione , eh' egli fa
ddie altre vite del Petrarca , cioè di quella
del Vellutello , del Gesualdo , e di altri ,
TìligUori delle precedenti^ ma pure esse an-
cora non abbastanza copiose ed esatte per
darci una giusta idea di questo grand'uomo.
Ma non posso già ommettere ciò che ap*
paritene a quella^ che ne scrisse Lodovico
Beccadelli Arcivescovo di Ragusi. L'Ab. de
Sade confessa (i) , ch'ella è la migliore di
quante comparvero nel secolo ILVI y ma pò-
scia seguendo il giudizio di M, de la Ba*
stie Iz) 9 dice , che ella è troppo ristretta ,
die la Cronologia non è esatta , che V Au-
tore ommette molti pubblici avvenimenti , i
quali han connessione colla vita del Petrar»
ca , e die non dice parola della sollecitur
dine da lui usata nel raccoglier F opere de-
gli antichi . Né io negherò , che in questa
vita sian corjii alcuni errori , i quali per altro
(i) Pag. XL.
(») Pag, XLIIL
xcrr hi FLESSIONI
si riducono ad asséU pochi , e che dia sia
forse troppo ristretta e concisa ; benché per
altro assai poco vi manchi di ciò^ che si
può dir necessario • Ma è certo , eh* essa è
comunemente esattissima ; che non vi è cosa
degna di special ricordanza ^ la qual non
vi si vegga almeno accennata ; eh' ella è
ùUta fondata sulle stesse opere del Petrar-^
ea , le quali ad ogni passo si allegano ; che
ì Autore ha corretti non pochi falli degli
Scrittor precedenti ; che ha scoperta V impo^
stura delle lettere pubblicate sotto il nome
di Sennucdo del Bene , di Cino da Pistoja j
e d altri j delle quali altrove ragiongtemo ;
che intomo alla nascita di Laura , e alt in-
namoramento' del Petrarca ha detto dò j
eh' allora dir si potea di più accertato/ che
giustissimo è il carattere dell' indole e dà
costumi di esso , eh' egli ci ha fatto , e chi
in somma la vita , cn égli ne ha scritta ^
potrebbesi col cambiamento ^ e coli' aggiunte
di poche cose proporre anche al presenti
come il più esatto compendio , che aver si
possa delle azioni , e delle virtù del Petrar*
ca • Come poi han potuto affermare i due
suddetti Scrittori Francesi^ che il Beccadelli
non dica motto della sollecitudine del Pe*
irarca nel raccoglier libri? Potean pur essi
leggere in questa vita ^ che egli fu dUigentis**
timo in cercar 1* opre defili Autori antichi ,
e n^ ebbe alcune , cbe oggidì sono smarrite ,
fome furono trall' altre i libri de Gloria dì
I
27
j
ti-
.!
e
ù
ì
RIFLESSIONI SCr
Gcerone (i) . Poche parole , è vero , secon-
do il costume del BeccadeUi , ma che bas to-
no a darci idea di ciò y che in- questo gene*
re fece il Petrarca.
Più lungamente si stende ì Ab. de Sa*
de nel ragionar di tre vite del Petrarca^
die in questo secolo abbiamo avute , cioè ili
quella dal Muratori premessa alt èdizion di
questo Poeta fatta in Modena nel 171 1#
c£ quella di M. de la Bastie inserita nella
Memorie delt Accademia delle Belle Lette*
re , e Iscrizioni di Parigi ; e di quel/a pre-^
messa da Luigi BamUni alla edizion del
Petrarca fatta in Firenie ìiel 1748. E quan*
io alla prima io concederò all' Ab. de Sade ,
eh* ella non corrisponda abbastanza alt era-
dizione e alla fama del suo Autore ^ e che
vi sian corsi pia errori , che da un uom sì
erudito non poteansi aspettare • Ma lo Scrit*
ior Francese non si mostra qui molto inten^
dento della Lingua Italiana; perciocché di^
cendo il Muratori , eh' egli avea scritto que-
ste osservazioni sul Petrarca in Villa , l'Ab»
de Sade lo riprende (2)^ perchè abbia scrit-
ta in Prilla, e senza il -^necessario ajuto de
libri , la yita del Petrarca; il che did Mu^'
rotori non si è mai detto. La Vita scrittane
da M. de la Bastie , benché onorata di
grandissimi elogj dd Giornalisti Francesi ,
fioca nondimeno sì poco alt Ab. de Sade ,
^»*ip
lO Pag. LI. ediz, di Padova 1731.
(2) P^. LVI^
cJte afferma (i) eh* ei $* è ioganiiato ia quii
6Ì tutti gli avvenimenti della vita del Petrar^
ca« Niuno s' aspetterà ^ io credo > che m
faccia a difendere uno . Scrittor Francese
contro un suo nazionale^ che lo accusa di
gravissimi falli • Contendan . essi tra loro ,
quanto lor piace ; e noi passiamo frattant o
M parlar della terza delle mentoi^ate vite,
cioè di quella scritta da Lmgi If andini.
UAh. de Sade , hencìiè confessi che molte
notizie ci Ita egli date presoli assai , e che
ha pubblicati alcuni utili monumenti , vi, tro-
va nondimefio pareccJii errori, cl% e^ ci
viene sc/iierando iruianzi (2). Ma perdie ìia
egli dissimulato , che molti di tali errori già
erano stati avvertiti , appena fu pubblicata
tal vita , nelle Novelle Letterarie di Firen*
ze (3) ? FAb. de Sade le ha pur vedute ;
poicìiè a questo luogo medesimo lo aita egli
stesso. Perette dunque ci dice solo , eh' esse
ricolmaron di elogj la vita del B andini^ e
non ci dice , die ne rilevarono i fallii e «t
cuni singolarmente di quelli , eh' egli slesso
rileva ? Pretende egli forse di farci credere ,
che niuno innanzi a lui- gli avesse avvertiti ?
Sembra, a dir vero^ clie V Ab. de Sade A
arrogld piii spesso ancora die non converr
rebbe la glatia di far nuove scoperte. Ei rir
prende a ragione il Bandirli (4) , perdio dif
(f) Pag. LXIII.
(2) Pag. LXV. ec.
(3) 1748. pag. 593. ec, ^09. ec.
(4) Pag. LXVm.
ifce Jota all' anno i364 la restituzione,
e al Petrarca fecero i Fiorentini de' suoi
ni patemi^ licite avvenne nel i35i. E yoi,
dice edi^la. troverete nelle mie Memorie,
cestita di tutte le sue circostauze, che eoa
o grande stupore non ho trovate in alcu*
de' vostri Storici . Poteva però egli arver
te tutte queste circostanze medesime pub-^
cote già dall' Ab. MeluèS (t), il quale
'ma di lui Ita data in gran parte alla luce
lettera^ che a tal fine per mezzo ilei
iccaccio gli inviarono i Fiorentini. È vero,
3 il Melius non ne ha fissato precisamente
inno ; ma avvertendo egli, die ciò segui
7o dopo la fondazione fatta nel i343
UT Università di Firenze , con ciò solo di-
stra ^ che pochi anni appresso ebbe il Pe»
rea la restituzion de* suoi beni,
lo non Doglio da tutto ciò inferire , che
in lode non debbasi alt Ab. de Sade.EgU
sminuzzata per cosi dire , e analizzata la
a del Petrarca ; ci V ha animata ancora
V inserirvi spesso bellissimi passi delle Let-
^ , e dell' altre opere di questo grand* uo-
; egli ha fissate meglio e pia fermamene
accertate le Epoce di alcuni avvenimenti ;
i ha corretti i falli di n%olti altri Scritto^
Ma s* io avessi agio ad entrare in un
minuto esame , parmi che potrei mostrar
aramente ^ die quasi ogni fallo da lui
perto ed emendato in alcuno^ era già stato
perto ed emaniato da qualche altro Scritn
(i) Vit* Ambr. Camald* p, 243.
Petrarca Fol. L g
che afferma (i) eh* ei $* è ioganiiato ia qunp
6Ì tutti gli ar^enimenti della vita del Petrar^
ca. Niuno s* aspetterà « io credo , che mi
faccia a difendere uno Scrittor Francese
contro un suo nazionale^ che lo accusa di
gravissitui falli • Contendan . essi tra loro »
quanto lor piace ; e noi passiamo frattanto
a parlar della terza delle mentovate 'vite ,
cioè di quella scritta da lMÌgi If andini •
UAh. de Sade , hencìiè confessi che molte
notizie ci Ita egli date pregevoli assai , e cl$e
ha pubblicati alcuni utili monumerui , vi (ro-
va nondimefio pareccJii errori, ch'eli ci
viene scJiierando innanzi (2). Ma percliè Ita
egli dissimulato , che molti di tali errori già
erano stati avvertiti , appena fu pubblicata
tal vita^ nelle Novelle Letterarie di Firen-
ze (3) ? tAb. de Sade le ha pur vedute ;
poiché a questo luogo medesimo lo dita egli
stesso. Perchè dunque ci dice solo , eh' esse
ricolmaron di elogj la vita del B andini^ e
non ci dice , die ne rilevarono i fallii e aU
cuìii singolarmente di quelli , eh' egli stesso
rileva ? Pretende egli forse di fard credere ,
che niuno innanzi a lui gli avesse avvertiti?
Sembra, a dir vero^ die V Ab. de Sade si
arrogili piii spesso ancora die non converr
rebbe la gloìia di far nuove scoperte. Ri rir
prende a ragione il Bandim (4) , perette dif
(f) Pag. LXIIL
(2) Pag. LXV. ec.
(:^) 1748. pag. 593. ec, ^09. ce.
(4) Pag. LXVIU.
1
I
miri. E88 I o if r xeni
firkce fino all' anno 1864 la restituzione,
che al Petrarca fecero' i Fiorentini de' suoi
' potei
ci dice ediy la troverete nelle mie Memorie,
rìyesiita di tutte le sue circostanze, che eoa
mio grande stupore non ho trovate in alca*
no de' vostri Storici . Poteva però egli arver
lette tutte queste circostanze medesime pub-^
hlicate , già dall' Ab. Meìms (i ) , il quale
prima di lui ha data in gran parte alla luce
la lettera , che a tal fine per mezzo del
Boccaccio gli inviarono i Fiorentini. E vero ,
che il Meltus non ne lui fissato precisamente
r aiuto ; ma avvertendo egli, ette ciò segui
foco dopo la fondazione fatta nel 1843
delt Università di Firenze , con ciò solo di-
mostra^ che pochi anni appresso ebbe il Pe»
trarca la restituzion de^ suoi beni.
lo non voglio da tutto ciò inferire , die
gran lode non debbasi ali* Ab. de Sade. Egli
ha sminuzzata per così dire , e analizzata la
ifita del Petrarca ; ei V ha animata ancora
Colt inserirvi spesso bellissimi passi delle Let-
tere , e dell' altre opere di questo grand* uo-
mo ; egli ha fissate megUo e pia fermamen-
te accertéUe le Epoce di alcuni avvenimenti ;
e^ ha corretti i falU di molti altri Scritto^
ri. Afa s* io avessi agio ad entrare in un
pia minuto esame , parmi che potrei mostrar
chiaramente , c/ie quasi ogni fallo da lui
scoperto ed emendato in alcuno ^ era già stato
scoperto ed emaniato da qualche altro Scrit^
» ■ -•
(i) Vit* Ambr. Camald. p, 243.
Petrarca f^ol. L g
tor JtaUsmQ^ m\che quasi agni cosa -di^^oaU
the momenio ^ lui narrata , era già staia
almeno acoenaaia da alcun de nostri . Ciò
^he tutto a lui daesi , si è t aver finalmentm
decisa la gran questione intomo alla fornii
glia €' alia condizione di Laura ^ eie egU
1m svolta tanto felic^nnente ^ e comprovata
con sì autentici monumenti , che pia non
rimane luogo a disputarne • Ma qual mara^
viglia^ che niuno prima di lui sia in ciò
tìuscito ? Z/ archivio di sua famiglia , da cui
egli ha tratte le carte , che decidono questa
eontesa , non era già aperto a^ Italiani^
ne potfwan questi perciò scoprire , e diffinira
èon sicuh^Mti , ohi fosse Laura. Egli solo hm
avute la sorte di averne tutti i monumenti
eosi occhio ; ed egli solo perciò ha JinalmenJte
potuto decidere cvtal contesa.
* ^ Mia passiamo ornai a vedere ^ se le Ma'
inone dea Ab. de Sade sian tanto esatte , e
fedeli , quanto ei pretende , che sian difetto?^
se^ e mancanti le Vite , che del Petrarca
hanno scritto ^ Autori Italiani. Io ripeto^-
ohe non intendo di chiamar ad esame ogni
nesso di ques^ opera voluminosa; ma sol di
raccogliere , come per saggio ^ alcuni non
piccioli errori , ne* quali mi sono avvenuto
leggendola, eltre <psegli in assai maggiorna^
m^ro , che ne davrem rilegare nel decorse
di questo Tomp.,
E primieramente TAh. de Sade si mor
sùra in pia luoghi assai mal informato della
Storia e delia Geografia d Italia , a d^l
merito de^li Scrittori , di cui ragiona . L<s
Gomiessa Matilde era secondo lui ìa) usciùm
iaUa Casa de! Marchesi d" Hsàe • Mnt bastm
ìeggf^re dò ohe ne scrivono L pia esaUi
Scorici 9 e singolarmente il Muratori (z^
pmr rioonosoere c/te assai dubbiosa ò GOtm
discendenza. Giovanni Villani secondo lui {ij
è uno Storico » la cui verità e candore avrel^r
her dovuto sentir dì modello agli altri. 4^
poco dopo (\) il Yillatìt , dice , era Guelfo^
e la teslimoniansa di lui è sospetta» ^6 (5)*,
che Corso Donati era della famiglia deCan^
teUieri; mentre i Cancellieri erano Pisto/esi,
molla aveàn a far coi Donati f 6). Parlando dal
fnmo i^ggio , che il Petrarca ancora fanciulla
^e ad Avignone co^ suoi genitori ^ afferma-
^' essi (jj si posero in barca a Livorno^
R egli possibile^ che VAb. de Sade si vefSr
sato nella lettura degli Autori Italiani non
sapesse ; che solo nei secolo XVI commoià
LinH>nio ad as^er qualche nome^ e che ali»
ra non era certamente tal luogo, ove spe^
rare occasione d' imbarco ? All' occasiom
degli Studj Legali^ che il Petrarca fece is$
Montpellier^ ricorda l'Ab* de Sade la scoi^
perta , che nelV undecimo secolo si fece nek
ia Puglia del Codice, dice egli, di Giusti^
* • * 1 ■
(I) T. I. p. S.
(s) Anticli. Esteni. T. L C. JOOXL
(3) Loc. ctt. p. 8.
(4) Pkg. i5. not a
(5) Pag 1 1. noe h
(€) G. VilL L. VIU. C. iCXXVU.
(f) F^« no.
e ITFLBSSTOKt
niano (ij* Ma non vi Iia alcuna mediocre-'
mente versato in cotali studj ^ che non sap^
pia I. che non già il Codice , ma le Pan^
dette si dicon trovate in Amalfi ; 2. cha
cotal tradizione è assai incerta e dubbiosa;
3. che quando pure ella si ammetta per
vera , essa accadde non nelC undecimo ,
ma nel duodecimo secolo . Poco appresso
^S^^ afferma (2) , come cosa certissima y die
il celebYe Giovanni d^ Andrea nacque in Mu^
_ ge/lo , e noi parlando di questo celebre Pro-^.
Jessore mostreremo , che rutcque in Bologna ,
e insieme scopriretno più altri falli, die
VAb. de Sade ha commesso nel ragionare.
Jaegffiadro è poi t anacronismo , in cui cade
V Ab. de Sade parlando delF origine della
Poesia Italiana (3). Ei dice , che mentre la
Poesia Provenzale era giunta nel secolo XII
alla sua maggior elegan7a , Ciullo d Alca--
vno , il Giudice Guido da Colonna ^ e Jaco-
po da Lentina gracchiavamo nella SiciUa ,
e che i primi versi leggiadri j die ivi si
udissero , furono a tempi di Federigo IJ
^erso t anno izio- Or Ciullo e Jacopo vis-
sero verso questo tempo medesima^ e tocca*
Tono in parte il regno di Federigo . Guido
poi visse molti anni dopo , e Jin verso la
fine del secolo XIII . V'eggasi ciò , die di
essi abbiam detto nel quarto Tomo f^). As*
(\) Pag. 37. uot d
(a) Pag. 41.
(3) Pag. 80. 8f.
(i) Pag. 3o8. 33o. 264.
K1FLES6IONT CX
9ai più grave è V error Geografico di questo
Scrittore y quando dicendo che al Petrarca
riuscita grave il recarsi da Milano a Ve--
nezia ^ come Giovanni P^isconti brama'y^a ^
ne reca fra/le altre ragioni , che conveniva
traversar le montagne dì mezzo verno (i)^
Ci dica egli di grazia , quai sian le montagne^
che incontransi sul cammino da Milano a Ve^^
nezia. Recando dal Latino in Francese alcuni
versi , ne' quali il Petrarca accenna , nomi*
nando le loro patrie , i Poeti , die cantaron
i amore , cioè quel di Verona , quello deU
t Ombria , e quel di Sulmona , pel secondo
f Ah. de Sade intende Orazio (2) . Ma non
V ha chi non sappia , c/w il Poeta deltOmi-
brio, non può esser altri che Properzio , a
die Orazio era natio di Venosa nella Pu»
glia, ffuova è ancor la notizia^ che ci dà
questo Scrittore affermando^ che i Professo^ .
ri delle Università a tempi ^ di cui trattia^
ma , in n)ece di dettare le lor lezioni j spie*
garvano un libro (S). E nondimeno nel de*
corso di questo Tòmo vedremo innumerabili
pruove delC uso di dettare comune tra* Pr^^
fetsori di questa età. Finalmente egli attri-
buisce a un Religioso Agostiniano la Cro-
mica Italiana di Bologna pubblicata dal
Muratori (^) y la quale , come avverte, it
rfbii^MiMAi^M^
(i) T. III.^p. 345.
(2) Ib. p. 45,
(3) Ib. p. 129.
(4) T. IL p. 4*1-
Cn ft'i V L B 8 8 I O ff r
medesimo Editore (i) > è opera di un Pràn^
cescano.
Ma ciò 9 di che TAb. de Sade singolar-
mente si pregia y si è di aver corniti gli er-
rori degli Scrittori della Vita del Petrarca ,
e di avere fissate T Epoche de^ diversi fatti
di essa , dagli altri o non brn avvertite ^ o
malamente con/use. Né io negherò , che egli
non sia in ciò stato molte volte felice , e
che noi perciò non gli siam debitori di
molto . Ma se molti errori egli ha scoperti
negli altri , mi lusingo io pure et averne in
hii trovati non pochi. Nel decorso di questo
^omo vedremo , che tAb. de Sade suppone
in un luogo ^ che il Petrarca ancora fan^
tìuUo fosse per qualche tempo in Firenze ,
meìttre è certo che non vi fu che V anno
l35o (2) / che gli dà per suo Maestro in
*Pisa quel Convenevole j alla cui scuola non
fu veramente che in Francia (3) y cA* egli
afferma, che il Petrarca trovò le Jstitu2Ìoni
di Quintiliano nel tornar che facea da JÌ€h
ma , mentre è certo eh* ei ritrovolle quando
vi andava (4); cK egU dà per Maestro al
Petrarca in Bologna Gno da Pistoja , il
auale' probabilmente non tenne mai ivi scuo^
M (5) / e// egli contro ogni verisomiglianza
fa intraprendere il lung/iissimo viaggio da
(i) Script. Ber. Ital. VoL XVIU.
(2) Pag. 64.
(3) V. infr. pag. 410.
(4) Pag. 80.
(5) FAg. 239.
mivL&asi o.if I GUI
^Avignone tino a Bologna al padre dtl Pe-
trarca , so^o per Lo^iergli dalie mani Cicero^
ne e Virgilio (i); che non pare, cfie sia
stato mollo /èlice nel /issar P Epoca della
morte de* genitori dello stesso Petrarca (zìf
che poco esattamente ancora egli Iia parlato
della dignità di Arcidiacono, che questi
dìbe in Parma (Z) ; cK e^ gli fa fare un
viaggio dalt Italia in Avignone t anno
i344, H qual non sembra abbastanza prova^^
to (^4/ Questi e più altri errori verremo di
mano in mano scoprendo , e confutando ,
secondo il bisogno. Ma qui conviene avvera
tìme alcuni altri , de* quali abbiam lasciato
di ragionare nel seguito della Storia per non
interromperne troppo spesso il filo con noja
dif Leggitori . VAb. de Sade parlando w
viaggi , che il Petrarca fece sulle coste mar
vittime della Spagna , e della Brettagna di^
ce (5) , ci! ei non ha potuto scoprire il vero
motivo di cotai viaggi . Ma se egli avesse
esaminati con attenzione i versi del Petrar^
ca , in cui di essi ragiona (6) , avrebbe v^
dato , che chiaramente egli dice , cìie a ciò
lo spinse il desiderio di estinguere V amorosa
fiamma , da cui sentiasi divorato. Il Petrar*
ca parla in una sua lettera al Cardinale
(i) Pag. 4io.
(2) Pag. 4ii.
(3) Pag. 422.
(4) Pag. 424.
(S; T. II. pag. 335.
(«) Carm. L. I. £p« VIL
CIT K ^-F-L H » »• I O N I*
CabassoJe (\) di un viaggio , cA' eLfece alla
grotta di S. Maria Maddalena presso Mar*
sigila con uìio, cui egli chiama viro fortuQtt
majoris , qiiam prudcnlise , e dice , che ciò
era accaduto trentaquattro anni addietro •
JJAh. de Sade afferma (z) , die il compa^
gno del Petrarca in questo viagffo fu il.
Delfino Umberto , e che esso accadde nel 1 338
-poicliè la lettera « dice egli , fu scritta t €in-,
no ^3j2.Ma nulla di tutto ciò io veggo da
lui compra* arsi con buoni argomentile quel-
le parole , con cui egli disegna il compagno
del suo viaggio, troppo mi sembrano gene*
rali , perchè si possa inferirne , a chi esse
appartengono. L'arrivo del Petrarca a Par^
ma F anno 1841 dopo la sua coronazione,
si dice dalFAb. de Sade (3) awemito poco
pi^ma che quella Città cadesse sotto il do*
minio de Correggeschi • Ma , come narra
e^i stesso , essi se ne renderon padroni a
ZL I di Maggio , e il Petrarca non vi entrò ,
die a 23 come racco^iesi dalla lettera , die
in quel giorno stesso egli scrisse segnata io
Cai. Junii , cif)è a 23 di Maggio , e non d
22 come traduce FAb. de Sade. Questi rac^
conta (4), die P anno iS^z un gran perso-
naggio venuto essendo in Avignone , e aven^
do bramato di Dcder Laura , cui i versi del
(1) Senil. L. XTV. Ep. XV.
(2) Loc cit. p. 374.
(3) T. II. p. 14.^
(4) U>. pag. 6u
RlPLESSIONt CT.
'Petrarca avean rendiUa sì celebre , élla non
^ parve di tal bellezza , che meritasse sk
grandi elogj . Ma F unica pruova di cotal
fatto si è un Sonetto del Petrarca , ivi ripor^
tato dalX^Ah. de Sade , in cui egli dice^ che^
quando egli prese ad amar Laura , ella era
più bella assai ^ che non a quel tempo. Ma
basta egli ciò a provarci la venuta di un
gran personaggio? Io non posso parimenti
seguire t opinione deW Ah. de Sade nel fis'^
sor V Epoca de^ due trattati del Petrarca
composti 9 l' uno de Yila Solitaria , V altro
de Otio Religiosorum , i quali, come egli
afferma (1J9 furono scritti un anno F un
dopo V ai^tro . Or tAb. de Sade afferma ,
che il primo fu cominciato V anno 1346^
hencJiò compito solo venti anni appresso nel
i366 (2) ; e che il secondo fu scritto nel
1847, in cui egli- afferma- che il Petrarca
fu alla Certosa , e vi vide il fratello Reli-
gioso già da cinque anni (3) . E che Ghe-
rardo avesse già passato il quinto anno di
Heligione , quando ebbe la prima visita del
fratello , è certo da una lettera del Petrarca
citata daWAb. de Sade. Ma io affermo che
il Petrarca non prese a scrivere il trattato
de Olio Religiosorum , che alt occasione del-
la seconda visita^ che ei fece al fratello
F anno i3j3t com,e narra lo stesso Ah. de
(1) Praef. ad Lib. de Vit. Solit.
(2) T. IL p. 270.
(3) Ib. p. 314.
evi HTrLBftSlO'NI
Sade (i); e che ifueìlo de Vita Solitaria #na
9tato da lui cominciato F anno precedente^
E a dir "vero riflettasi attentamente . Il Pe^
trarca indirizzando il suo libro de Vita Soli-»
taria a Filippo di -Cabassole prima Vescovo di
Coi^ailion^ e allora Patriarca di Gerusa*
lemme , lo prega a scusarlo ^ se lui dijferita
non già penti , come dice t Ab. de Sade ^
ma dieci anni a condirlo e ad inviarf(Uelo {
Tn igitar . • ^ • dìlatiunem ipsam jam d^
cennem boni consules. Dwufue se il Petrar?
ca cominciò quel Trattato nel iS^S , com0
vuole CAb. de Sade^ ei dovette compirlo
ne/ i356 . Ma quando il Petrarca gii inviò
questo libro ^ Filippo era stato fatto di fresco
Patriarca di Gerusalemme , percioccliè egli
dice di aver posto in Jronte a quel Itbro
nonpraesens Patriarcbae nomen , sed Cpiscor
tA ; neque hanc tuam novam , sed antiquam
illam appositam dìgnitutem ; e Filippo per
confessione dello stesso Ab. de Sade (2)
non Ju eletto Patriarca che Panno i36i.
iJhunque solo dopo quest* anno il Petrarca
indirizzaci quel libro. E solo dieci anni pri-
ma ,' cioè circa il 1 352 avealo incominciato.
Dunque , se il libro de Olio Religiosorum fis
scritto un anno dappoiché il Petrarca ai>ea
scritto (quello de Vita Solitaria , come abbia-
ma dimostrato, esso fu scritto t anno i3ó3.
Che se tAb. de Sade avea ragioni per at*
U) T. III. p. Ì89.
<a) T. m. p. 737.
iéneni- éàlT epoca da lui seguita , d^pvea egU
mimano far motto di {/ueste difficoltà , e re^,
carne lo scaglimento. Lo stesso vuol dirsi
delia rigorosa revista , che il Petrarca fece
delle sue opere , molte delle quali gittò seve^
ramente aUe fiamme^ coni egli stesso rac^
conta {i\ A me sembra^ eh* ei parli iì%
modo^ che ci indichi chiaramente essersi eie '
da lui /atto tanno i348, aW oocasion del
n^irgli , che la morte avea fatto , ìèon pochi
amici. Nondimeno TAh. de Sade la differii
ece (2) air anno i35i senza recarcene ra^
gione alcuna. La minutezza finalmefite ^ con
€ui tAb. de Sade si è prefisso di raccontare
tutti i i^iaggi del Petrarca ^ mi dà occasionai
di rile%^are due altri errori da lui commessi^
^i parla del lungo soggiorno , che il Petrart
ca fece in Veneiia ( anno i363 (^): mm
non as^erte^ che o td fine di Settembre , o
al principio di Ottobre da Venezia fece ri^
tomo a Padova . E nondimeno egli stessQ
dia in altro luogo (4) una lettera, che il
Petrarca scrisse in quesC anno da Padova
fi' i3 di Ottobre (5). Afferma poscia (6)^
che nel mese di Maggio i364 m tomossene
a frenesia. E nondimeno egli stesso confes*
ea (^jj^ che fu scritta nel i. di Marzo
<t> PMief. ad £puL FamiL
Ca) T. III.-P. loi.
(3) Ib. p, 63o. ec.
(^) Ib. p. 6)8.
(5) Senil. L. III. £p. UL
(6) L. e. p. 648.
(7) Ib. p. €33.
#
CTni ftlFLlfSSlONf
i/uelt anno una lettera , che certamente pà
da lui scritta in Venezia (\)y ove pen:iò
convien dire , cA* ei fosse allora già tornatx^é
Né io mi stupisco , ette questi e più al^
tri errori sian corsi nelt opera erudita per
altro ed esatta di questo valoroso SnritJore ;
percioccfw egli si mostra spesso poco felice
nel cogliere il vero senso dtUt opere del Pe*
trarca^ e di altri Scrittori , della cui auto^
rità egli suole valersi . Rechiamone alcuni
esempj. Il Petrarca parlando di Coni^ene2yo^
le suo Maestro allora già morto ^ dice (2) ,
eh* egli avea tenuto scuola di Gramatica pel
corso di f)0 fmni , e t Ao. de Sade citando
questo passo medesimo (HJ a/fe/ma^ die,
quando il Petrarca recossi ancor fanciulla
a Carpentras , Convenevole già da 60 anni
erasi impiegato nelP esercizio della scuola •
UAb. de Sade pretende , che le ceììeri de*
geniror del Petrarca trasportate fossero da
Avignone a Firenze (4-). E su qual fonda*
mento ? Su quelle parole , die usa il Petrar*
ca nella celebre sua Canzone alP Italia (b):
Non è questa la patria, ìd chMo mi iido.
Madre benigna, e pia.
Che cuopre T uno e l'altro mio parente ?
Come se esse si dicessero in sua propria
persona dallo stesso Petrarca . Ma mjn é
(i) vSenil. L. m. Ep. VL
(2) Ib. L. XV. Ep. I.
(3) T. L p. 3o.
U) Ib. p. 54. Not. 6.
(5) P. 1. Canz. XXIX.
tlFL B SariO^Nt CIX
egli evidente , che questo altro non è , che
un pensiero , a cui egli brama che pongan
mente gli Italiani^ per animarsi a difendere
la comune lor patria^ riflettendo^ chi essa
chiude nel suo seno le ossa de* lor genitori ?
£ a dir vero non sarebbe ella cosa ridicola^
se il Petrarca parlasse qui de* suoi genitori,
il soggiugnere , che fa tosto ?
Questo per Dio la meote
Talor VI mova ec.
Come se il sapere , che in Italia sono sepoL
4i i genitori del Petrarca ^ dovesse riscuoter
gU animi degli Italiani, e metter loro P armi
tra mano , per sostenerne la libertà e t ono^
re. Pia leggiero è un altro errore commesso
daltjib. de Sade , il quale citando la lettera
del Petrarca alla posterità , in cui dice , cìie
gli cadde in pensiero di comporre il Poema
dell Africa , sexta quadam feria majoris heb-
domadffi , egli traduce il Sabato Santo (i).
Poco esatta ancor parmi t interpretazione ,
eh* ei ila ad un passo di Svetonio , ove que^
sti dice ^ che parum abruit, die Caligola
non facesse togliere da tutte le Biblioteche
le opere e i ritratti di Virgilio , e di Livio,
le quai parole a me sembra che dir ci vo-
gliano , che poco mancò , che Caligola non
pubblicasse un tal ordine . E nondimeno
C Ab. de Sade le interpreta (2,)^ come se
dir volessero , che Caligola fece ogni sforzo
(0 L. e. p. 4o3.
U) U>. p. 443.
per eseguire questo sua pasto dis^i»/ky. A
Petrarca scrivendo al Cardinal Bernardi
P^esGOvo di Rhodez f e ledandona la ftStìlità
7U>n ordinaria di iwseggiare^ dice c^
Versus brevb bora treeeatot
Et septem decies excudil (i). <
A me pare che non /accia dt uopo di gran^
de erudizione Latina , per intendere die il
Petrarca qui vuoi dire Irocento setlanln Tersi»
E nondimeno t Ab. de Sade traduce troie
cenis dix-sqit (a). Anche neU iruerpreSmre la
antiche Iscritiani non è tAh. de Sade trop^
pò feUoe. Ei reca la celebre Iscritiom Pado-^
'uana > creduta già dello Storico Lii^ T^
Livius Livi» T. F. Qaart(ft L. Halys etc i9
la lettera L. > che non n^' ha chi non sappia
voler qui dire Libertus, da lui ^interpreta
Laoiits (3). Che direm noi delle Rime dei
Petrarca da lui recate in versi Francesi?
O a meglio dire , che ne dinebbe lo stesso
Petrarca , se si vedesse cosi guasto e mal*
concio ? Rechiamone due soli saggi , ondo
giudicare del rimanente ; e il primo sia un
de* pia leggiadri Sonetti^ che abbia questa
Poeta.
(0 Ctnn. L. II. £p. IV.
(2) T. II. p. 73.
(S) T. HI» p. tot* !!••
t^
HÒTeai.l veochiarel canuto, « biane»^ .
Dal dolce loco , ov' ha sua etk fornita ;
E dalia famigiiuola sbigottila »
Che vede il caro padre venir manco.
Indi traendo poi T antico fianco
. Per r estreme giornate di sua vita.
Quanto più può col buon yolér smalta ^
Rotto dagli anni e dal cammino stanco.
E Tiene a Roma seguendo U desio
Per mirar la seiBDÌanza di colui
Ch* ancor lassù nel Ciel vedere spera.
Cosi lasso talor TO* cercando io.
Donna « quant* ò possibile in altrui '
' La desiata vostra tbrm«i vera.
Oreceone la traduzione che ne fa VAh.
de Sade (i).
Un vieillard plrin d*impatience
' Quitte sa (emme en pleurs, ses amis^ se^
enfans ;
* Traine à Rome un vieux corps affaiss^
par les ans,
Pour contempler la rassemblance
. De ce divin Sauveur, que bientòt de plui^
près
n verrà dans le Cid sans ombre , et sani
nuage;
Pour moi, loin de ce beau visage
Dont r amour a grave dans mon coeuv
tous les traitSf /
]Laure« par taut je qherche /tQtre ìmage»
Et je uè la trouve jamais.
(O T. L p. 204.
«u aiw^ii « f f I ^ TT t
L! àkro il tra iremo da una Sella j^
belle Canzoni, di cui però per isfuggwù
lungliezza recheremo due sole sUinz^.
Spirto gentil , che qudle membra ^re^ ,
Deutro alle qua* peregrìuando albierga
Un Signor valoroso accorto e saggio;
Poi che se* ginnto alF onorata verga ,
G)n la qual Roma, e suoi erranti correggi ».
£ la ricnianai al suo antico viaggio ,
Io parlo a te , perÀ . eh* altrove un raggio
Non veggio di virtà , eh* al mondo è spenta;
Ne trovo chi di mal far si vergogni.
Che s* aspetti non so, né che s agogni
Italia , cne suoi guai non par che senta.
Vecchia , oziosa e lenta ,
Dormirà sempre , e non (ìa chi la svegli r
Le man Tavess^io avvolte entro a^capegli!
Non spero, che giammni dal pigro sonno
Mova la testa per chiamar ch*uom Caccia:
Si gravemente e oppressa e di tal soma.
Ma non senza destino atte tue braccia.
Che scuoter forte, e sollevarla ponno,
È or commesso il nostro capo Roma.
Fon man in quella venerabil chioma
Securamcnte, e nelle treccie sparte
.Si che la neghittosa esca del fango.
r, che di e notte del suo strazio piango.
Di mia speranza ho in te la maggior parte ;
Che se* 1 popol di Marte
Dovesse al proprio onor alzar mai gli
occhi;
Farmi pur eh* a* tuoi di la grauua tocchi.
BIFLESSIOlfl CXIIt
uniamone ora la iraduzione delTAb.
38 Sade (t).
IKe Tojant panni les humains
Ni mteurs , ni Teriu , ni couragc ,
Jeune hèros*, Taillant et sage»
Je m* aiiresse k vous ; dans yos maina
Rome par le Ciel inspirèe
A remis la ?erge sacròe,
Qni doit reformer les Romains*
Qa^attend T indolente Italie?
' Dans le sommeil ensevelie»
Elie perd jusqu* au souvenir
Da triste eiat , qni V humilie.
Ah ! sì je pouYois la tenir !
Mais -non! telle est son indolence;
Je crie, et je soupire en vain.
Yous étes ma seule espèranoe ;
Rome en yous met sa confiance.
Yous allez changer son destin.
&u: cette téle vènèrable ,
Jadis an monde rèdoutable,
Portez Totre bn^ vigoureux ,
Et i-assemblant sa \iei)le tresse
Tirez-la du bourbier affreifìC,
Où par le luxe , et l«r ttt«ÌMA««
La YÌrent tomber nos ayeux.
Confessa egli stesso modesttanente (2), che
~m>M
(,) Jb. p. 277.
(a) T. U. Pref, p. XXI.
Petrarca Voi. L
riànore. E Jbrse , se io avesH ag^l^ soor
jwe tutUk V immmua folla de^ oanmniaioi
del Petriarcd » troverà cke poche cose a ki
egU deue , che già non si fosser da akt
asserite* Ma senta gittare il teamo in à
no/osa e inutìl fatica, io veggo che io stesse
Ab. de Sade , mentre rimprovera steli Ita
liani la loro ignoranza, mostra cK ella non
è poi si universale , com* ei vorrebbe fa»
credere . EgU a cagion d esempio parlando
della ' citata Canzone , che per io piu credesi
indirizzata al celebre Cola di Rienzo » prum^
i>a dòn assai forti ragioni , che in essa il
'Petrarca si ' wdge non già a Cola , ma a
Stefano Colonna . Ef^i stesso però avem
pà>c anzi avvertito , che nella diversità 'd o^
piniord^ in cui sono su dò gli Interpreti
Italiani , alcuni han detto eh* essa potea ri-
ferirsi a Giordano Savelli , o a Steiano Ck^
lonna • Non è dunque si nuova t opinióne
deir Ab. de Sade , che ei nel proporla deb^
ba riempirsi di raccapriccio. ZjO stesso dicasi
della Canzone: Italia mia ec. , perciocché
se si confronta t opinione delT Ab. de Sade
colle due del Gesualdo (i)% eh' e^ mede^^
Simo riferisce , e sin^^alarmente colla -prima ^
in cui ne fissa F Epoca circa il 1046 ve^
drassi chiaro^ quanto leggier differenza pasc-
si troll una e t'iUtru. JLa spiegatone ^ che
dà r Ab. de Sade della Canzone O aspetta-
ci) Ib. »ot XI.
^ Imen à/ar quale/te cenno un uomo ,
'^ CM quaium/ue ntànutìssima cosa apparte^
nènie al Petrarca è sembrata degna di auer
'htogo nelle sue Memorie.
Di nkma cosa però maggiormente si
gloria tjib. de Sade^ quanto di a-vere sco
perUa ^ errori degli Scrittóri Italiani nel
fissar f Epoca -e F argomento di alarne delle
Poesie del Petrarca . E che ? dice e^i par^
landa della Canzone Spinto Gentil ec« (r) ,
r Italia intera , la più ingegnosa nazion d'Eu-
rope; idolatra del Petrarca, e che già da tre
secoli è tutta occupata in interpretarlo , sarà
dia ancora all' oscuro suir argomento della
più bella Ginzone , e sul nome deir Eroe , a
cai dia è indirizzata? Io non posso crederlo;
e jion lo compiendo io slesso y e nondimeno
tm accingo a provarlo. La temerità di chie-
sta impresa mi riempie di raccapriccio . Ma
non impòrta. Dirò ciò che penso con quella
libertà» di cui sk dee godere nella Repub-
blica delle lettere . Questo tratto , a cui pia
altri somiglianti ne abbiamo nelle Memorie
delt Ab. de Sade , non sa egli alquanto di
pedantismo ? Io non nego , che ei sia stato
feUca pìt$ deìla maggior parte degli Inter--
preti nello stabilir F argomento di ^inque o
sei de componimenti Italiani del Petrarca^
Ma pormi , che maggior lode avrebbe ei ri^
portata , se non ne aveste menato et gran
(0 T. I, NoU X. p. 62.
<mm IttFLBSStOHI
TBon me lo ascriva a colpa y e noi repuA
effeUo d^im^idia, o d animo pregiudicai .
Égli ha imitati gli Italiani a scoprirgli j
suoi errori. Io ne ho accettato l'invito,' e
se neir additare i passi, zie* quali egli i
caduto in /allo ^ ho errato io stesso , sarà
sempre pronto a cambiar sentimento^ ovt
mi si mostrin ^i errori , in cui io sia iru
àampato.
SONETTI E CANZONI
DI
M. FRANCESCO
PETRARCA
IN VITA S tir MOiTB
DI M. LAURA.
SONETTI E CANZONI
DI
M. F. PETRARCA
IN VITA
DI MADONNA LAURA.
SONETTO I.
V oi eh' ascoltate in rime sparse il suono
Di quei sospiri ond*io nuariva il core
Id sul mio primo siovenile errore.
Quand'era iu parte altr'uom da quel chVsono j;
Del yario stile , in eh* io piango e ragiono
Fra le vane speranze e 1 ran dolore;
Ove sia chi per prova intenda amore»
Spero trovar pietà , non che perdono.
Ma ben veggi* or, si come al popol tutto
Favola fui gran tempo : onde sovente
Di -me medesmo meco mi Tcreogno :
E del mio vaneggiar vergogna è 1 irutto,
EU pentirsi, eU conoscer chiaramente.
Che quanto piace al mondo è breve sogno.
4 PRIMA
SONETTO 2.
Per far una leggiadra sua yendetta,
E punir ìa un dì ben mille offese,
Celatamente Amor Tarco riprese,
Com* uom cVa nocer luogo e tempo aspett
Era la mia TÌrtute al cor ristretta ,
Per far ivi , e ne gli occhi sue difese :
Quando U colpo mortai laggiù discese
Ove solca spuntarsi ogni saetta.
Però turbata nel primiero assalto
Non ebbe tanto ne vigor , ne spazio ,
Che potesse al bisogno prender Tarme;
Ovvero al poggio faticoso , ed alto
Bitrarmi ao^ortamente dallo strazio;
Del qual oggi vorrebbe , e non può aitarm
SONETTO 3.
Era *1 giorno cV al Sol si scoloraro
Per la pietà del suo Fattore i rai :
Quand* i* fui preso ^ e non me ne guarda
Che i he* vostr* occhi , Donna, mi legare
Tempo non mi parca da far riparo
Contra colpi a Amor : però n'andai
Secur , senza sospetto : onde i miei guai
Nel comune dolor s' incominciaro .
Trovommi Amor del tutto disarmato ,
Ed aperta la via per gli occhi al core;
Che di lagrime son fatti uscio e varco .
Però , al mio parer , non li fu onore
Ferir me di saetta in quello stato,
E a voi armata non mostrar pur rarco
P*À R T B S
SONETTO 4,
Qael eh* infinita provvidenza ed arte
Mostrò nel suo mirabil magistero :
Che criò ^esto , e queir altro emispero ,
E mansueto più Giove , che Marte ;
Venendo in terra a illuminar le carte ,
Ch*avean molt'anni già celato il vero.
Tolse Giovanni dalla rete e Piero,
E nel regno del Gel fece lor P^^rtc •
Di se , nascendo , a Roma non fé grazia ,
A Giudea sì : tanto sovr* ogni stato
Umiltate esaltar sempre gli piacque:
Ed or di picciol borgo un Sol n' ha dato
Tal , che natura ^ e '1 luogo si ringrazia
Onde si bella Donna al mondo nacque •
SONETTO 5.
Qiiand* io movo i sospiri a chiamar voi ,
E 1 nome che nel cor mi scrisse Amore ;
LAUdando s* incomincia udir di fore
Il suon de* primi dolci accenti suoi •
Vostro stato REal , clie 'ncontro poi ,
Raddoppia ali* alta impresa il niio valore :
Ma , TAci , grida il nn : cbe farle onore
E* d* altr* omeri soma , che da* tuoi .
Cosi LAUdare*, e REverire insegna
La voce stessa , pur eh* altri vi chiami ,
O d* ogni reverenza e d* ònor degna :
Se non che forse Apollo si disdegna,
eh* a parlar de* suoi sempre verdi raaii
Lingua mortai presuntuosa vegna.
P R I M i.
SONETTO 6.
I
^ è *1 folle mio desio
A seguitar costei , che *n fuga è Tolta «
E de lacci d*Amor leggiera e sciolta
Tela dinanzi al lento correr mio:
Che quanto richiamando più Tenvio
Per la secura strada , men m^ ascolta :
!Nè mi vale spronarlo, o darli Tolta;
Ch*Amor per sua natura il fa restio.
E poi che *1 fren per forza a se raccoglie 9
I mi rimando in signopìa di lui ,
Che mal mio grado a morte mi trasporta*
Sol per Tcnir al Lauro onde si coglie
Acerbo frutto , che le piaghe altrui ,
Gustando , afiligge più , che nou confoirt
SONETTO 7.
La gola e 1 sonno 9 e T oziose piume
Hanno del mondo ogni virtù sbandita ,
Ond* è dal corso suo quasi smarrita
Nostra natura vinta dal costume :
Ed è si spento ogni benigno lume
Del ciel, per cui sMnforma umana vita;
Che per cosa mirabile s* addita
Chi vuol far d^ Elicona nascer fiume.
Qual vaghezza di Lauro? qual di Mirto?
Povera e nuda vai , Filosofia ,
Dice la turba al vii guadagno intesa •
Pochi compagni avrai per P altra via ;
Tanto ti prego più , gentile spirto ,
Non lassar la magnamma tua impresa • .
PARTS. fj
SONETTO 8.
A pie de* colli ore la bella vesta
Frese delle terrene membra pria
La Donna, che colui eh* a te ne^nvia^
Spesso dal $onno lagrimando desta:
Libere in pace passavam per questa
Vita mortai , eh* ogni animai desia ,
Senza sospetto di trovar fra via
G>sa eh* al npstr* andar fosse molesta .
Ma del misero stato ove noi semo
Condotte dalla vita altra serena.
Un sol conforto, e della morte, avemot
Che vendetta è di lui eh* a ciò ne mena;
Loqual*in forza altrui, presso ali* estremò
Riman legato con maggior catena.
SONETTO g.
Quando*! pianeta che distingue Tore,
Ad albergar col Tauro si ritoma;
Cade virtù dall* infiammate coma ,
Che veste il mondo di novel colore :
E non pur quel che s' apre a noi di fore ,
Le rive e i colli di lìoretli adorna ;
Ma dentro , dove giammai non s*dggiorna ,
Gravido fa di se il terrestro umore :
Onde tal frutto , e simile si colga :
Così costei , eh* è tra le donne un Sole ,
In me movendo de* begli occhi i rat
Crìa d*amor pensieri , atti e parole :
Ma come eh* dia gli governi o volga.
Primavera per me pur non è mai.
8 f'r I m jt^
SONETTO IO.
Gloriosa Colonna , in cui s* appoggia
Nostra speranza , e *1 gran nome Latino ^
Ch* ancor non torse dal vero cammino
U ira di Giove per irentosa pioggia ;
Qui non palazzi , non teatro ^ o loggia ,
Ma *n lor vece un^ abete , nn faggio , un pino
Tra r erba verde e *l bel monte vicino ^
Onde si scende poetando, e poggia ,'
Levan di terra u\ ciel nostr^ intelletto «
E'i rosignuol^ che dolcemente air ombra
Tutte le notti si lamenta , e piagne ,
D* amorosi pensieri il cor ne *ngombra •
Ma tanto ben sol tronchi , e fai imperfetto
Tu 9 che da noi. Signor mio, ti scompagne.
CANZONE I.
Lassare il velo o per Sole , o per ombra ,
Donna , non vi vid' io ,
Poi , che *n me conosceste il gran desio
Ch^ogni altra voglia dentr^al cor mi sgombra.
S Mentr' io portava i he* pensier celati ,
C* hanno la mentre desiando morta ,
Vidivi di pìetate ornare il volto:
Ma poi , eh* Amor di me vi fece accorta ,
Fur* i biondi capelli allor velati ,
IO £ r amoroso sguardo in se raccolto.
Quel che più desiava in voi , m* è tolto ;
Si mi governa il velo ,
Che per mia morte ed al caldo , ed al gielo.
De' W vostr occhi il dolce lume adombra .
p A li T 1. g
SONETTO II.
Se la mia yita dall'aspro tormento
Si pnò taato schermire , e dagli a(£uim ,
Ch i* veggia per virtù degli ultim* anni ,
Donna , de* be* vostr* occhi il lume spento :
E i cape* d' oro fin farsi d* argento ,
E lassar le ghirlande , e i verdi panni,
£» 1 viso scolorir che ne* miei danni
A lamentar mi Ùl panroso e lento:
Pur mi darà tanta baldanza Amore,
Ch* i* vi discovrirò , de* miei martiri
Qna*sono stati gli anni, e i giorni e Tore.
E se*l tempo è contrario. ai beMesiri;
TTon fia ch* almen non giunga al mio dolore
Alcun soccorso di tardi sospiri.
SCBETTO 12.
Quando fra 1* altre donne ad ora ad ora
Amor vien nel bel viso di costei ;
Quanto ciascuna è men bella di lei ,
Tanto cresce il desio che m* innamora .
^* h'^nedico il loco, e '1 tempo e l'ora.
Che si alto miraron gli occhi miei;
E dico : Anima , assai ringraziar dei ,
Che fosti a tanto onor donata allora .
Da lei ti vien l'amoroso penserò.
Che mentre *1 segui, al sommo ben t* invia.
Poco prezzando quel ch* ogni uom desia:
Ba lei vien 1* animosa leggiaaria , •
Ch* al Ciel ti scorge per. destro sentero;
Sì eh' i* vo già della speranza altero .
\
IO P k I M ▲
CANZONE 2.
Occhi miei lassi , mentre eh* io yi giro
Nel bd tìso di quella che Vha morti»
Fregoli , siate accorti : *
Che già TÌ sfida Amore; ònd*io sospiro.
Morte può chiuder sola a* miei pensieri
L* amoroso cammiu che li. conduce
Al dolce porto della lor salute.
Ma puossi a voi celar la TOttra luce
Fe4r meno obbietto : perchè meno interi
Siete formati, e di minor virtate •
Però dolenti , aniì che sian venute
L^ore del pianto, che son già vicine »
Prendete ordalia fine
Breve conforto a si lungo martiro*
SONETTO i3.
Io mi rivolgo indietro a ciascun passo
Col corpo stanco , eh* a gran pena porto}
E prendo allor del vostr aere conforto.
Che *1 fa gir olirà , dicendo , Oimè lasso «
Poi ripensando al dolce ben eh* io lasse ,
Al cammin 'lungo ed al mio viver corto }
Fermo le piante sbigottito e smorto ;
E gli occhi in terra lagrimando abbasso •
Talor m* assale in mezzo a* tristi pianti
Un dubbio, come posson queste membra
Dallo spirito lor viver lontane :
Ma rispondemi Amor : Non ti rimembra ,
Che (juesto è privilegio degli amanti,
ScioLui da tutte qualitati umane?
PARTE. XI
SONETTO 14.
ilfoTesi'l Tecchierel canuto e bianco
Del dolce loco oy* ha sua età fornita ;
E dalla Cimigliuola sbigottita ^
Che Tede il caro padre venir manco:
Indi traendo poi T antico fianco
Per r estreme giornate di sua vita ^
Quanto più può , col buon voler s* aita
Rotto dagli anni, e dal cammino stanco.
£ vì^ne a Roma seguendo *1 desio
Per mirar la sembianza di colui
Ch^ ancor lassù nel ciel vedere spera:
Cosi , lasso , talor vo cercand^ io ^
Donna , quant* è possibile , in altrui
La desiata vostra forma vera.
SONETTO i5.
^iovommi amare lagrime dal viso
Con un vento angoscioso di sospiri ^
Quando in voi adivien che gli occhi giri^
Per cui sola dal mondo i son diviso •
^ero è , chb T dolce mansueto rìso
Pur* acqueta gli ardenti miei desiri ,
£ mi sottragge al foco de* martiri ,
Mentr*io son a mirarvi intento e fisot
Ma gli spiriti miei s* agghiaccian poi 9
Ch*i veggio al dipartir, gli atti soavi
Torcer da me le mie fatali stelle.
Largata al fin con T amorose chiavi
L anima esce del cor, per seguir voi;
£ con molto pensiero indi ai sTtUè»
J2 PRIMA
soNErro 16.
Quaad^ Io son tutto volto m quella parte
Ove '1 bel viso di Madonna luce ;
E m* è rimasa nel pensler la luce
Che m*arde e strugge dentro a parte a parte ;
1' , che temo del cor , che mi si parte ,
E veggio presso il fin della mia luce ;
Yommene in guisa d* orbo senza luce »
Che non sa ove si vada , e pur si parte •
Cosi davanti ai colpi della Morte
Fuggo ; ma non si ratto , che 1 desio
Meco non venga , come venir sole •
Tacito vo; che le parole morte
Farian pianger la gente : ed i* desio ^
Che le lagrime mie si spargan sole •
SONEITO 17.
Son* animali al mondo di sì altei^
Vista , che 'ncontr' al Sol pur si difende :
Altri , però che *1 gmn lume gli offende ,
Non escon fuor se non verso la sera :
Ed altri col desio folle; che spera
Gioir forse nel foco , perche splende ;
Provan V altra virtù , quella che 'ncende .
Lasso , il mio loco è *n questa ultima schiera ;
Ch* i* non son forte ad aspettar la luce
Di questa Donna , e non so fare schermi
Di luoghi tenebrosi o d' ore tarde .
Però con gli occhi lagrimosi e 'nfermi
Mio destino a vederla mi conduce :
E so ben , eh* io vo dietro a quel che m* arde •
PARTS. l3
SONETTO i8.
TergogoAndo talor , eh* ancor si taccia ,
Donna , per me vostra bellezza in rima ,
Ricorro al tempo , eh' i' vi vidi prima ,
Tal che nuli* altra fia mai che mi piaccia
Ma trovo peso non dalle mie braccia ,
Ne ovra da polir con la mia lima :
Però r ingegno , che sua forza estima ,
Neir operaziou tutto s* agghiaccia •
Più volte già per dir le labiira apersi :
Poi rimase la voce in mezzor'l petto.
Ma qual suon poria mai salir tant' alto ?
Più volte incominciai di scriver versi :
Ma la penna e la mano , e T intelletto
Rimaser vinti nel prìmier* assalto •
SONETTO 19.
Mille fiate , o dolce mia guerrera ^
Per aver co' begli occhi vostri pace ,
Viaggio pix>(ferto il cor: m' a voi non piace
Mirar si basso con la mente altera :
E se di lui fors' altra donna spera ;
Vive in speranza debile e fallace:
Mio ; perchè sdegno ciò eh' a voi dispiace;
Esser non può giammai cosi , com' era •
Or s' io lo scaccio , ed e' non trova in voi
Neil* esilio infelice alcun soccorso.
Né sa star sol , ne gire ov* altr' il chiama ;
Feria smarrire il suo naturai corso;
Che grave colpa fia d' ambedue noi,
E tanto più di voi, quanto più v'ama.
CANZONE 3.
A qualunque animale alberga in terra;
Se non se alquanti ch'hanno in odio il &
Tempo da traTagliare è quanto èU gior
Ma poi y ch^ il Ciel accende le sue stelle
5 Qua! torna a casa , e qual s* annida in se
Per aver posa almeno infin* air alba •
Ed io da che comincia la beir Alba
A scuoter Y ombra intorno della terra
Svegliando ^i animali in ogni selva ^
IO Non ho mai trieguà di sospir col Sole.
Poi , quand* io vegeio fiamnneggiiAr le std
Vo lagrimando» e desiando il giorno.
Quando la sera scaccia il chiaro giorno ^
E le tenebre nostre altrui ùnn alba;
i5 Miro pensoso le crudeli stelle ,
Che m' hanno fatto di sensibil ferra ;
E maledico il di eh' i vidi *1 Sole ;
Che mi fa in vista un'uom nudrito in sei
Non credo che pascesse mai per selva
2o Si aspra fera, o di notte o di giorno;
Come costei , eh' i piango air ombra e al Se
E non mi stanca primo sonno, od alba
Che bench* i* sia mortai corpo di terra ^
Lo mio fermo desir vien dalle stelle.
25 Prima eh* i' tomi a voi , lucenti, stelle ,
O tomi giù neir amorosa selva
Lassando il corpo , che fia trita terra ;
Vedess* io in lei pietà : eh* in un sol* gio]
Può ristorar molt* anni , e *nnanzi V albj
do Puommi arricchir dal tramontar del So
Con lei foss* io da che si parte il Sole ;
PARTE. l5
È non ci rede 88* altri che le stelle;
Sol una notte ; e mai non fosse V alba ; "^
E non si trasformasse in yerde seWa
Per uscirmi di braccia , come il giorno 35
Che Apollo la seguia quaggiù per terra.
Ma io sarò sotterra in secca selva;
El giorno andrà pien di minute stelle ^
Ptima eh* a si dolce alba arrivi il Sole.
CANZONE 4.
Nel dolce tempo della fmma etade^
Che nascer vide , ed ancor quasi in erba ,
La fera voglia che per mio mal crebbe;
Perchè cantando , il duol si disacerba ^
Canterò , com* io vissi in libertade , 5
Mentre Amor nel mio albergo a sdegno s*ebbe :
Poi seguirò , siccome a lui ne *ncrebbe
Troppo altamente; e che di ciò m* avvenne :
Di eh* io son fatto a molla gente esempio :
Benché *1 mio duro scempio la
Sia scritte altrove sì , che mille penne
Ne son già stanche ; e quasi in ogni valle
Rìmbomoi 1 suon de* miei gravi sospiri ,
eh* acquistan fede alJa penosa vita :
E se qui la memoria non m* aita , i5
Come suol fare ; iscusìnla i martiri ,
Ed un pensier che solo angoscia dille
Tal 9 eh ad ogni altro fa voltar le spalle :
E mi face obbliar me stesso a forza :
Che tieu di me quel dentro , ed io la scorza • 20
Tdico, che dal dì che^l primo assalto
Mi diede Amor, molt*anni eran passati ,
Sicch' io cangiava il giovenilc aspetto;
Z6 PRIMA
E dintorno al mio cor pensier gelali
^i Fatto avean quasi adamantino smalto,
Ch* allentar non lassava il duro af<o ;
Lagrima ancor non mi bagnava il peli
Ne roiopea il sonno : e quel eh* in^ me non
Mi pareva un miracolo in altrui.
3o Lasso y che sou ? che fui?
I^ vita il fin', e '1 di loda la sera •
Che sentendo il crudel di ch^io ragioi
lufin' allor percossa di suo strale
Non essermi passato oltra la gonna «
35 Prese in sua scorta una possente donn
Ver cui poco giammai mi valse o vai
Ingegno o forza , o dimandar perdon
Ei duo mi trasformare in quel qh* T 9
Facendomi d* uom vivo un lauro ve^
^ Che per fredda stagion foglia non pa
Qual mi fec* io , quando prìmier m* acce
Della trasfigurata mia persona :
£ i capei vidi far di quella fronde
Di che sperato avea già lor corona ;
45 E i piedi 9 in ch*io mi stetti, e mossi e i
( Com* ogni membro air anima rispond
Diventar, due radici sovra V onde ,
Non di Penéo, ma d^un più altero fi
E'n duo rami mutarsi ambe le bracci
So Ne meno ancor m* agghiaccia
L'esser coverto poi di bianche piume
Allor che fulminato, e morto giacqu^
Il mio operar , che troppo alto monta
Che perch'io non sapea dove, né qu
55 Mei ritrovassi ; solo lagrimando ,
Là Ve tolto mi fu , di. e notte andava
Kicercando dal lato 9 ^.dentro all^acqi
p A n T E. rf
E giammai poi la mia lioeua non tacque ,
Menife poleo , del suo cader maligno :
Ood* io presi col suon color d* un cigno • 60
Cosi lungo ramate Htc andai;
Che volendo parlar cantaya sempre
Mercè chiamando con estrania voce:
Né mai in si dolci , o *n sì soavi tempre
Risonar seppi gli amorosi guai^ 65
Che *1 cor s* umiliasse aspro e feroce •
Qual fu a sentir ; che 1 ricordar mi coce ?
Ma molto più di quel eh* è per innanzi ,
Della dolce , ed acerba mia nemica
E liisojgno eh* io dica ; 70
Benché sia tal , eh' ogni parlare avanzi •
Qaesta.che col mirar gli animi fura^
ÌTaperse il petto, e 1 cor prese con mano ,
Dicendo a me : di ciò non fisur parola :
ha la rividi in altro abito sola 75
Tal , eh* i' non la conobbi » (o senso umano!)
Anzi le dissi *1 ver pien di paura :
Ed ella nell'usata sua figura
Tosto tornando , fecemi , oimè lasso ,
D*un quasi vivo e sbigottito sasso. 80
Ella parlava si turbata in vista,
die tremar mi fea dentro a quella petra
Udendo, V non son forse chi tu credi:
£ dicea meco: se costei mi spetra.
Nulla vita mi fia noiosa , o trista : 85
A farmi lagrimar , signor mio , riedi .
Come , non so , pur 10 mossi indi i piedi ,
Hon altrui incolpando , che me stesso ,
tutto quel di tra vivo e morto .
Ma perchè *1 tempo è corto , go
La penna al buon voler non puè gir presso ;
Petrarca Voi. I. z
if) ^ V t T S A
Onde |riù' ^ose nella menu seritce
Vo trapassando : e sol d^alcune parlo t
Che maravif^lia fanno a eh» rascolla.
95 Morie mi s*era ìutomo al oore . arTolia »
Né tacendo potea dì sua man irario ,
O dar soccorso alle TÌrtuti afiSitte :
Le TiTC voci nr* erano interdille :
Oud* io gridai 'con caria , e con inchiostro ,
200 r(on son mio, no : % io moro, il danno e Toslro.
Ben mi credea dinanzi agli occhi suoi
«D* indino far eosì di mercè degno :
E questa speme m*«vea fatto aratto •
Ma talor^ umiltà spegne disdegno;
lo5 Talor Tenfiamma : e ciò sepp io dappoi
Lunga slagion di tenebre vestito :
Ch* a ' quei preghi il mio lume era aparilo*
Ed io non ritrovando iotomo tntomo
Ombra di lei, ne pur de' suoi piedi orma,
210 Com' uom che tra via dorma,
Gìttaimi stanco sopra Terba un giorno .
Ivi accusando il fuggitivo raggio
Alle lagrime triste allargai '1 freno »
E lascia ile cader come a lor parve:
zi5 Ne giammai neve sott* al Sol disparre»
Com io senli me tutto venir meno ,
E farmi una fontana appiè d* un iaggio •
Gran tempo umido tenni quel viaggio •
Chi udì mai d*«om vero nascer fonte?
Z20 E parlo cose manifeste e conte •
L*alma , eh' è sol da Dio fatta gentile;
(Che gfji d^altrui non può venir tal grazia)
Simile al suo fattor stato ri tene :
Però di perdonar mari non è sazia
125 A chi col core e col sembiante umile
p n m r «, tg
Dopo i^trantunqae offese a mercè i^ene ;
E se contra sao stile ella sostene
D^ esser molto pregata , in lui si specchia ;
E fai perchè U peccar più si paveate :
Che non ben si ripente -i3o
Ddrnn mal, chi dell'altro s* apparecchia •
Poi che Madonna da pietà commossa
Degnò mirarmi , e riconobbe e vide
Gir di pari la pena col peccato ;
Benigna mi ridesse al primo stato.. l35
Ma nulla è al mondo in ch'uom saggio si fide:
Ch* ancor poi ri pregando 9 i nervi e Tossa
Mi Tolse in dura seloe; e cosi scossa
Voce rimasi dell' antiche some;
Chiamando Morte , e lei sola per nome* 140
Spirto doglioso errante , mi rimembra ,
Per spel nuche deserte e pellegrine ,
Pianai molt* anni il mio sfrenato ardire :
Ed ancor poi trovai di quel mal fine »
E ritomai nelle terrene membra , z45
Credo , per più dolor' ivi sentire •
I segui tanto avanti il mio desire ,
Ch* un dì cacciando si , com'io solca ,
Mi mossi ; e quella fera bella e cruda
In una fonte ignuda zSo
Sì stafva 9 quando '1 Sol più forte ardea •
Io, perchè d'altra vista non m'appago.
Stetti a mirarla : ond' ella ebbe vergogna ,
E per farne vendetta , o per celarse ,
L* acqua nel viso con le man mi sparse. i55
Vero dirò : forse e parrà menzogna :
Ch' i senti trarmi della propria immago ;
Ed in un cervo solitario , e vago
20 IP R I V A
Di sdra in 6dTa ratto mi tratfomm ;
t6o Ed ancor de^ mìei can fuj;go lo stormo •
CaDzon% i non fu* mai quel nuvol d*oro
Che poi discese in preziosa pioggia ,
Sicché*! foco di Giove in parte spente:
Ma fui ben fiamma ch*un bel guardo accense;
l65 E fui Tuccel che più per Taere poggia»
Alzando lei che ne* miei detti onoro :
riè per nova figura il primo alloro
Sei>pi lassar * die pur la sua dolce ombra
Ogni men bd piacer del cor mi sgombra.
SONETTO ao.
Se l'onorata fronde che prescrive
Uira dd Qd» quando 1 gran Giove tona^
Don m* avesse disdetta la corona
Che suole ornar chi poetando scrive ;
l'era amico a queste vostre Dive ,
Le qua' vilmente il secolo abbandona :
Ma quella ingiuri/Ei già lunge mi sprona
Dair inveutrice delle prime olive:
Che non bolle la poi ver d'Etiopia
S<Uto '1 più ardente Sol , com* io sfavillo
Perdendo tanto amata cosa propia • .
Cercate dunque fonte più tranquillo {
Che *1 mio d*ogni licor sostcne inopia ^
Salvo di qud che lagrimando stiUo.
PARTE, 21 \
SONETTO 21.
Amor piangeva , ed io con lui tal volta ;
Dai qual miei passi non fur mai lontani:
Mirando , per gli effetti acerbi e strani ^
L'anima vostra de' suoi nodi sciolta .
Or ch'ai dritto cammin V ha Dio rivolta ;
Col cor levando al Cielo ambe le mani
Rioerazio lui, ch'i giusti preghi renani
Benignamente , sua mercede , ascolta •
£ se tornando all' amorosa vita ,
Per farvi al bel desio volger le spalle ,
Trovaste per la via fossati , o poggi ;
Fu per mostrar 9 quant'è spinoso calle ,
E ouanto alpestra, e dura la salita
Onae al vero 'valor conven ch'uom poggi.
SONETTO 22.
Più di me lieta non si vede a terra
Nave dall'onde combattuta, e vinta.
Quando la gente di pietà dipinta
Su per. la nva a ringraziar s'atterra;
Né lieto più del career si disserra
Chi 'ntomo al collo ebbe la corda avvinta.
Dì me , veggendo quella spada scinta ,
Che fece al signor mio si lunga guerra •
£ tutti voi ch'Amor laudate in rima.
Al buon testor degli amorosi detti
Rendete onor, eh era smarrito in prima.
Che più gloria è nel regno degli eletti
D' un spirito converso , e più s' estima ,
Che di novautanove altri perfetti.
PRIMA
SONETTO 23.
U succèssor di Carlo ; che la chioma
G)n la eorona del mo antico adorna ;
Pinete ha ^i& Tarme per fiaccar le corsa
A Babilonia , e chi da lei si noma :
E 1 Vicario di Cristo con la soma
Delle cfaiaTÌ, e del manto al nido toma;
Sicché 9 scaltro accidente noi distorna» j
Vedrà Bologna , e poi la nobil Roma. l
La mansueta vostra , e gentiFagna
Abbatte i fieri lupi : e così vada
Chiunque amor legìttimo soompaffna.
Consolate lei dunque , eh' ancor baaa ;
E Roma, che del suo sposo si lagna;
£ per Gesù cingete omai la spada •
CANZONE 5.
O aspettata in Ciel , beata e bella
Anima, che di nostra umanitade
Vestita vai , non come V altre carca ;
Perchè ti sian men dure omai le strade»
5 A Dio diletta, obbediente ancella»
Onde al suo regno di quaggiù si Tarca;
Ecco novellamente alla tuabarca »
Ch' al cicco mondo ha già volte le spalle
Per gir a miglior porto »
IO D'un vento occidental dolce conforto;
Lo qual per mezzo questa oscura tàlle.
Ove piangiamo il nostro , e raltrui torto
La condurrà de' lacci antichi sciolta
Por drittissimo calle
Al Ttraoe Qrìeale» ovVdk è yoIu. i5
Pone i deroti f ^ gli ^morosi pr^hi ^
E le lagrime sanie de* mortali
Son gittate iQuaim alia pietà superoa ;
E forse non far mai tante, ne taU,
Che per merftQ lor panto si pi^bi 20
Faor di suo corso la ciastizia eterna:
Ma qael benigno Re cue*i Ciel governa^
Al sacro loco ove fu posto iu croce»
Gli occhi per gra^iia gira :
Onde nel pe(to al .novo Carlo spira 25
La yendeUa eh* a noi tardata noce
Si , che molt* anni Europa ne sospira :
Co» soeoorre alla sua amata sposa ,
Tal 9 che sol della yoce
Fa tremar Babilonia , e star pensosa • . 3o
Chiunque alberga tra Garonua , eU monte,
E *ntra *1 Rodano , e U Reno , e T onde salse ;
Le ^nsegne Cristianissime accompagna :
Ed a coi mai di vero pregio calse.
Dal Pirenéo alF ultimo orizzonte , 3£
Con Aragon lasserà vota Ispagna :
Inghilterra , con T isole che bagna
L' Oceano intra '1 Carro , e le Colonne ^
Infiu là dove sona
Dottrina del santissimo Elicona , 40
Varie di lingue, e d'arme, e delle gonne
All'alta impresa cantate . sprona «
Deh aaal amor si licito , o si degno »
Qua^hgli mai, quai donne
Furoa materia a si giusto disdegno? 4^
Una parte del mondo e che si giace
Mai sempre in ghiaccio , ed m gelate nevi '
Tolta lontana dal canuniu deLJSol^:
S4 p k I M A
Là 9 sotto i giorni nubilosi e br^it
5o Nemica naturalmente . di race
Nasce una ffente , a cui 1 morir non dole.
Questa se più devota che non sole ,
Col Tedesco furor la spada dgue ;
Turchi , Arabi , e Caloei ,
55 Con tutti Quei che speran nesU dei
Di qua dal mar che fa Tonue tanmiìgne.
Quanto sian da prezzar , conoscer dei :
Popolo ignudo, paventoso e lento;
Che ferro mai non strignc ,
6o Ma tutti colpi suoi commette al vento «
Dunque ora èl tempo da ritrarre il collo
Dal giogo antico , e da squarciar il Telo ,
Ch*è stato avvolto intomo agli occhi npstri ;
E che*l nobile ingecno che dal cielo
Per grazia tien* dell immortale Apollo»
' E Teloquenzia sua vertù qui mostri
Or con la lingua , or con laudati inchiostri :
Perchè d* Orieo leggendo , e d^Anfione ,
Se non ti maravigli; '
7^ Assai meu fia eh* Italia co* suoi figli
Si desti al suon del tuo chiaro sermone
Tanto , che per Gesù la lancia pigli :
Che , s* al ver mira questa antica madre »
In nulla sua tenzone
75 Fur mai cagion sì belle o sì leggiadre.
Tu, eh* hai per arricchir dVn bel tesauro.
Volte r antiche e le moderne carte ,
Volando al Gel con la terrena soma^
Sai dair imperio del figliuol di Marte
8c Al grande Augusto ; che di verde lauro
Tre volte trionfando ornò la chioma ;
!Nell* altrui ingiurie d^ SUO sangue jRoma
65
IP A R T E. 25
Spesse fiate quanto fu cortese :
Ed or perche non fia
Cortese no , ma conoscente e pia 85
A Tendicar le dispietate offese
C^jl figHaol glorioso di Maria?
Che dunque la nemica parte spéra
Neir umane difese;
Se Cristo sta dalla contraria schiera? 90
Fon mente al temerario ardir di Serse ;
Che fece per calcar i nostri liti
Di novi ponti oltraggio alla marina :
E vedrai nella morte de* mariti
Tutte vestite a brun le donne Perse ^ gS
E tinto in rosso il mar di Salamina :
E non pur questa misera ruina
Del popolo infelice d' Oriente
Vittoria ten promette;
Ma Maratona , e le mortali strette 100
Che difese il Leon con poca gente ;
Ed altre mille , eh' hai scoltate e lette .
Perchè inchinar a Dio molto convene
Le ginocchia e la mente ;
Che gli anni tuoi riserva a tanto bene. io5
Tu vedrà' Italia , e l'onorata riva ,
Canzon : ch'agli occhi miei cela e contende
Non mar, non poggio o fiume;
Ma solo Amor; che del suo altero lume
Più m'invaghisce dove più m'incende: no
Ne natura può «tar contr' al costume .
Or movi> non smarrir l'altre compagne :
Che non pur sotto bende
Alberga- Ajcnor ; per cui si ride e piagne.
26 P R I M ìK
CANZONE 6.
Terdi panni , sanguigni ^ oscuri o pera
Non vesti donna unouanco ^
Ne d* or capelli in bionda treccia attom
Sì bella » come questa che mi spoglia '
5 D* arbitrio, e dal cammin di libertade
Seco mi tira sì « eh* io non sostegno
Alcun giogo. men grave.
£ se pur s*arma talor*a dolersi
L'anima, a cui vien manoo
SO Consiglio , ove *1 martir l'adduce in fon
Rappella lei dalla sfrenata voglia
Subita vista ; che del cor mi rade
Ogni delira impresa , ed ogni sdegno
Fa 1 veder lei soave .
l5 Di quanto per amor giammai soffersi ^ i
Ed aggio a soffrir anco
Fin che mi sani U cor colei che *1 mon
Rubella di mercè, che pur le 'n voglia,
Vendetta fia ; sol che contra umiltaae
2o Orgoglio ed ira il bel passo ond*io veg
Non chiuda , e non inchiave •
Ma l'ora, e*l giorno eh* io le luci apersi
Nel bel nero, .e nel bianco.
Che mi scacciar di là dt)v*Amor corse ^
ft5 Novella d*esta vita che m'addoglia,
Furon radice , e quella in C4ii 1 etide
Nostra si mira , la qual piombo o legni
Vedendo è chi non pavé .
Lagrima adunque che dagli occhi versi
3q Per quelle cbe nel manco
Lato mi bagna chi primier s' accorse ,
P A R T E« 27
Qua'li^ella , dal voler mio non mi svoglia :
Clie^n giusta parte la sentenzia cade:
Per lei sospira ]*alma, ed ella è degno
Che le sue ]piaehe lave . '35
Dai me soa fatli 1 miei pensier diversi :
Tal già, qHal io mi stanco,
L* amata spada in sé stessa contorse.
Né qadla pr^o , che però mi sdoglia :
Che men son dritte al ciel tutt* altre strade ; 4^
E non s* aspira al glorioso regno
Cerio in più salda nave .
Benigne stelle , che compagne fersi
Al fortunato fianco , r 4
Quando *1 bel parto giù nel mondo scorse ! 45
Ch* è stella in terra , e come in lauro foglia.
Conserva verde il pregio d^onestade.
Ove non spira folgore, ne indino
Vento mai , che V aggrave • 1 1
So io ben , eh* a voler chiuder in versi 5o
Suo' laudi , fora stanco
Chi più degna la mano a scriver porse •
Qua! cella e di memoria , in cui s' accoglia
Quanta vede vertùt quanta beltade, ^
Obi gli occhi mira d'ogni valor segno » 55
Dolce del mio cor chiave?
Quanto 1 Sol gira , Amor più caro pegno ,
Domia , di voi non ave •
CANZONE 7-
Giovane donna sott^an verde lauro
Vidi , più bianca , e più fredda che neve
Non percossa dal Sol molti e moli' anni :
E *1 suo parlar\ e '1 bel viso , e le chiome
5 Mi piacquen sì, eh' i* Tho dinanzi a gli occhi
Ed avrò sempre ov* io sia, in poggio, o *n riva.
Allor saranno i miei pensieri a riva ,
Che foglia verde non si trovi in lauro :
Quand'avrò quetoil cor', asciutti gli occhi ,
IO Vedrem ghiacciar il .foco , arder la neve •
Non ho tanti capelli in queste chiome ,
Quanti vorrei quel giorno attender anni.
Ma perchè vola il tempo , e fuggon gli anni
Si, ch'alia morte in un punto s'arriva
i5 Ocon le brune, o con le bianche chiome;
Seguirò l'ombra di quel dolce lauro
Per lo più ardente Sole , e per la neve ^
Fin che Tultimo dì chiuda quest' occhi »
Non fur giammai veduti sì begli occhi
20 O nella nostra etade , o ne' prim'annì ;
Che mi struggon così , come '1 Sol neve :
Onde procede lagrimosa riva ;
Ch'Amor conduce appiè del duro lauro
Ch' ha i rami di diamante, e d'or le chiome^
25 l'temo di cangiar pria volto, e chiome t
Che con vera pietà mi mostri gli occhi
L'idolo mio scolpito in vivo lauro :
Che, s'al contar non erro , oggi ha sett' anni
Che sospirando vo di riva m riva
3o La notte e '1 giorno, al caldo ed alla neve •
PARTE, 2Q
Dentro pur foco, e for candida neve
Sol con questi pensicr , con altre chiome
Sempre piangendo andrò per ogni riva
Per far forse pietà venir negli occhi
Di tal che nascerà dòpo miirauni; 35
Se tanto viver può ben culto lauro.
L'auro, e i topazj al Sol sopra la neve
Vincon le bionde chiome, presso a gli occhi
Che menan gli anni miei si tosto a riva.
SONETTO 24.
Qaest* anima gentil che si diparte
Anzi tempo chiamata air altra vita;
Se lassuso è » quant* esser de* , gradita ;
Terrà del Ciel la più beata parte.
S'ella riman f ra *1 terzo lume , e Marte»
Fia la vista del Sole scolorita ,
Poich^a mirar sua bellezza infinita
L* anime degne intorno a lei fien sparte •
Se si posasse sotto '1 quarto nido ,
Ciascuna delle tre saria men bella.
Ed essa sola avria la fama e '1 grido •
Nel quinto giro non abitrebb* ella :
Ma se vola più alto , assai mi fido »
Che con Giove sia vinta ogni altra stella.
3C^ PRIVA
SONETTO 25.
Quanto più m'aTricioo al giorno estremo»
Che ruroana miseria suol far breve ^
Più veggio 1 tempo andar rdoce e lere»
E*l mio di lui sperar fallace e scemo.
r dico a* miei pensier , non molto andremo
D^amor parlando ornai: che*! duro egrei
TeiTcno incarco , come fresca nere ,
Si va struggeudii : onde noi pace avremo
Perchè con lui cadrà quella speranza^
Che ne fé* vaneggiar si lungamente;
E^l riso, el piaoto, e la paura, e rìra
Si vedrem chiaro poi, come sovente
Per le cose dubbiose altri s* avanza:
E' come spesso indarno si sospira.
SO^TTTO 26.
Già fiammeggiava T amorosa stella
Per r Oriente, e l'altra che Giunone
Suol far gelosa , nel Settentrione
Rotava i raggi suoi lucente e bella ;
Levata era a filar la vecchicrella
Discinta e scalza , e desto avea *i carbone
E gli amanti pungea quella stagione
Che per usanza a lagrimar gli appella;
Quando mia speme già condotta al verde
Giunse nel cor, non per Fusata via;
Che*l sonno tenea chiusa , e*l dolor moli
Quanto cangiata , oimè , da quel di pria !
E parca dir , perchè tuo valor perde ?
Veder questi occhi ancor non ti si toUe
PARTE» dt
SONETTO 27-
Apollo ; s* ancor yive H bel desio
Che l* iniia ramava alle Tessalicbe onde;
£ se noa hai ramate chiome bionde
Volgendo gli anni già posle iu obbliò;
DéI pigro gelo , e dal tem|K> aspro e rio »
Che dura quanto '1 tuo viso s^ascoode ; *
Difendi or V onorata , e sacra fronde
Ore iu prima , e poi fu* invescat* io :
E per vjirtù ddF amorosa speme
Che il sostenne nella vita acerba.
Di queste impression T aere disgombra .
Si vedrem poi per maraviglia insieme
Seder la Donna nostra sopra V erba ,
£ far delle sue braccia a se stess* ombra •
SONETTO 28.
k^Io e pensoso i più deserti campi
Vo misurando a passi tardi e lenti;
E gli occhi porto per fuggir intenti
Dove vestìgio umau la i^na stampi. .
^Itro schermo non trovo che mi scampi
Dal manifesto accorger delle genti :
Perchè negli atti d'allegrezza spenti
Di fuor si legge com* io dentro avvampi :
il , eh* io mi credo omai , che monti e piagge ,
E fiumi 9 e selve sappian di che tempre
Sia la mia vita ; eh o celata altrui .
Ma pur si aspre vie , ne si selvagge
Cercar non so , ch'Amor non venga sempre
Ragionando con meco , ed io con lui *
3^ p n I s A
«M^ETTO 29;
SMo credessi per morte essere scarco
Del pensier amoroso che m'atterra;
G)o le mie mani avrei già posto in terf^
Queste membra no Jose , e quello incarc<> *
Ma p^cfa* io temo , che sarebbe un varco
Di pianto in pianto, e d*una in altra gnerrS^V
Di qua dal passo ancor che mi ai serra ^
Menò rimango lasso , e mezzo il varco •
Tempo ben fora omai d* avere spinto
L* ultimo strai la dispietata corda
Neir altrui sangue già bagnato e tìnto :
Ed io ne prego Amore , e qudla sorda
Che mi lasso de* suoi color dipinto ,
E di chiamarmi a se non le ricorda.
CANZONE 8.
Sì è debile il filo a cui sfattene
La gravosa mia vita.
Che, scaltri non Taita,
Ella fia tosto, di suo corso a riva :
5 Però che dopo Tempia dipartita
Che dal dolce- mio bene
Feci, soFuna spene
È stato infin' a qui cagìon eh* io viva »
Dicendo , perchè priva 4
IO àSia deir amata vista;
Mantienti , afiim» trista :
Che sai , s* a miglior tempo anco ritorni ,^
Ed a più lieti giorni?
O se 1 perdiito ben mai si racquista ?
p A E T e. 33
Questa speranza mi sosienae un tempo:
Or TÌen mancando, e troppo in lei m'attempo.
H tempo passa f e V ore son si pronte
A formr il viaggiò ,
Ch'assai spazio non aggio
Por' a pensar, compio corro alia morte. - 2o
Appena spunta im Oriente un raggio
Di Sol 9 cV air altro monte
Dell'avverso orizzonte
Giunto '1 vedrai per vie lunghe, e distorte.
Le vile son si corte, 25
Sì gravi i corpi e fi^i
Degli uomini mortali;
Che quaud'io mi ritrovo dal bel viso
Cotanto esser diviso ,
Col desio non p..>ssendo mover V ali ; 3a
Poco m'avanza del conforto usato :
Tiè so quant' io mi viva in questo stato.
Ogni loco m* attrista ov' io non veggio
Que* begli occhi soavi
Che portaron le chiavi 35
De' miei dolci pensier meutr' a Dio piacque :
£ perchè '1 duro esilio più m* aggravi ;
S* io dormo , o vado , o sèggio ;
Altro giammai non chieggio ;
E ciò ch'i' vidi dopo lor, mi spiacqne.' 40
Quante montagne ed acque ,
Quanto mar , quanti fiumi
M'ascondon que'duo lumi
Che quasi un bel serene a mezzo '1 die
Fer le tenebre mie , 45
Acciò che '1 rimembrar più mi consumi ;
£ quant'era mia vita allor gÌQJosR ,
M' msegni la presente aspra e nojosa •
Petrarca J^oU I. 3
34 PRIMA
Lasso, M ragionando si rinfireKa
5o Quell'ardente desio ,
Che nacque il giorno eh* io
Lassai di me la miglior parte addietro;
E s'Amor se ne va per lungp obUio;
Chi mi conduce all'esca
{)5 Gilde 1 mio dolor cresca ?
E perchè pria tacendo non m'impetro?
Certo cristallo 9 o vetro
?fon mostrò mai di fore
[Nascosto altro colore «
6o Che l'alma sconsolata assai non mostri
Più chiari i pensier nostri ,
E la fera doloexsa eh* è nel core; .
Per gli occhi , che di^ sempre pianger Tagh^
Cercan di e notte pur dii ^lien* appaghi •
C5 Novo piacer , che negli umani ingegni *
S])esse volte si trova ;
D'amar, qual cosa uova
Più folta schiera di sospiri accoglìa!
Ed io son un di quei che'l pianger* giovai
fjo E par ben , eh' io m' ingegni
Che di lagrime pregni
Sion gli occhi miei , siccome '1 cor di doglia :
E perchè a ciò m'invoglia
-Ragionar de* begli occhi;
75 (Né cosa è che mi tocchi 9
O sentir mi si faccia cosi addentro)
Corro spesso , e rientro
Colà donde più largo il diiol trabocchi ,
E sieu col cor punite ambe le luci 9
80 Ch'alia strada d'Amor mi furon duci.
Le treccie d'or, che devrien far il Sole
D'invidia molta ir pieno;
PA UT E. 35
E *1 liei guardo sereno ;
Ove i raggi d^Amor sì caldi sono ,
Che mi tanno ansi tempo Tenir- meno; 85
E Taecorte parole
Rade nel mondo , o sole ,
Che mi fier già di sé cortese dono »
Mi son tolte : e perdono
Più lieve ogni altra offesa ^ go
Che Tessermi contesa
Quella benigna angelica salute
Che U mio cor* a virtute
Destar solca con una voglia accesa :
Tal, ch'aio non penso udir cosa giammai, gS
Che mi conforte ad altro eh* a trar guai,
per pianger ancor con più diletto ;
Le man nianehe sottili ,
E le braccia gentili ,
E gli atti suoi soavemente alteri , loo
E 1 dolci sdegni alteramente umili ,
E '1 bel giovenil petto
Torre d'alto intelletto ,
Mi celan questi luoghi alpestri e feri :
E non so s* io mi speri - lo5
Vederla anzi eh* io mora :
Però eh* ad ora ad ora
S'erge la speme, e poi non sa star ferma;
Ma ricadendo afferma
Di mai non veder lei che'l Ciel* onora; no
Ove alberga Onestate, e Cortesia,
E dov* io prego ^ che '1 mio albergo sia •
Canzon , s'al dolce loco
La Donna nostra vedi;
Credo ben, che tu credi , Ii5
Ch* ella ti poi'gerà la bella mano ;
36 PRIMA
Ond*io 8on A lontano .
Ifon la toccar : ma reverente appiedi
Le di, eh* io sarò là tosto ch'io possa.
Ilo O spirto ignudo, od aom di carne, e d*ossa «
SONETTO 3o.
Orso , e* non furon mai fiumi , ne stagni ,
Ne mare, oVogni rÌTO si disgombra;
Ne di muro , o di poggio , o di ramò ombra;
Ne nebbia, die'l Ciel copra,e*l mondo bagni;
Ne altro impedimento , ond* io mi lagni ;
Qualunque più Fumana vista incombra;
Quanto aun yel, che due begli occhi adombra;
E par che dica : or ti consuma , e piagni
E quel lor* inchinar , eh* ogni mia gioja
Spe^e , o per umiltate , o per orgoglio ;
Cagion sarà che *nnanzi tempo i' moja :
E d*una bianca mano anco mi doglio;
Ch' è stata sempre accorta a farmi noia ,
E contra gli occhi miei s* è fatta scoglio •
P À R T B . 37
SONETTO 3i.
Io temo sì de' begli occhi Tassalto 9
Ne* quali Amore , e la mia morte alberga ;
Cb* 1* fuggo lor 9 come fanciul la Terga ;
E gran tempo è chMo presi '1 primier salto*
O3 ora innanzi faticoso , od alto
Loco non fia dove '1 voler non s* erga ;
Per non scontrar chi i miei sensi disperga.
Lassando , come suol , me freddo smalto .
Dunque s* a veder voi tardd mi volsi ,
Per non ravvicinarmi a chi mi strugge ;
Fallir forse non fu di scusa indegno .
Pi ù dico : che *1 tornare a quel eh* uom fugge ;
E M cor che di paura tanta sciolsi :
Fur della fede mia non leggier pegno •
SONETTO 32.
S'Amore, o Morte non dà qualche stroppio
Alla tela novella eh' ora ordisco ;
E s* io mi svolvo dal tenace visco ,
Mentre che Tun con T altro vero accoppio;
l'farò forse un mio lavor sì doppio
Tra lo stil de* moderni» e^l sermon prisco;
Che (paventosamente a dirlo ardisco)
Infin* a Roma n* udirai lo scoppio •
Ma però che mi manca a fornir Topra
Alquanto delle fila benedette
Ch avanzaro a quel mio diletto Padre ;
Perchè tien' verso me le man sì strette
Con tra tua usanza? i' prego che tu Topra:
£ vedrai riuscir cose leggiadre.
36 PRIMA
SONETTO 33.
Quando dal proprio sito si ri move
L*arbor chiamò già Febo in corpo umaBo;
Sospira , e suda air opera Vulcano ,
Per rinfrescar Taspre saette a Giove :
Il quar or tona , or nevica , ed or piove
Senza onorar più Cesare , che Giano :
La Terra piagne , e M Sol ci sta lontano ^
Che la sua cara amica vede altrove .
Allor riprende ahlir Saturno, e Marte
Crudeli stelle , ed Orione armato
Spezza a' tristi nocchier governi , e 8arte^=^
Eolo a Nettuuno , ed a Ginnon turbato
Fa sentir , ed a noi , come si parte
Il bel viso dagli Angeli aspettato •
SONETTO 34.
Ma poi che U dolce riso umile , e piano
Più non asconde sue bellezze nove;
Le braccia alla fucina indarno move
L* antiquissimo fabbro Siciliano :
Ch* a Giove tolte son Y arme di mano
Temprate in Mongibello a tutte prove ;
E sua sorella par , che si rinnove
Nel bel guardo d* Apollo a mano a manc:^
Del lito oecidental si move un fiato ,
Che fa securo il navigar senz' arte ,
E desta i fior tra Terba in ciascun prato^'
Stelle nojose fuggon d'ogni parte
Disperse dal bel viso innamorato;
Per cui lagrime molte son già sparte*
PARTE. S9
SONEITTO 35.
iìgliuol di Latona avea già noye
Volte guardato dal balcon sovrano ,
Per qaella eh' alcun tempo mo8se in- vano
I suoi sospiri , ed or gli altrui commove :
li , che cercando stanco non seppe , ove
S* albergasse da presso , o di lontano ;
Mostroisi a noi qual uom per doglia insano 9
Che mollo amata cosa non ritrove :
cosi tristo standosi in disparte
Tornar non vide il viso che laudato
Sarà , s' io vivo 9 in più di mille carte :
pietà lui medesmo avea cangiato
Sì 9 eh' e begli occhi lagrimavan parte :
Però r aere ritenne il primo stato .
SONETTO 36.
)uel ch'in Tessaglia ebbe le man sì pronte
A farla del civU sangue vermiglia ;
Pianse morto il manto di sua figlia
Raffigurato alle fattezze conte :
\ '1 pastor eh' a Golia ruppe la fronte ,
Pianse la ribellante sua fisuniglia ;
£ sopra 1 buon Saul cangiò le ciglia :
Ond' assai può dolersi il nero monte •
la voi 9 che mai pietà non discolora,
E ch'avete gli schermi sempre accorti
Gontra l'arco d'Amor , che ndarno tira ;
li vedete straziare a mille morti :
Ne lagrima però discese ancora
Da' be' vostr' occhi ; ma disdegno , ed ii*a *
40 P E I M A
SONETTO 37.
11 mio ovrersario; in cui Teder solete
Gli occhi Tostri , eh* Amore, el Qel^ onora;
Con le non sue bellezze y* innamora ,
Più che *n guisa mortai , soayi 9 e liete •
Per consiglio di lui. Donna, m^a^ete
Scacciato del mio dolce albergo fora;
Misero esilio! avvegnaché io non fora
D* abitar degno ove voi sola siete .
Ma s* io V* era con saldi chiovi fisso ,
Non dcvea specchio farvi per mìo danno ,
A Toi stessa piacendo , aspra e superbe. •
Certo se tì rimembra di Narcisso ;
Questo 9 e quel corso ad un termino vanno :
Benché di si bel fior sia indegna Terba.
SONETTO 38.
L'oro , e le perle, e i fior vermigli, e i bianchì.
Che U verno devria far languidi , e secchi;
Son per me acerbi , e velenosi stecchi ,
Ch' io provo per lo petto , e per li fianchi :
Però i dì miei fien lagrimosi , e manchi ;
Che gran duol rade volte avvien che 'nvecchi.
Ma più ne'ncolpo i micidiali specchi.
Che n vagheggiar voi stessa avete stanchi .
Questi poser silenzio al signor mio,
Che per me vi pregava ; ond*ei si tacque
Veggendo in voi finir vostro desio :
Questi fur fabbricati sopra V acque
IV abisso, e tinti ncll eterno obblio;
Onde '1 ]^aincipio di mia morte nacque .
PARTE. 41
SONETTO 39.
Io sentia dentr^al cor già venir meno
Gli spirti 9 che da toì ricevon vita :
£ perchè nataralmente spaila
Gontra la morte ogni animai terreno ;
Larga* il desio , eh* i* teng' or molto a freno ;
£ misil per la vìa quasi smarrita ;
Però cbe dì , e notte indi m* invita ;
Ed io contra sua voglia altronde *1 menò .
E* mi condusse vergognoso , e tardo
A riveder gli occhi leggiadri ; ond* io ,
Per non esser lor grave, assai mi guardo.
Vivrommi un tempo ornai : ch'ai viver mio
Tanta vìrtute ha soF un vostro sguardo ;
E poi morrò , s* io non credo al desio •
SONETTO 40.
Se mai foco per foco non si spense ,
Ne fiume fu giammai secco per pioggia ,
Ma sempre Tun per Taltro simil poggia;
E spesso l'un contrario Fallro accense;
Amor , tu eh* i pensier nostri dispense ,
Al quarun'alma in duo corpi s'appoggia,
Percnè fa* in lei con disusata foggia
Men per molto voler le voglie intense?
Forse , siccome *1 Nil d' alto caggcndo
Col gran suono i vicin d' intorno assorda ;
E *l Sol' abbaglia chi ben fiso il guarda ;
Così *1 desio, eoe seco non s'accorda,
Nello sfrenato obbietto vien perdendo;
E per troppo spronar la fuga è tarda •
4M fr H I ni A
SONÉTTO 4t.
Perch'io labbia guardato di menzogna
A mìo podere , ed onorato assai.
Ingrata lingua , già però non m*hai
Renduto onor , ma Catto ira , e yeigo^ •
Che qjuando più '1 tuo ajuto mi bisogna
Per dimandar mercede , allor ti stai
Sempre più fredda ; e se parole £ai ^
Sono imperfette, e quasi d iiom che sogna •
Lagrime triste , e toì tutte le notti
M'accompagnate, oVio vorrei star sdio*
Poi fuggite dinanzi alla mia pace.
E Toi si pronti a darmi angoscia , e duolo 4
Sospiri 9 allor traete lenti , e rotti •
Sola la vista mia del cor non tace •
CANZONE 9.
Nella stagion che '1 ciel rapido inchina
Verso Occidente , e che '1 dì nostro yol^
A gente che di là forse V aspetta ;
Veggeudosi in lontan paese sola
& La stanca vecchierella pellegrina
Raddoppia i passi , e più e più s* affretta
E poi cosi soletta
Al fin di sua giornata
Talora è consolata
IO D* alcun breve riposo; ov'clla obblia
La noja , e *1 mal della passata via .
Ma lasso , ogni dolor che U dì m* adduce f
Cresce , qualor s' invia
Per partirsi da noi T eterna Iqice •
PARTE. 4S
Come *I Sol Tolge le infiammale rote , i5
Per dar luogo alla notte; onde discende
Dagli altissimi monti maggior T ombra;
L'avaro zappador Tarme riprende ;
E con parole , e con alpestri note
Ogiii gravezza del suo petto sgombra; 29
E poi la mensa ingombra
Di povere vivande ,
Simili a quelle ghiande
Le qua' fuggenclo tutto 1 mondo onora •
Ma chi vuol , si rallegri ad ora ad ora : 25
Ch' i' pur non ebbi ancor non dirò lieta »
Ma riposata un' ora ,
Ne per volger di ciel , ne di pianeta .
Quando vede '1 pastor calare i raggi
Del gran pianeta al nido ov'egli alberga; 3o
E 'mbrunir le contrade d'Oriente ;
Drizzasi in piedi , e con Fusata versa «
Lassando l' erba , e le fontane , e i faggi ,
Move la schiera sua soavemente:
Poi lontan dalia gente 35
O casetta , o spelunca *
Di verdi frondi ingiunca:
Ivi senza pensier s adagia , e dorme •
Ahi crudo Amor, ma tu allor più m' informe
A seguir d'una fera, che mi strugge » 4^
La voce , e i passi , e l' orme ;
E lei non stringi, che s'appiatta, e fugge.
E i naviganti in qualche chiusa valle
Gettan le membra, poi che '1 Sol s' asconde.
Sul duro legno , e sotto l'aspre gonne • 45
Ma io; perchè s'atluffi in mezzo Tonde,
E lassi Ispagua dietro alle sue spalle,
£ Granata , e Marrocco , e le Colonne ;
44 PRIVA
E gli nomioi , e le donne »
So E 1 mondo , e gli animali
Acquetino i lor mali;
Fine non pongo al mio ostinato afiaono :
E dnoimi , eh* ogni giorno airoge al danno :
Ch*i*son già par crescendo in questa TOg^a
55 Ben presso al decim*anno;
yè poss* indovinar chi me ne scìoalìa.
E 9 perchè an poco nel parlar mi tloeo ;
Vesgìo la sera i buoi tornare sciolti
Dalle campagne , e da* solcati colli •
6o I mìei sospiri a n
Quando che sia ? i
Mìsero me , che volli
Quando primier si fiso
65 Gli tenni nel bel viso.
Per iscolpirlo immaginando in parte
Onde mai ne per forza , ne per arte
Mosso sarà ; fin eh' i* sia dato in preda
A chi tutto diparte ?
70 '^è so ben anco, che di lei mi creda.
Canzon , se F esser meco
Dal mattino alla sera
T* ha fatto di mia schiera ;
Tu non vorrai mostrarti iu ciascun loco:
75 E d'altrui loda curerai sì poco,
Clì* assai ti fia pensar di poggio iu poggio ,
Come m' ha concio T foco
Di questa viva petra ov* io m* appoggio •
PARTE. 45
SONETTO 42.
^oco era ad appressarsi agli occhi miei
La luce che aa lange gli abbarbaglia;
Che come vide lei cangiar Tessaglia ,
Cosi cangiato ogni mia forma avrei :
^ sMo noQ posso trasformarmi in lei
^iù eh' i' mi sia , non eh* a mercè mi vaglia;
^ qual pietra più rigida s* intaglia ,
Pensoso nella vista oggi sarei ;
di diamante , o d' un bel marmo bianco
^Qr la paura forse , o d' un diaspro
-'^i^egiato poi dal vulgo avaro , e sciocco :
^rei fuor del grave giogo » ed aspro ;
•f^^r cu* i'ho invidia di quel vecchio stanco,
^iie fa con le sue spalle ombra a Marrocco.
«
CANZONE IO.
^=^ al suo amante più Diana piacque ,
<^uando per tal ventura tutta ignuda
L^a vide m mezzo delle gelid' acque ;
^V a me la pastorella alpestra , e cruda
*^osta a bagnir un leggiadretto velo,
^^*a Laura il vago , e biondo capei chiuda ;
*7al, che mi fece or quand'egli arde il Cielo,
^utto tremar d' un amoroso gielo .
46 PRIMA
CANZO?fE II.
Spirto gentil , che quelle membra reggi
Dentro alle qua' |)eregrinando alberga
Un signor vatoroM>., accorlo, e saggio;
Poi che se' giunto all'onorata verga ,
5 Con la qual Roma, e suoi erranti correg^'^
E la ricniami al suo antico viaggio;
lo parlo a te , però ch'altrove un raggiti
IVon veggio di vertù , eh* al mondo è spenta ì
ìiè trovo chi di mal far si ▼ergogni •
jo Che s' aspetti non so , uè che s* agc^ni
Italia ; che suoi guai non par che lenta ;
Vecchia , oziosa , e lenta •
Dormirà sempre, e non fia chi la sv^li?
Le man ravess'io avvolte entro e capegli*
i5 Non spero che giammai dal pigro sonno
Mova la testa per chiamar cu uom (accia;
Si gravemente è oppressa, e di tal soma*
h Ma non senza destino alle tue braccia ,
Che scuoter forte , e sollevarla ponno ; 1
20 E or commesso il nostro capo Roma . i
Fon man' in quella vcnerabii chioma
Sccuramcntc , e nelle treccie sparte
Sì , che la neghiltosa esca del JTango.
1'; che di e notte del suo strazio pianga'
as5 Di mia speranza ho in te la maggior part^ '
Clie se'l popol di Marte
Devcssc al proprio onor' alzar mai gli occl**
Farmi pur rh'a'tuoi di la grazia tocchi ^
l'flntlcac mura eh' ancor teme ed ama,
3q e tT-cma '1 mondo , quando si rimembra
Del tempo aud^lo ^ e 'udietro si rivolve i
PARTE. 47
E i sassi dove fur chiuse le membra
Di tai che non saranno senza fama
Se 1* universo pria non si dissolve;
£ tutto quel cV una ruina involve, 35
P^ le spera saldar ogni suo vizio •
granai Scipio ni , o fedel Bruto ,
Quanto V* aggiMida , se gli è ancor venuto
Romor labili del ben locato ofiizio !
Come cre\ che Fabbrizio 4^
, Si, faccia lieto , udendo la novella !
&*dice, Roma mia sarà ancor bella*
E se cosa di qua nel Ciel si cura ;
L'anime che lassù son cittadine ,
Ed hanno i corpi abbandonati in terra ; 4^
Del lungo odio civil ti pregan fine.
Per cui la gente ben non s* assicura ;
Onde 1 cammin' a* lor tetti si serra ;
Che fur già si devoli » ed ora in guerra
Quasi spelunca di ladron son fatti , 5o
Tal , ch^ a^ buon solamente uscio si chiude;
E tra gli altari 9 e tra le statue ignudo
Ogn.^ impresa crudel par che si tratti .
Dell quanto diversi atti !
]Nè scuza squille s* incomincia assalto , 55
Che per Dio ringraziar fur poste in alto.
Le donne lagrimose , e '1 vulgo inerme
Della tenera ctate , e i vecchi stanchi ;
Ch* hanno se in odio , e la soverchia vita ;
£ i neri fraticelli , e i bigi , e i bianchi 6a
Con Taltre schiere travagliate , e *nferme
Gridane o signor nostro, xiita, aita .
E la povera gente sbigottita
Ti scopre le sue piaghe a mille a mille ;
Ch'Annibale, non ch'altri, farian pio : 65
48 ^ R I M A '
E se ben guardi alla maglon di Dio
eh* arde oggi tutta ; assai poche faville
Spegnendo , fien trapquille
Le voglie che si mostra n sì infiammate:
fjo Onde tìen Tòpre tue nel Ciel laudate.
Orsi , lupi , leoni , aquile , e serpi.
Ad una cran marmorea G)Ionna
Fanno noja sovente , od a se danno :
Di costor piagne quella gentil donna
^5 Che f ha chiamato, acciò che di lei sterpi
Le male piante » che fiorir non sanno •
Passato è già più che *1 millesim'' anno
Che^n lei mancar queir anime leggiadre
Che locala Tavean là dov^eirera.
8o Ahi nova gente oltra misura altera ,
liTCverente a tanta , ed a tal madre !
Tu marito , tu mdre ;
Ogni soccorso di tua man s* attende:
Che 1 maggior padre ad altr'opera intende.
85 Rade volte adivien , eh* air alte imprese
Fortuna ingiuriosa non contrasti ;
Ch* a gli animosi fatli mal s* accorda.
Ora sgombrando 1 passo onde tu intrasti ,
Fam^misI perdonar molt' altre offese :
go Ciralmeu qui da se stessa si discorda;
IVm , che quanto '1 mondo si ricorda ,
Ad uom mortai non fu aperta la via
Per farsi , come a te , di fama etemo :
Che puoi drizzar ,* s* i* non falso discemo ^
^5 III stato la più uobil monai*chia •
Quanta gloriar ti fia
Dir ; gli altri l'aitar giovane , e forte ;
Questi iu vecchiezza la scampò da morte «
P A R T If* ^
Sopra 1 monte Tarpeo , Canzon , vedrai
Un cavalier , ch^ Italia tutta onora ; io<j
Pensoso più dValtrui, che di se stesso.
DìgU: Un che non ti vide ancor da presso ^
Se non come per fama uom s'innamora ^
Dice , che Roma ogni ora
Con gli occhi dì dolor bagnati , e molli io5
Ti chier mercè da tutti sette i colli.
CANZONE 12.
Perch^al viso d'Amor portava insegna ,
Mosse una pellegrina il mio cor vano ;
Ch'ogni «'ihra mi parca d'onor men degna:
E lei seguendo su per l'erbe verdi
Udi dir alta voce di lontano :
Ahi quanti passi per la selva perdi !
AUor mi strinsi air ombra d' un nel faggio
Tutto pensoso ; e' rimirando intorno
Vidi assai periglioso il mio viaggio:
E torna' indietro quasi a mezzo il giorno « io
CANZONE i3.
Quel foco ch'io pensai che fosse spento
Dal freddo tempo , e dair età men fresca ;
Fiamma e martir neir anima rinfresca,
^on fur mai tutte spente , a quel ch'i' veggio;
Ma ricoperte alquanto le faville; 5
E temo , no 1 secondo error sia peggio .
Per lagrime ch'io spargo a mille a mille ^
Couven che 'l duol per eli occhi si distille
Dal cor, eh' ha seco le faville e l'esca.
Non pur qual fu, ma pare 1 me che cresca, io
Petrarca f^oLJ. 4
So P H'-I ti ▲
Qual foco non aTrian già sf^ento e morte
Uoude che gli occhi tristi versan $em\
Amor (arvegoa mi sia tardi accorto)
Tool che tra dao contrarj mi distemp
tS E tende lacci, in si diverse temore.
Che quand* ho più speranza che li cor ìjlì
AUor più nd oel viso mi rinTCSca .
SONETTO 43.
Se col cieco desìr cheU cor distrugge «
Contando Tore non m*ingann'io steste
Ora^ mentre eh* io parlo 9 H temjpo fbg
Gh* a me fu insieme , ed a merce prOm
Qual ombra è-si orudel, cbel seme adi
Ch*al desiato frutto era si presso?
E dentro dal mio ovil qual fera ruggc
Tra la ^iga, e la mau qual muro è m<
Lasso 9 noi so: ma sì conosco io bene ,
Che per far più di^liosa la mia vita
Amor m* addusse in sì giojosa spene:.
£d or di quel eh' io ho letto mi sovyeni
Che ^nnanzi al dì dell' ultima ])artita
Uom beato chiamar non si convene.
P ▲ A T .1 • Si
SONETTO
])fie ^fcntuFe al venir soa tarde e pigre ;
La speme incerta; e U desir monta e cresce:
^^^Oode'l lassar 9 e T aspettar m' incresce;
£. poi al ^partir son più levi che tigre .
ILiasso, le nevi fien tepide e nìgre.^
A £ 1 mar senz'onda^ e per TAlpe ogni pesce »
E corcherassi '1 Sol là oltre end' esce
D^un m^esimo fonte Eufrate e Tigre;
ima eh* i* tr^ì ia ciò paca ^ n<b tregua ;
• lO Amorv o. Madonna altr^uso impari^
Che; m'hiutno congiurato a torto moontra.
£ s^i^ho atcnn dolce» è dopo tanti amari,
CXec]^ disdegno il gusto si dilegua.
Altro mai di lor grazie non m* incontra.
SONETTO 45.
• '. • . ^
La guancia, che fu già piangendo stanca,
Riposate su Tuu , signor mio caro;
E siate omai di voi stesso più avaro
A quel crudel che suoi seguaci^ imbianca :
Con r altro richiudete da man manca
La strada a' messi suoi , eh' indi passare ,
Mostrandovi un d'Agosto e di Gennaro ;
Perch'alia lunga via tempo ne manx^a :
E col terzo bevete un suco d'erba ,
Che purghe ogni pensier che '1 cor aftlige ;
Dolce alla (ine , e nel principio acerba :
Me riponete ove '1 piacer si serba
Tal, ch'i' non tema del uocchier di Stige;
Se la preghiera mia non à superba •
CANZONE 14.
Perchè qud che mi trasse ad amar prima.
Altrui colua mi toglia;
Del mio termo voler già non mi srogUa.
Tra le chiome dell' or nascose il laccio ,
5 Al qual mi strinse» Amore;
E da* begli occhi mosse il fireddo ghiaccio
Che mi passò nel core
Con la yertù d*un subito splendore ,
Che d'ogni altra sua voglia
jo Sol rimembrando ancor r anima spoglia.
Tolta m* è poi di q uc* biondi capelli ,
Lasso ^ la dolce vista;
E 1 volger di duo lumi onesti e beUi
Col suo fuggir m'attrista :
l5 Ma perchè ben morendo cuor s* acquista ;
Per morte, uè per doglia
Non vo che da tal nodo Amor mi scioglia .
F JL il t E* 53
SONETTO 46.
L*arbor gentil che forte amai molt^aimi;
Mentre ì bei rami non m* ebber a sdegno ^
Fiorir faceva il mio debile ingegno
Alla sua ombra , e crescer negli afiEanni •
Poi che , secnro me di tali inganni ,
Fece di dolce sé spietato legno;
r rivolsi i pensier tutti ad un segno ,
Che parlan tempre deUor tristi danni»
Che porà dir chi per Amor sospifa ,
Scaltra speranza le mie rime nove
Gli avesser data , e per costei la perde ?
Ne poeta ne colga mai; ne Giove
La privilegi ; ed ai Sol venga in ira
Tal , che si secchi ogni sua foglia verde •
SONETTO 47.
Benedetto sia U giorno ^ e '1 mese, e V anno ,
E la stagione , e '1 tempo , e Torà, e *1 punto^
£ U bel paese 9 e '1 loco ov* io fui giunto
Da duo begli occhi , che legato ,m hanno «
E benedetto il primo dolce affanno
Ch* i' ebbi ad esser con Amor congiunto ;
£ Tarco ^ e le saette oud* i* fui punto ,
E le piaehe eh' infin al cor mi vanno •
Benedette le voci tante ch'io
Chiamando il nome di mia Donna ho sparte ;
E i sospiri 9 e le lagrime e ì desio .
E benedette sian tutte le carte
Ov'io fama le acquisto : e 'i p^isier mio^
Ch' è sol di lei , sicch' altra non v' ha parte •
54 PRIVA
SONETTO 43.
Padre del Ciel » dopo i perduti giorni ,
Dopo le botti vaneggiando spese'
Con quel fero desio eh* al cor s'accese
Mirando gli atti per mio mal* sì èdbrni*-;
Piacciati ornai , col tuo Itime ch*io tomi
Ad altra vita , ed a più belle imprese ;
Si 9 eh* avendo le reti indarno lese ,
Il mio duro avversario se ne scorni.
Or volge 9 Signor mio 9 Tunded ili* anno
eh* i' fui sommesso al dispietatp gio^ ;**
Che sopra i più soggetti e più' feroce:
Miserere del mio non degno affatino:
Ridud i pensier vaghi a miglior luogo:
Rammenta lor» com*oggi fosti in Croce.
CANZONE i5.
Volgendo gli occhi al mio novo colore,
Cue fa ai morte rimembrar la gente.
Pietà vi mosse: onde benignamente
Salutando teneste in vita il core •
5 La frale vita eh* ancor meco alberga.
Fu de' begli occhi vostri aperto dono ,
E della voce angelica soave .
Da lor conosco l'esser ov*io sono :
Che, come suol pigro animai per verga ,
20 Cosi destaro in me 1* anima grave.
Del mio cor. Donna, Tuna e 1* altra cbia
Avete in mano : e di ciò Son contento.
Presto di navigar a ciascun vento:
CU* ogni cosa da voi m*è dolce onore.
P A R T 3E. £5
SONETTO 4g.
Se voi poteste per turbati segni ^
Per chinar gli occhi , o per piegar la testa ,
per esser più d* altra al fuggir presta
Torcendo 1 viso a' preghi onesti e degni ^
Uscir giammai , ovver per altri ingegni ^
Del pettQ ove dal primo Lauro innesta
Amor più rami ; i direi ben , che questa
Fosse giusta cagione aNostri sdegni:
Che gentil pianta in arido terreno
Par che si disconvenga ; e però lieta
Naturalmente quindi si diparte •
Ma poi vostro destino a voi pur vieta
L* esser altrove; provvedete almeno
Di non star sempre in odiosa parte •
SONETTO 5o.
I^sso , che mal accorto fui da priftia
Nel giorno eh* a ferir mi venne Amore !
Ch* a passo a passo è poi fatto signore
Della mia vita , e posto in su la cima,
•o non credea ^ per lorza di sua lima
Che punto di fermezza o di valore
Mancasse mai nell' indurato core :
Ma così va chi sopra*! ver s* estima.
Da ora innanzi ogni difesa è tarda
Altra ^ che di provar s* assai o poco
Questi preghi mortali Amore sguarda .
Non prego già, né puote aver più loco.
Che misuratamente il mio cor arda ;
Ma che sua parte abbia costei del foco *
56 P K I M À
CANZONE i6.
L*aere grayato^ e T importuna nebbia
Compressa intorno da rabbiosi yenti
Tosto conven che si coniperta in pio|;gia:
E già son quasi di cristallo i fiumi:
5 E *n vece dell* erbetta » per le valli
Non si ved* altro che pruine e ghiaccio .
Ed io nel cor yia più freddo che ghiaccio »
Ho di gravi peusier tal una nebbia,
Qual si leva talor di queste valli
IO àSerrate incontr*a gli amorosi vénti »
E circondate di stagnanti fiumi.
Quando cade dal ciel più lenta pioggia •
In picciol tempo passa ogni gran pioggia ;
£U caldo fa sparir le nevi eM ghiaccio,
l5 Di che vanno superbi in vista i fiumi ;
Ne mai nascose il ciel si folta nebbia.
Che sopraggiunta dal furor de* venti
Non fuggisse dai poggi , e dalle valli .
Ma , lasso , a me non vai fiorir di valli ;
20 Anzi piango al sereno ed alla pioggia.
Ed aggelati , ed a* soavi venti :
Ch^allor fia un dì^ Madonna, senza *1 ghiaccio
Dentro, e di fuor senza fusata nebbia;
Ch'i* vedrò secco il mare, e laghi, e fiumi.
25 Mentre ch'ai mar discenderanno i fiumi,
E le fere ameranno ombrose valli;
Fia dinanzi a* begli occhi quella nebbia
Che fa nascer de* miei continua pioggia ;
E nel bel petto l'indurato ghiaccio
3o Che trae del mio sì dolorosi venti .
PARTE. 57
Ben àehV io perdoDare a tutt* i yenti ,
Per amor auu che*n mezzo di duo fiumi
Mi chiuse tra *1 bel verde, e '1 dolce ghiaccio ,
Tal 9 ch^i' dipinsi poi per mille valli
L* ombra ov* 10 fui : che ne calor, ne pioggia 35
Ne suon curava di spezzata nebbia .
Ma non fugalo giammai nebbia per . venti »
Come quel di ; ne mai fiume per pioegia ;
Ne ghiaccio quando *1 Sol apre le valli .
SONETTO 5i.
Del mar Tirreno alla sinistra riva.
Dove rotte dal vento piangon Tonde»
Subito vidi queir altera fronde
Di cui . conven che *n tante carte scrìva ;
Amor 9 che dentro air anima bolliva ,
Per rimembranza delle treccie bionde
Mi spinse: onde in un rio che Terba asconde.
Caddi 9 non già come persona viva.
Solo 9 ov*io era tra boschetti e colli ,
Vergogna ebbi di me; eh* al cor gentile
Basta nen tanto ; ed altro spron non volli .
Piacemi almen d*aver cangiato stile
Dagli occhi a' pie; se del lor esser molli
Gli altri asciugasse un pia cortese Aprile •
ss PRIMA:
SONETTO Sz.
L* aspetlo sacro della Urrà- voslra
Mi fa del mal passalo Icogger giuu«
Gridando : sta sa misero f ckè (ai ?
£ la via di aalir al ciel mi mostra •
Ma con questo pensier un aItro\giost]9a ;
£ dice » m^ : perche fuggendo vai ?
Se ti rimembra , il tempo passa omai
Di tornar a veder la Donna 4ostra . .
r, che '1 suo ragionar intendo allora ,
M'a^^liiaccio dentro in guisa d^uomchVocc^^ta
^Novella che di subito T accora :
Poi torna il primo , e questo dà la volta :
Qual vincerà non so : ma infino ad ora
G)mbattul* hanno , e non pur una voltm •
SOLETTO 53.
Ben sapcv** io che naturai consiglio ,
Amor, centra di te giammai non valse:
Tanti lacciuol , tante impromessc false ,
Tanto provato avea '1 tuo fero artiglio •
Ma novamente ( ond' io mi maraviglio )
Dirol come persona a cui ne calse ;
E cheT notai là sopra l'acque salse
Tra la riva Toscana , e T Elba ♦ e 1 Giglio.
r fugala le tue mani , e per cammino
Agitandomi vculi , e '1 cielo, e Fonde
M'ancLiva sconosciuto e pellegrino ;
Qnand' ecco i tuoi ministri ( i' non so donde: )
Per darmi a diveder, ch'ai suo destino
Mal chi contrasta , e mal chi si nasconde •
» ▲ R 1^ 9 • ' Sff\
CANZONE 17.
,-•
Lasso me , eh* i* non so m qaal parte piegiii
La speme , eh* è tradita ornai più yoiie i
Che se non è chi coft pietà m' ascolte;
Perchè sparger al cìel sì spessi preghi ?
Ma scegli avvien , eh' ancor non mi si nieghi 5
Finir ami il mio fine
Queste voci meschine;
Non gravi al mio Signor, perch' io -1 ripreght"
^Di dir libero un di Ira 1 èrba e i fiori ,
Drez et raison es qui eu ciant exndemóri, io
Kagion è ben ^ eh* alcuna Tolta i* canti :
Però eh' ho sospirato si gran tempo ;
Che mai non incomincio assai per tempo
Per adeguar col riso -i dolor tanti »
E s*io potessi £ar ch'agli occhi* santi i5
Porgesse alcun diletto
Qualche dolce ^laio detto,
O me beato sopra gli altri amanti !
Ma più quand* io dirò senzb mentire :
Donna mi prega ; per eli io voglio dire . 20
Vaghi pensier, che cosi passa passo
Scorto m'avete a ragionar taut'alto;
Vedete , che Madonna ha '1 cor di smalto
Si forte , eh' io per me dcntpo noi passo :
iQla non degna di mirar si basso, i5
Che di nostre parole
Curi j che '1 Ciel non vole ;
Al qual pur contrastando i' son già lasso :
■ Onde come nel cor m* induro e 'nnaspro;
Cosi nel mio parlar voglio esser aspro . ^
6o P.li IMA
Che parlo ? o dove sono ? e chi m' inganiui
Altri , eh' io stesso , e 1 desiar soTerchio ?
Già s' i* trascorro il ciel di cerchio in cerchio «
Nessun pianeta a pianger mi condanna •
35 Se mortai velo il mio veder appanna.
Che colpa è delle stelle ,
O delle cose belle?
Meco si sta chi dì e noUe m^afEeinna,
Poi che del suo piacer mi fé' gir grave
40 La dolce i^ista , e 7 bel guardo soave •
Tutte le cose di che '1 mondo è adomo »
Uscir buone di man del Mastro eterno :
Ma me , che cosi addentro non discerno ,
Abbaglia il bel che mi si mostra intorno •
4& E s*al vero splendor giammai ritomo;
L* occhio non può star fermo;
Così rha fatto infermo
Pur la sua propria colpa , e non quei giorno
Ch'i' volsi invcr T angelica beltaae
So Nel dolce tempo della prima eùade*
CANZONE 18.
Perchè la vita è breve ,
E l'ingegno paventa all'alta impresa;
Né di lui ne di lei molto mi fido ;
Ma spero che sia intesa
5 Là dov' io bramo , e là dov' esser deve
La doglia mia , la qual tacendo i' grido :
Occhi leggiadri , dov'Amor fa nido »
A voi rivolgo il mio debile stile
Pigro da se ; ma '1 gran piacer lo sprona :
IO E chi di voi ragiona ,
Tien dal suggetto un abito gentile;
PARTI. ^ 6l
Che con Tale amorose
Ueyando , i) parte d* ogni pensìer vile :
Con queste alzato vengo a dire or cose
Ch^ho portate nel cor gran tempo ascose. i5
Non percn^io non m'avve^ia
Quanto mia laude è ingiuriosa a yoI:
Ma contrastar non posso al gran desio ;
Lo quale è in me dappoi
lappoi
20
Ch'i yìdi quel che pensier non pareggia,
Non che l'agguagli altrui parlar » o mio .
Principio del mio dolce flato rio ,
Altri cheyoi, so ben, che non m'intende.
Quando agli ardenti rai neve divegno ;
Vostro gentile sdegno 25
Forse eh' allor mia ind^itate offende .
O9 se questa temenza
Non temprasse l' arsura che m' incende ;
Beato venir men ! che 'n lor presenza
M'è più caro il morir, che'l viver senza* 3o
Dunque eh' i' non mi sfaccia ,
Si frale oggetto a si possente foco ,
Non è proprio valor che me ne scampi:
Ma la paura un poco ,
Chel sangue vago per le vene agghiaccia.
Risalda '1 cor perche più tempo avvampi •
O pogai, o valli, o fiumi, o selve, o campi,
O testimon della mia grave vita ,
Quante volte m'udiste chiamar morte?
Ahi dolorosa sorte ! 40
Lo star mi strugge , e '1 fuggir noil m'aita •
Ma , se maggior paura
Non m' affrenasse , via corta e spedita
Trarrebbe a fin quest* aspra pena e dura ;
£ la colpa è di tal, che non ha cur%. 45
35
r j
1 (
Dolor '9 perchè mi meni
Fuor di cammia a dir quel eh* i* non ioq
Sostiea eh* io radbi ove M piacer mi spi^
Già di'Toi non mi doglio.
So Occhi sopra *1 mortai corso sereni »
]Se di lui eh* a. lai nodo mi distrigne.
: Vedete ben quanti color dipigne
Amor sovente ia mezzo del mio volto ^
. E potrete pensar qual dentro fammi ,
55 . • Là Ve di e nobe stammi
Addosso col poder ch'ha in voi raccolC
'Luci beate e liete ;
Se non che *1 .Veder voi stesse v* è tolto*
Ma quante valle a me vi rivolgete,
60 Conoscete in (iltrui quel che voi siete »-
S*a voi fosse sì nota
La divina incfedibiie bellezza
Di eh* io ragiono , come a chi la mira
Misurata allegrezza
65 Non avria '1 cor : però forse è remota
Dal vigor naturai che v* apre e gira .
Felice Talms che per voi sospira ,
Lumi del .Ciel ; per li quali 10 ringrazi
, La vita , che per altro non m* è a grac
yo Oimà, perchè si rado
Mi date quel dond* io mai non son sati
Perche non più sovente
Mirate, qual Amor di me fa strazio?
E perchè mi spogliate immantenente
fj5 Del ben » eh* ad ora ad or Tanima senU
Dico , eh' ad ora ad ora
(Vostra mercede) i' sento in mezzo Faln
Una dolcezza inusitata e uova ,
Ia qual ogni altra salnu
» J[ H T 1. 93
Di nojosi pensier disgombra allora 80
Sì 9 che dì mille Cin sol vi si ritrova:
Qael lauto a me, non più , del vìver giova:
E se questo mio ben aurasse alquanto.
Nullo stato agguagliarle al mio potrebbe :
iJtfa forse altrui Xlcirebbe 85
Invido , e, me superbo V onor tanto :
Però , lasso , convieosi
Che Testremo del riso assaglia il pianto;
£ ^nter rompendo q:uegli. spirti accensi,
A me ritorni ^ e di me stesso pensi . 9^
L* amoroso pensiero
•Ch'alberga dentro , ia voi -mi si discopre
Tal, che mi trae del cor ogni altra gìoja :
Onde parole ed opre
Escon di me sì fatte allor, «h* i' spero 9^
Farmi immortai , perchè la carne moja .
Fogge al vostro apparire angoscia e noja ;
E nel vostro partir tornano inseme i
Ma perchè la memoria innamorata
Chiuda lor poi V entrata ^ lOO
Di là non vanno dalle parli estreme:
Onde s' alcun bel frutto
Nasce di ^me ; da voi vien prima il seme :
Io per me son quasi un terreno asciutto
Colta da voi , e 1 pregio è vostro in lutto. io5
Caneon, tu non m'acqueti, anzi m'infiammi
A dir di quel eh' a me stesso m' invola : ^
Però sia certa* di non esser sola.
64 PRIMA
CAmOSfE 19.
Gentil mia Donna , V vegffio
Tfd mover deWostr* occhi nn dólce lomea
Che mi mostra la via eh* al cid conduoe
E per lungo costume
5 Dentro là dove sol con Amor seggio.
Quasi visibilmente il cor traluce.
Quest* è la vista eh* a ben far m* induce ,
E clie mi scorse al glorioso fine :
Questa sola dai vulgo m* allontana :
IO Né giammai lingua umana
Contar poria quel che le due divine
Luci sentir mi fanno :
E quando *1 verno sparge le pruine ,
£ quando poi ringiovenisce V anno ,
ì 5 Qual era al tempo dd mio primo affanna
Io penso : se lassuso ,
ÓndeU Motor eterno delle stdle
Degnò mostrar del suo lavoro in terra ,
Son r altr* opre si belle ^
20 Aprasi la prigion ov* io son chiuso ,
E che 1 cammino a tal vita mi serra •
Poi mi rivolgo alla mia usala guerra
Ringraziando Natm*a , e *1 di cn io nacqui
Che reservalo m* hanno a tanto bene ;
25 E lei eh* a tanta spene
Alzò '1 iliio cor ; eoe 'nsin allor io giacqui
A me nojoso e grave :
Da quel dì innanzi a me medesmo piacqu
Empiendo d^un pensier alto e soave
3o Quel core ond' hanno i begli occhi la chiave
35
40
P A R T SI. 65
Ne mai slato giojoso
Amor, o la Tolubiie Fortuna
Dìeder a chi più fur nel mondo amici;
Ch* i* noi cangiassi ad una
Rivolta d'occhi, ond'ogoi mio riposo
Yien , com* ogni arbor yien da sue radici •
Vaghe faville , angeliche , beatrici
Della mia vita; ove'l piacer s'accende
Che dolcemente mi consuma e strugge ;
Come sparisce e fugge
Ogni altro lume dovei vostro splende.
Così dello mio core ,
Quando tanta dolcezza in lui discende.
Ogni altra cosa , ogni pensier va fùore ;
E sol ivi con voi rimansi Amore . 4^
Quanta dolcezza uacjuanco
Fu in cor d' avventurosi amanti , accolta
Tutta in un loco , a quel eh* i* sento è nulla.
Quando voi alcuna volta .
Soavemente tra '1 bel nero , e '1 bianco 5o
Volgete il lume in cui Amor si trastulla :
£ credo dalle fasce e dalla culla
Al mio imperfetto , alla fortuna avversa
?uesto rimedio provvedesse il Cielo •
orto mi face il velo , SS
E la man , che si spesso s' attraversa
Fra 1 mio sommo diletto ,
E gli occhi : onde di e notte si rinversa
Il gran desio per isfogar il petto ,
Che forma tien dal variato aspetto • 6a
Perch'io veggio (e mi spiace)
Che naturai mia dote a me non vale,
Ne mi fa degno d' un si caro sguardo ;
Sforzomi d' esser tale ,
Petrarca Voi. i. 5
66 y n I M A
65 Qual air alta speranza si confaee^
Ed al foco geDlil ondMo tutt*ardo.
S*al ben veloce, ed al contrario tardo «
Dispregìator di quanto ^1 mondo brama ,
Per sollicito studio posso farme;
70 Potrebbe forse allarme
?Tel benigno giudicio una tal Ceima.
Certo il iin de* miei pianti ,
Che non altronde il cor doolioso chiama;
Yien da* begli occhi al fin dolce tremanti»
^5 Ultima speme de* cortesi amanti.
Canzon, Tuna sorella è poco innanzi,
£ r altra sento in quel medesmo albergo
Apparecchiarsi, ona io più carta vergo,
CANZONE 20.
Poi che per mio destino
A dir mi sforza queir accesa voglia
Che m'ha sforzato a sospirar mai sempre:
Amor, eh* a ciò m* invoglia,
5 Sia la mia scorta, c*usegnim*il cammino;
£ col desio lo mie rime contempre.
Ma non in guisa , che lo cor si stempre
Di soverchia dolcezza, compio temo
Per quel ch*i*sento ov*occhio altrui non giugne
IO Che 1 dir m'infiamma e pugne;
Né per mio ingegno (end* io pavento e ti^emo
Siccome talor suole ,
Trovo *1 gran foco della mente scemo :
Anzi mi struggo al suon delle parole
l5 Pur, rom* io fossi un uom di ghiaccio al Sole
Nel cominciar credia
Trovar parlando al mio ardente desire
PARTS. 67
Qualdie' brere riposo ^ e ^pialche tr^;ua .
Questa speranza ardire
Mi porse a ragionar qud eh* i* sentia : 20
Or m'abbandona al tempp, e si dilegua •
IVIa pur conven che Talta impresa segua ,
Continuando l'amorose note;
Si possente S 1 voler che mi trasporta :
£ la ragione è morta, 25
Che tenea U freno, e contrastar uol puole •
Mostrimi almeu , eh* io dica ,
Amor , in guisa , che se mai percuote
Gli orecchi della dolce mia nemica.
Non mìa , ma di pietà la faccia amica • 3o
Dico : se *n quella etate
Ch^al vero ouor fur gli animi sì accesi,
L*industrìa d'alquanti uomini s'avvolse
Per diversi paesi ,
Poggi ed onde passando e l'onorate 35
Cose cercando j il più bel fior ne colse ;
Poi che Dio e Natura ed Amor volse
Locar compitamente ogni virtute
In quei be' lumi ond'io giojoso vivo;
Questo e quell'altro rivo 4a
Non conven eh' i' trapasse , e terra mute:
A lor sempre ricorro ,
Come a /ontana d'ogni mia salute;
E quando a morte desiando corro ,
Sol di lor vista ai mio stato soccorro • ^5
Come a forza di venti
Stanco nocchier di notte alza la testa
A' duo lumi ch'ha sempre il nostro polo ;
Cosi nella tempesta
Ch' i' sostengo d'amor, gli occhi lucenti 5o
Sono il mio segno e'I mio conforto solo.
68 F K 1 M A
LalBso-f via troppo è più quel eh* io se *nYi
Or quinci or quindi , com^Amor m^infono
Che quel che yien da grazioso dono :
^5 E quel poco eh* i* sono ,
Mi fa di loro una perpetua norma:
Poi eh' io li vidi in prima ^
Senza lor a ben far non mossi un'orma:
Così gli ho di me posti in su la cima,
6o Cbel mio valor per sé falso s* estima.
Tnon poria giammai
Immaginar , non che narrar gli efifetti
Che nel mio cor gli occhi soavi Csumo,
Tutti gli altri diletti
C5 Di questa vita ho per minori assai,
E tutt* altre bellezze indietro vanno •
Pace tranquilla senz* alcuno affanno»
Simile a quella che nel Gel etema,
Move dal lor innamorato riso •
170 Così vedess' io fiso ,
Com'Amor dolcemente gli governa ,
Sol un giorno da presso ,
Senza volger giammai rota superna :
tik pensassi d* altrui, ne di me stesso ^
1^5 E *1 batter gli occhi miei non fosse sp^
Ijasso , che desiando
Yo quel ch^ esser non puote in alcun mO
. E vivo del desir fuor di speranza .
Solamente quel nodo
80 Ch*Amor circonda alla mìa lingua, qu^
L* umana vista il troppo lume avanza ^
Fosse disciolto ; i* prenderei baldanza
Di dir parole in quel punto sì nuove ,
Che fanan lagrimar chi le intendesse .
85 Ma le ferite impresse
PARTS* 69
Volcon per forza il cor piagato altrove :
Ona io divento smorto ^
E '1 sangue si nasconde i* non so dove ;
Ne rimango qual era , e sommi accorto ,
Che questo è 1 dolpo di che Amor m* ha morto.
Canzone 9 i' sento già stancar la penna ^
Del lungo e. dolce ragionar con lei;
Ma non di parlar meco i pensier miele
SONETTO 54.
io son già stanco di pensar ^ siccome
I miei pensier in voi stanchi non sono ;
£ come vita ancor non abbandono ,
Per fuggir de' sospir si gravi some ;
E come a dir del viso e delle chiome ,
E de' begli occhi , ond^ io sempre ragiono ^
Non è mancata ornai la lingua e*I suono
Di e notte chiamando il vostro nome;
E eh* e* pie miei non son fiaccati e lassi
A seguir Torme vostre in ogni parte»
Perdendo inutilmente tanti passi ;
Ed onde vien V inchiostro ^ onde le carte
Oh* Tvo empiendo di voi : se 'n ciò fallassi ;
Colpa d'Amor, non già difetto d'arte.
yo PRIMA
SONETTO 55.
I begli occhi end* i* fui percosso in guisa ,
Ch*e* medesmi porian saldar la piaga >
E uon già vertu d^erbe, o d*arte maga
O di pietra dal mar nostro difisa ;
IVr hanno la via si d* nitro amor precisa »
eh* un sol dolce pensier Taoima appaga
E se la lingua di seguirlo è vaga ,
La scorta può , non ella » esser derisa .
Questi son gue* begli occhi che T imprese
Del mio Signor vittoriose fanno
In ogni parte 9 e più sovra*! mio fianct
Questi son que* begli occhi che mi sianni
Sempre nel cor con le faville accese;
' PercVio di lor parlando non mi stanco
SONETTO 56.
Amor con sue promesse lusingando
Mi ricondusse alla prigione antica ,
E die le chiavi a quella mia nemica
eh* ancor me di me stesso tene in band
Non me n* avvidi , lasso , se non quando
Fu' in lor forza : ed or con gran fatica
(Chi'l crederà , perchè giurando il dica
In libertà ritorno sospirando •
E come vero prìgionei'o afflitto ,
Delle catene mie gran parte porto:
E 'I cor ne^li occhi , e nella fronte ho scriti
Quando sarai del mio colore accorto «
Dirai : s' i' guardo e giudico ben dritto
Questi avea poco andare ad esser morto
PARTE. 7r
SONETTO 57.
t^er mirar Polìcleto a prova fiso
Con gli altri, ch^ ebber fama dì queir arte ^
Miir anni , Don yedrian la minor parte
Della beltà che m^ave il cor conqaiso .
2Ma certo il mio Simon fu in paradiso.
Onde questa gentil Donna si parte :
Ivi la vide, e la ritrasse in carte.
Per far fede quaggiù del suo bel viso «
li* opra fa ben di quelle che nel cielo
Si ponno immaginar, non qui fra noi.
Ove le membra fanno alF alma velo •
Cortesia fé*, né la potea far poi
Che fu disceso a provar caldo e gielo ,
E del mortai sentiron gli oix;hi suoi.
SONETTO 58.
Quando giunse a Simon Talto concetto,
Ch*a mio nome gli po^e in man lo stile;
S' avesse dato air opera gentile
Con la figura voce ed intelletto.
Di sospir molti mi sgombrava il petto.
Che ciò eh* altri han più caro a me fan vile:
Però che'n vista ella si mostra umile.
Promettendomi pace neir aspetto;
Ma poi eh' i' Tengo a ragionar con lei ,
Benignamente assai par che t)ii* ascelle;
Se risponder savesse a^ detti miei .
Pigmalion , quanto lodar li dei
Deir immagine tua , se mille volte
K avesti quel eh' i' sol' una vorrei ! ^
72 PRIMA
SONETTO Sg.
S*al principio risponde il fine e*l mezto
Del quartodecim*anno chMo sospiro.
Più non mi può scampar Taura ne *1 rezzo;
Si crescer sento *! mio ardente desiro •
Amor, con cui pensicr mai non han mezzo ,
Sotto U cui giogo giammai non respiro ,
Tal mi governa, eh* i* non son già mezzo,
Per gli occhi , eh* al mio mal si spesso giro .
G)Si mancando to di giorno in giorno ,
Si chiusamente , eh* i* sol me n* accorgo ,
E quella che guardando il cor mi strugge.
Appena lufin a qui V anima scorgo ;
Ne so quanto fia meco il suo soggiorno:
Che la morte s* appressa , e *1 yiver fugge •
CANZONE 21.
Chi è fermato di menar sua vita
Su per r onde fallaci , e per gli scogli ,
Scevro da morte con un picciol legno.
Non può molto lontan esser dal fine :
5 Però sarebbe da ritrarsi in porto.
Mentre al governo ancor crede la vela .
L*aura soave a cui governo e vela
Commisi entrando ali* amorosa vita,
E sperando venire a miglior porto ,
jQ Poi mi condusse in più di mille scogli:
E le cagiou del mio doglioso fine
Non pur d* intorno avea, ma dentro al legno
Chiuso gran tempo in questo cieco legno ,
, Errai senza levar occhio alla vela ,
F A n T S. tfd
eh' anzi H mio di mi trasportava al fine : f 5
Poi piacque a lui che mi produsse in yita ,
Chiamarmi tanto indietro dagli scogli,
Ch*almen da lunge m'apparisse il porto.
[>>mie lume di notte in alcum porto
Vide mai d'alto mar nave ne legno, 20
Se non gliel tolse o tempestate o scogli;
Così di su dalla gonfiata vela
Yid' io le 'nsegne di queir altra vita :
Ed allor sospurai versoi mio fine.
Non perch'io sia securo ancor del fine:. iS
Che volendo col giorno esser a porto ,
È gran viaggio in cosi poca vita :
Poi temo, che mi veggio in fragil l^po;
E più eh' i' non vorrei , piena la vela
Dd vento che mi pinse in questi so^Ii. 3o
S'io esca vivo de' dubbiosi scogli.
Ed arrive il mìo esilio ad un bel fine;
Ch' i' sarei vago di voltar la vela ,
E r ancore gittar in qualche porto ;
Se non eh' 1 ardo , come acceso legno ; 35
Sì m' è duro a lassar l' usata vita .
&*gnor della mia fine e della vita ,
Prima eh' i' fiacchi il legno tra gli scogli ,
Drizza a buon porto l'affannata vela.
SONETTO 60.
Io Miì si Stanco solto 1 (ascio antico
Delle mie colpe e delF usanza ria ^
Cb* i* temo forte di niancar Ira TÌa ,
E di cader in man del mio nemico •
Ben venne a diliyrarmi un grande amico
Per somma ed ineffabil coKesia:
Poi volò fuor della veduta mia ^
Si 9 eh* a mirarlo indamo m* afEaiioo :
Ma la sua voce ancor quaggiù rimbomba:
O voi che travagliate , ecco il camnuno :
Venite a me ^ se *1 passo altri non serra.
Qual gracìa » qual amore , o -qnal deftkio
Mi darà penne in euisa di colomba i
Ch* i* mi riposi t e levimi da terra ?
SONETTO 61.
Io non fu* d*amar voi lassato unquanoo.
Madonna , né sarò mentre eh* io viva :
Ma d* odiar me medesmo giunto a riva,
£ del continuo lagrimar son stanco •
£ voglio anzi un sepolcro bello e bianco ,
Che '1 vostro nome a mio danno si scriva
In alcun marmo , ove di spirto priva
Sia la mìa carne, che può star seco anco.
Però s'un cor pien d* amorosa fede
Può contentarvi senza fame strazio;
Piacciavi ornai di questo aver mercede:
Se *n altro modo cerca d'esser sazio
Vostro sdegne, erra; e non fia quel che crede:
Di che Amor , e me stesso assai ringrazio
PARTE. 75
SONETTO 6z.
Se bianche non son prima ambe le tempie,
eh* a poco a poco par che 1 tempo mischi »
Securo non sarò , bench* io m* arrischi
Talor oT'Amor l'arco tira ed empie .
Non temo già , che più mi strazj 'o scempie.
Né mi ritenga, percV ancor m'invischi;
Ne m'apra il cor, perchè di fuor l' ìncischi
Con sne saette velenose ed empie .
Lagrime omai dagli occhi nscir non ponno;
Ma di gir in fin là sanno il viaggio ;
Si , ch'appena fia mai chi '1 passo chiuda •
Ben mi può riscaldar il fiero raggio.
Non st eh' i' arda ; e può turbarmi il sonno, '
Ma romper no, V immagine aspra e cruda.
SONETTO 63.
Occhi , piangete ; accompagnate il core..
Che di vostro fallir morte postene.
Così sempre facciamo ; e ne convene
Lamentar più l'altrui che'l nostro errore •
Già prima ebbe per voi l'entrata Amore
Là onde ancor^ come in suo albergo, vene •
Noi gli aprimmo la via per quella spene
Che mosse dentro da colui che more.
Non son , com' a voi par , le ragion pari ,
Che pur voi foste nella prima vista
Del vostro e del suo mal cotanto avari •
Or questo è quel che più eh' altro n'attrista ;
Cn e' perfetti giudic j sou sì rari ,
E d'altrui colpa altrui biasmo s'acquista.
SONETTO 64.
Io amai sempre , ed amo forte ancora 9
E son per amar più di giorao ia giomtf
Quei dolce loco ove piangendo tomo
Spesse fiate, quando Amor m* accora:
E son fermo d* amare il tempo e rora»
eh* ogni Til cura mi levar d* intomo ;
E più colei lo cui bel viso adomo
Di ben far co* suoi esempj m^iiinamora.
Ma chi pensò veder mai tutti inseme
Per assalirmi *1 cor or quindi or quinci
Questi dolci nemici eh* i* tant* amo ?
Amor, con quanto sforzo oggi mi vinci!
E se non eh* al desio cresce la speme}
I* cadrei morto ove più viver bramo •
SONETTO 65.
Io avrò sempre in odio la fenestra
Onde Amor m* avventò già mille strali ^
Perch* alquanti di lor non fur mortali 9
Ch* è bel morir mentre la vita è destra *
Ma *1 sovrastar nella prieion terrestra
Cagion m* è , lasso , d infiniti mali :
E più mi duoly che fien meco immortali
Poi che Talma dal cor non si scapestra.
Misera ! che devrebbe esser accorta
Per lunga esperienza omai , che *1 tempo
Non è cui 'ndielro volga , o chi Taffreni .
Più volte rho con tai parole scorta :
Vaitene , trista ; che non va per tempo
Chi dopo lassa i suoi di più sereni • .
> A E T *. 7f*
SONETTO 66.
Sì tosto come avrien che Tarco scocchi
Buon sagittario , di lonian disceme
Qual colpo è da sprezzare , e qual d'averne
Fede eh* al destinato segno tocchi ;
Sìmilemente il colpo de* vostr* occhi ,
Donna 9 sentiste alle mie parti inteme
Dritto passare: onde convieny eh* eterne
Lagrime per la piaga il cor trabocchi •
E certo son , che voi diceste allora :
lliCsero amante ! a che vaghiezza il mena ?
Ecco Io strale ond*Amor vuol , eh* e* mora •
Ora veggendo , come *1 duol m* af frena ;
Quel ohe mi fanno i miei nemioi ancora ^
Non è per morte» ma per più mia pena^
SONETTO 67.
Poi che mia speme è lunga a venir troppo^,
£ della vita il trapassar sì corto;
Vorreimi a miglior tempo esser accorto ,
Per fuggir dietro più che di galoppo.:
£ fuggo ancor così aebile e zoppo
Dall* un de' lati , ove *1 desio m* ha storto ;
Securo ornai : ina pur nel viso porto
Segni ch^io presi all'amoroso intoppo.
Ond*io consiglio voi che siete in via.
Volgete i passi : e voi ch*Amore avvampa ,
Non V* indugiate su 1* estremo ardore :
Che perch* io viva ; di mille un non scampa ^
Era ben forte la nemica mia;
S lei vid* io ferita in mezzo *1 core <^
78 F m I M 4
SONETTO 68.
Pudendo la prigione , ov^Amor m*ebbe
Moll*aoDÌ a fardi me quel eh* a Inipanrey
Donne mie , lungo fora ricontarle ,
Quanto la nova libertà m' increbbe •
Diceami^l cor, che per sé non saprebbe
Viver un giorno : e poi tra via m* apparve
Quel traditor in sì mentite larve ,
Che più saggio di me ingannato avrebbe:
Onde più volte sospirando indietro ^
Dissi : oi me 9 il giogo , e le catene, e i ceppi
Eran più dolci che Y andare sciolto .
Misero me ! che tardo il mio mal seppi :
E con quanta fatica oggi mi spetro
Deirerror ov^io stesso m'era involto 4
SONETTO 69.
Erano i Capei d*oro all'aura sparsi ,
Che 'n mille dcdci nodi gli avvolgea :
E 'I vago lume olirà misura ardea
Di quei begli occhi eh' òr ne son si scarsi ;
E M viso di pietosi color farsi ,
Non so se vero o falso mi parca :
l'che l'esca amorosa al petto avea,
Qual maraviglia , se di subii' arsi?
Non ei*a l'andar suo cosa mortale.
Ma d' angelica forma ; e le parole
Sonavau altro , che pur voce umana •
Uno spirto celeste» un vivo -Sole
Fu quel eh' i' vidi : e se non fosse or tale ;
Piaga per allentar d'arco uon sana •
p ▲ m T K • ^
SONETTO 70.
bella Donna che cotanto amavi ^
Siibitamente s*è da noi partita;
E 9 per quel eh* io ne speri , al ciel salita ;
Si luron gli atti suoi dolci soavi,
impo è da ricovrare ambe le chiavi
Del tuo cor » eh' ella possedeva in vita ;
E seguir lei per via dritta e spedita.
Peso terrea non sia più che t aggravi •
a che se* sgombro deUa ma^ior salma,
L* altre puoi giuso agevolmente porre ,
Salendo quasi un pellegrino scarco «
m vedi ornai , siccome a morte corre
(^i cosa creata , e quanto airalnm
Bisogna ir lieve al periglioso vait:o.
SONETTO 71.
Piangete, donne, e con voi pianga Amore;
Piangete , amanti , per ciascun paese ;
Poi che morto è colui che tutto intese
In fiarvi , mentre visse al mondo , onore •
per me prego il mio acerbo dolore ,
Non sian da lui le lagrime contese;
£ mi sia di sospir tanto cortese.
Quanto bisogna a disfogare il core.
langan le rime ancor , piangano i- versi ;
Perchè*! nostro amoroso Messer Gino
^Novellamente s*è da noi partito.
i^anga Pistoja , e i cittadin perversi •
Che perdut* hanno si dolce vicino,
£ raUegres^il Gelo, ov'egli è gi^o.
8ò F E I K A
SONETTO 7*.
Pia volle Amor m^ ayea già detto : scrm ,
Scrivi quel che vedesti, io lettre d*oro|
Siccome i miei s^uaci discoloro ,
E 'a un momento gli fo morti e vivi.
Un tempo fu che *n te stesto *1 sentiri ,
Volgare esempio ali* amoroso coro :
Poi di man mi ti iolse altro lavoro ;
Ma £Ìà ti raggiuns^io mentre foggivi :
E 0* e* begli occnt , ond* io mi ti mostrai
E là dov*era il mio dolce ridatto
Quando ti mppi al cor tanta dnrezxa ^
Mi rendon Taroo eh* ogni cosa spezza.
Forse non avrai sempre il viso asciutto»
Ch* i* mi pasco di lagrime ; e tu *1 sai. .
SONETTO 73-
Quando giugno per gli occhi al cor profondo
L* immagin donna , ogni altra indi si parte;
E le vertù che V anima comparte ,
Lascian le membra quasi ìmmobil pondo :
E del primo miracolo il secondo
Nasce talor : che la scacciata parte
Da sé stessa fuggendo arriva in parte
Che fa vendetta , e *1 suo esilio giocondo •
Quinci in duo volti un color morto appare :
Perchè *1 vigor che vivi gli mostrava ,
Da nessun lato è più là dove stava .
E di questo in quel dì mi ricordava
Ch' i' vidi duo amanti trasformare,
E fai' f qual io baì soglio in vista fare •
P A E T ■• 9l
SONETTO 74.
A potess'io bea chiuder in versi
I miei pensieri come nel cor li chiudo ;
Ch'animo al mondo non fu mai sì crudo^
Ch- i* non &cessi per pietà dolersi •
3!ila voi , occhi beati , ond' io soffersi
Quel colpo, ove non valse elmo né scudo »
Di fuor, e dentro mi vedete ignudo ,
Benché 'n lamenti il duol non si riversi:
Poi che vostro vedere in me rispleude.
Come raggio di Sol traluce in vetro ,
Basti dunque il desio , senza ch* io dica .
Lasso, non a Maria, ncfn, nocque a Pietro
La fede , ch* a me sol tanto è nemica :
E so, ch'altri che voi nessun m' intende •
SONETTO 75.
lo son dell* aspettar omai sì vinto ,
E della lunga guerra de* sospiri ;
Ch* i* aggio in odio la speme , e i desiri ,
Ed ogni laccio onde *I mio cor è avvinto •
Ma *1 bel viso leggiadro , che dipinto
Porto nel petto e veggio ove ch* io miri ,
Mi sforaa : onde ne* primi empj martiri
Pur son contra mia voglia risospioto.
AUor errai quando T antica strada
Di liiiertà mi fu precisa , e tolta :
Che mal sì segue ciò eh' a gli occhi aggrada.
Al)òr corse al suo mal libera e sciolta:
Or a posta d' altrui convcn che vada
L* anima , che peccò sol' una volta .
Pecrarca P^qL I. 6
%B r R IMA
SONETTO 76.
Ahi, bella libertà ^ come tu mollai.
Partendoti da me, mostrata, quale
Era U mio stato tjuando '1 primo strale
Fece la piaga, ondlo non guarrò mai!
Gli occhi invaghirò allor sì de'lor guai,
Che'l fren della ragipne ivi non vide;
Perch* hanno a schifo ogni opera mortale :
Lasso , cosi da prima gli avvezzai •
Ne mi lece ascoltar chi non ragiona
Della mia morte : che sol del suo- nome
Vo empiendo Taere, che si dolce auona.
Amor in altra parte non mi sprona,
Ne i pie sanno altra via, ne le man « come
Lodar si possa in carte altra persona*
SONETTO 77.
Orso , al vostro destrier si può ben porre
Un fren, che di suo corso indietro il volga;
Ma '1 cor chi legherà , che non si sciolga ,
Se brama onore, e *1 suo contrario abborre?
Non sospirale: a lui non si può torre..
Suo pregio, perch'a voi T andar si tolga;
Glie, come fama pubblica divulga ^
E^li è già ià , chj nuir altro il precorre.
Basti cbe si riirove in mezzo *I campo
Al destiu«;to dì, sotto quell'arme
Cheglidàiltempo^Àmor, virtute e'lsaiigiie>
Gridando: d'un gentil desire avvampo
Co] signor mio , che non può seguitarme ,
C del Aon esser ^ui si strugge e langue •
» À a f Sr% ss
SONETTO fB.
Poi cbe voi ed io più Tolt^ abbiam {)rovato^
ComeU nostro sperar torna fallace;
Dietr- a quel sommo bea ^ che mai non spiàce.
Levate '1 core a più felice stato •
Questa vita terrena è quasi un prato ,
Cbe 1 sei*pente tra' fiori e T erba giace ;
E s* alcuna sua vista a gli occhi piace ,
E' per lassar più Tapimo invescato.
Voi aanque^ se cercate aver la mente
Anzi r estremo di queta giammai »
Seguile i pochi , e non- la volgar sente •
Beu si può dire a me : Frate ^ tu vai
Mostrando altrui la via , dove sovente
Fosti smarrito , ed or se' più che mai .
SONETTO 79.
Quella fenestra ove Y nn Sol si vede
Quando a lui piace , e T altro in su la nona;
£ quella dove V aere freddo suona
Ne* brevi giorni , quando Borea *1 fiede ;
£'i sasso ove a gran di pensosa siede
Madonna, e sola seco si ragiona;
Con quanti luoghi sua bella persona
Copri mai d' ombm , o disegnò col piede ;
El fiero passo ove m.' aggiunse Amore;
E la nova stagion , che d^ anno in anno
Mi cinfresca in quel dk T antiche piaghe;
£1 volto, e le parole che mi stanno f
Altamente eonlitte in mezzo '1 core ;
Fanno le Jnci mie di pianger vaghe.
\
84 P R I H A
SONETTO 80.
Lasso 9 ben so ^ che dolorose prede
Di noi fa quella cVa nuiruom perdona
£ che rapiaamenle n* abbandona
11 mondo , e picciol tempo ne iien fede.
Veggio a molto languir poca mercede;
£ già r ultimo di nel cor mi tuona :
Per tutto questo. Amor non mi sprigioi
Che r usato tributo a gli occhi chiede .
So t come i dì , come i momenti , e 1* ore
Ne portan gli anni ; e non ricevo *ngani]
Ma forza assai maggior che d* arti magi
JjSL Toglia 9 e la ragion combattut* hanno
Sette y e sett'anni; e vincerà il migliore
Svanirne son quaggiù del ben presaghi;.
SONETTO 81.
Cesare, poi chel traditor d' Egitto
Gli fece il don deir onorata testa ,
Celando V allegrezza manifesta
Pianse per gli occhi fuor, siccome è scrii
Ed Annibal , quand* alT imperio aftlitto
Vide farsi fortun^i sì molesta ,
Rise fra gente lagrimosa e mesta ,
Per isfogare il suo acerbo despitto :
E così avven, che T animo ciascuna
Sua passion sotto *1 contrario manto
Ricopre con la vista or chiara , or bruì
Però 9 s* alcuna volta i* rìdo , o canto ,
Fàcciol perch' i* non ho se non ^uest* u
Via da celare il mio angoscioso pianto*
PARTS. 8S
SONETTO 82.
Vinse Annibàl, e non seppe usar poi
Ben la ì^ittoriosa sua ventura :
Però 9 signor mio caro , aggiaie cura ^
Che similmente non avvegna a voi.
IJ'orsa rabbiosa per gli orsacchi suoi»
Che trovaron di Maggio aspra pastura *
Rode se dentro , e i denti, e r unghie indura»
Per vendicar suoi danni sopra noi •
Mentre '1 novo dolor dunque V accora »
Non riponete T onorata spada »
Anzi seguite là dove vi chiama
Tostra fortuna dritto per la strada ,
Che vi può dar dopo la morte ancora
Mille e miir anni al mondo onore e fama «
SONETTO 83.
V aspettata virtù ohe *n voi fioriva
Quando Amor cominciò darvi battaglia»
Produce or frutto che quel fiore agguaglia»
E che mia speme fa venire a riva .
Peri mi dice U cor , eh* io in carte scriva
Cosa onde 1 vostro nome in pregio saglia :
Chc'n nulla parte si saldo s'intaglia»
Per far di marmo uua persona viva .
Credete voi » che Cesare » o Marcello »
Paolo , od AfTrican fossin colali
Per incude giammai» né per martello?
Pandolfo mio, quest'opere son frali
Al lungo andar ; ma '1 nostro studio è quello
Che fa per fama gli uomini immortali •
86 p Wi i n JL
CANZONE 32.
Mai non to* più cantar , com* io sederà :
eh* altri non mMntendeva; ond*ebbi storo''
E puossi in bel soggiorno esser molèsto •
Il sempre sospirar nulla rileva.
5 Già su per V alpi neva d* ogn* intomo :
Ed è già presso al giorno, ond'io son desta
Un atto dolce onesto è gentil cosa :
Ed in donna amorosa ancor m* aggrada,
Che*n vista vada altera e disd^nosa,
IO Non superba e ritrosa •
Amor regge suo imperio senza spada.
Chi smamt* ha la strada , tomi indietro :
Chi non ha albergo ^ posisi in sul verde :
Chi non ha Tauro, o*l perde,
i5 Spenga la sete sua con un bel vetro .
r die in guardia a san Pietro; or non più, nò
Intendami chi può , eh' 1' m' intend' io .
Grave soma è un mal fio a mantenerlo •
Quanto posso , mi spetro ; e sol mi sto •
20 Fetonte odo j che 'n Pò cadde , e morio :
E -già di là dal rio passato èM merlo :
Deh venite a vederlo; or' io non voglio.
• Non è gioco uno scoglio in mezzo Tonde.
E'ntra le laonde il visco. Assai mi doglio
25 Quand'un soverchio orgoglio
Molte virtuti in bella dònna asconde.
Alcun è che risponde a chi noi cliiama:
Altri , chi '1 prega , si dilegua e fugge :
Altri al ghiaccio si strugge :
3o Altri dì , e notte la sua morte brama .
Proverbio, ama chi t'ama, è fatto antico.
PARTE. &f
T 80 ben quel chSo dico, or lassa andare.
Che conyien ch^ altri impaic alle sue spese.
Un* umil donna grama un dolce amico •
Mal si conosce il fico. A me pur pare 3S
Senno, a non cominciar troppa alte imprese:
E per ogni paese è buona stanza.
ÌJ infinita speranza occide altrui :
Ed anch* io fui alcuna Tolta in danza •
Quel poco cbe m'avanza, 4^
Fia chi noi schifi , s* i* U vo* dare a lui .
r mi fido in colui che *1 mondo regge ,
E eh! e* seguaci suoi nel bosco alberga ,
Che con pietosa verga
Mi meni a pasco omai tra le sue gregge • 4S
^OTse ch'ogni .uom che legge, nons'mtende:
E la rete tal tende , che non piglia :
£ chi troppo assottiglia, si scavezza.
Non sia zoppa la legge, ov' altri attende.
Per bene star si scende molte miglia. So^
Tal par gran maraviglia , e poi si sprezza .
Una chiusa bellezza e più soave.
Benedetta la chiave che s'avvolse
Al cor, e sciolse l' alma , e scossa Y ave
Di catena sì grave , 55
E 'nfiniti sospir del mio sen tolse.
Là dove più mi dolse, altri si dole:
E dolendo ^ addolcisce il mio dolore ;
Ond' io ringrazio Amore ,
Che più noi seuto ; ed è non men che suole • Qo
lu silenzio parole accorte e sagge;
E'i suon che mi sottragge ogni altra cura;
E la prigion oscura ov' è 'I bel lume :
Le notturne viole per le piagge;
E le fere selvagge entr'^Ue mura; 65
88 PRIMA
E la dolce paura , el bel cMlamé;
E di dno foiiti un fiume in pace ▼(Jto,
DoY^io bramo y e raccolto otc che sia:
Amor » e ceiosia m* hanno *1 cor tolto ;
7^ E 1 segni del bel volto ^
Che mi conducon per più piana via
Alla speranza mia » al fin degli a£Ginni •
O riposto mio bene;. e quel che segue;
Or pace , or guerra , or tregue ,
75 Mai non m* abbandonate in questi panni •
De* passati miei danoi piango e rido ;
Perchè molto mi fido in quel eh* i* odo •
Del presente mi sodo» e meglio aq[ietto;
E vo contando gh anni; e taccio e grido;
80 E *n bel ramo m* annido » ed in tal modo,
eh* i* ne ringrazio » e lodo il gran disdette
Che r indurato afletto al fine ha vinto,
£ neiralma dipinto : issare* udito,
E mostratone a dito ; ed hanne estinto .
85 Tanto innanzi son pinto ,
Chi '1 pur dirò : non fostu tanto ardito •
Chi m ha *1 fianco ferito, e chi 1 risalda ;
Per cui nel cor via più che 'n carte scrivo ;
Chi mi fa morto, e vivo;
go Chi in un punto m^agghiaccia , e mi riscalda.
CANZONE 23.
Nova angeletta sovra Tale accorta
Scese dal cielo in su la fresca riva.
Là ond' io passava sol per mio destino :
Poi che senza compagna , e senza scorta
5 Mi vide; un laccio, che di seta ordiva^
Tese fra V erba , ond^ è Terde 1 cammino :
PARTI* 89
Allor fai preso 9 e non mi spiacqne poi^
& dolce lome.nscia d^i occhi suoi.
SONETTO 84.
Non Ycggio^ ove tcampaF mi possa ornai;
Si lunga gaerra i begli occhi mi Canno :
Ch* io temo , lasso , nò ì soverchio affanno
Distrugga 'J cor , che triegna non ha mai •
Fuggir vorrei : ma gli amorosi rai
^e dì e notte nella m^ente stanno ,
Risplendon si 9 eh* al quintodecim* anno
Bf*abbaglian più, che'l primo giorno assai:
E r immagini lor son si cosparte ,
Che. voWer non mi posso ovMo non vegg^
quella 9 o simil indi accesa luce.
Solo a un Lauro tal selva verdeggia :
Che 1 mio avversario con mirabil arte
Tago fra i rami 9 ovunque vuol , m'adduce.
i
SONETTO 85.
ÀTTentnroso più d'altro terreno ,
Ov* Amor vidi già fermar le piante ^
Ter me volgendo quelle luci sante
Che &nno intomo a se Taere sereno:
Prima poria per tempo venir meno
Un' immagine salda di diamante ;
Che Tatto dolce non mi stia davante
Del qual ho la memoria ^ e'I cor « pieao:
Ne tante volte ti vedrò giammai ,
Ch' i^ non m' inchini a ricercar delF orme
Che '1 bel pie fece in quel cortese giro;
Ma se 'n cor valoroso Amor non dorme;
Prega Sennuccio mio , quando '1 vednd »
Di qualche Ugrimetta, o d'un sospiro.
SONETTO 86.
Lasso , quante fiate Amor m' assale ,
Che fra la notte e'I dì son più di mill^
Torno dov'arder vidi le faville
Che'l foco del mio cor fanno immortale^
Ivi m' acqueto : e son condotto a tale ,
Ch'a nona 9 a vespro, all'alba, ed alle squill
Le trovo nel pensier tanto tranquille.
Che di nuli' altro mi rimembra , o cale .
L' aura soave che dal chiaro viso
Move col suon delle parole accorte.
Per far dolce sereno ovunque spira;
Quasi un spirto sentii di paradiso ,
Sempre in queir aere par che mi conforta
Sì che '1 cor lasso altrove non respira •
» ▲ m T 1. 3»
SONETTO 87^
^ers^inendomi Amor al luogo usalo
Ristretto in guisa d^uom cn* aspetta guerra»
Che si ppoTyede e i passi intorno serra»
De* mie' antichi pensier mi slava armato:
Volsimì : e vidi un* ombra » che da lato
Stampava il Sole; e riconobbi in terra
Quella che» seM giudicio mio non erra»
Era più degna d'immortale stato.
V dicea fra mio cor » perchè paventi ?
Ma non fu prima dentro il pensier giunto»
Che i raagi ov' io mi struggo » eran presenti .
Come col oalenar tona in un punto.
Così fu* io da* begli occhi lucenti »
E d*un dolce saluto insieme aggiunto.
SONETTO 88.
La Donna che*l mio cor nel vfso porta»
Le dove sol fra bei pensier d* amore
Sedea , m* apparve ; ed io , per Carle onore.
Mossi con iroute reverente e smorta •
I*osto che del mio stato fussi accorta »
A me si volse in si novo colore »
Ch'avrebbe a Giove nel maggior furort
Tolto 1* arme di mano , e 1* ira morta •
l^ mi riscossi : ed ella olirà » parlando »
Passò ; che la parola i* non soffersi »
Nè*l dolce sfavillar degli occhi suoi.
Or mi ritrovo pien di si diversi
Piaceri in quel saluto ripensando»
Che duol nou s^oto» uè acuii ma' poti.
92 PRIVA
SONETTO 89.
Sennuccio , i* vo* che sappi ^ in qual mani^
Trattato sono , e . quai vita è la mia •
Ardomi 9 e struggo ancor , com' io sdia
Laura mi Tolve; e son pur quel ch'i*m*er
Qui tutta umile , e qui la tìcLì altera ;
Or aspra, or piana, or dispìetata , or pia
" Or vestirsi onestate , or leggiadrìa;
Or mansueta, or disdegnosa e fera.
Qui cantò dolcemente; e qui s* assise:
Qui si rivolse ; e qui rattenne il passo :
Qui co* begli occbi mi trafisse il core:
Qui disse una parola ; e qui sorrise :
Qui cangiò *1 viso. In questi pensier, lasse
Notte e di tiemmi il signor nostro Amore
SONETTO 90.
Qui, dove mezzo son, Sennuccio mio,
( Cosi ci foss^ io intero , e voi contento )
Venni fuggendo la tempesta e *1 vento ,
Gli* hanno subito fatto il tempo rio •
Qui son securo : e vovvi dir , perch' io
Non , come soglio , il folgorar pavento ;
E perchè mitigato , non che spento ,
Né mica trovo il mio ardente desio •
Tosto che giunto air amorosa reggia
Yidi, onde nacque Laura dolce e pura,
Ch* acqueta Taere, e mette i tuoni in bandoi
Amor neiralma, ov*ella signoreggia.
Raccese il foco , e spense la paura :
Che farei dunque gli occhi suoi guardando-
P A K T e. g3^
SONETTO gì.
Q' empia Babilonia , ond* è fuggita
3^111 vergogna , ond* oani bene è fuori }
\ibei^o dì dolor , madre d' errori ,
Son tuggil^io per allungar la vita .
li mi slo solo; e^ come Amor m* invita.
Or rime e versi, or colgo erbette e fiori.
Seco parlando, ed a' tempi migliori
Sempre pensand«>; e questo sol m*aita.
i del vulgo mi cai , ne di fortuna ,
rtè di me molto , ne di cosa vile ;
Né dentro sento, né di fuor gran ctldo:
1 . due persone cheggio ; e vorrei Y una
Col cor ver me pacificato e umile;
L* altro col pie , siccome mai fu , saldo •
SONETTO 92.
mezzo di duo amanti onesta altera
Vidi una Donna , e quel Signor con lei
Che fra gli uomini regna, e fra gli Dei;
E dalPun lato il Sole, io dair altr^ era •
»i che s^ accorse chiusa dalla spera
Deir amico più bello, a gli occhi miei
Tutta lieta si volse : e ben vorrei ,
Che mai non fòsse inver di me più fera,
ibito in allegrezza si converse
La gelosia che^n su la- prima vista
Per si alto avversario al cor mi nacque :
lui la faccia lagrimosa e trista
Un nuvìletto intorno ricoverse ;
Cotanto Tesser vinto gli dispiacque.
§4 F R I M À
SONETTO 93.
di quella inef&bìle dolcezza
Che del bel viso trassen gli occhi miei
Nel di che volentier chiusi gli- avrei
Per non mirar giammai minor bellena;
Lassai quel eh' i* più bramo : ed ho & avres*
La mente a contemplar sola costei ,
Ch' altro non vede ; e ciò che non è kii
Già per antica usanza odia e dispreoar
In una valle chiusa d* ogn* intomo ^
Ch* è refrigerio de* sospir mìei lassi 9
Giunsi sol con Amor pensoso , e taido:
Ivi non donne, ma fontane e sassi» '
E r immagine trovo di quel giorno #
Che*l pensier mio figura ovunqu* io sguardo»
SONETTO 94.
SeM sasso ond'è più chiusa questa vaDe,
Di che*l suo proprio nome si deriva.
Tenesse volto per natura schiva
A Roma il viso, ed a Babel le spalle;
I miei sospiri più benigno calle
Avrian per gire ove lor spene è viva :
Or vanno sparsi ; e pur ciascuno arriva
Là dovMol mando; che sol un non falle
E son di là si dolcemente accolti^
G)m*io m* accorgo; che nessun mai tom^
Con tal diletto in quelle parti stanno.
Degli occhi èU duci; che tosto che s'aggiorna
Per gran desio de* he* luoghi a lor tolti
Danno a me pianto» ed a pie lassi afiGumo
P ▲ R T Itw 9$
SONETTO 95-
mansi addietro il sestodecim* anno
De' miei sospiri» ed io trapasso innanzi
Terso T estremo; e parmi che pur diansi
Fosse 1 principio di cotanto affanno,
amar m ò dolce , ed util il mio danno »
E1 viver grave ; e prego » eh' egU avanzi
L' empia fortuna ; e temo 9 noili chiuda anzi
Morte i begli occhi che parlar mi fanno.
• qui son lasso » e voglio esser altrove;
E vorrei più volere , e più non voglio ;
E per più non poter ^ io quant' io posso :
d'anticni desir lagrime nove
Provau, com' io son pur quel chTmi soglio:
Né per mille rivolte ancor son mosso •
CANZONE 24.
a donna più bella assai che '1 Sole ,
ì più lucente , e d* altrettanta etade ,
!^on famosa beltade
Lcerbo ancor mi trasse alla sua schiera:
^esta in pensieri ^ in opre^ ed in parole, 5
^erò ch^ è delle cose al mondo rade ,
^esta per mille strade
lempre innanzi mi fu leggiadra altera:
ìolo per lei tomai da quel eh' i* era ,
?oi cn i^ soffersi gli occhi suoi da presso : iq
?er suo amor m' er* io messo
i. faticosa impresa assai per tempo ,
Fai, che sM' arrivò al desiato porto,
Spero per lei graa tempo
^6 # a r M ▲
i5 Virer qnand*^ altri mi terrà per 'morto.
Questa mia .donna mi menò molt* anni
Pien di vaghezza giovenile ardendo,
Siccom* ora io comprendo , *
Sol per aver di me più certa prova,
20 Mostrandomi pur Tombra, o'I velo, o* panni
Talor di se ; ma 1 vito nascondendo :
Ed io, lasso, credendo
Vederne assai; tutta Tetà mia nova
Passai contento ; e '1 rimembrar mi gioT•^
25 Poi eh* alquanto di lei veggio or più innaaiit
r dico , cne pur dianzi ,
Qual io non V avea vista infin allora ,
Mi si scoverse : onde mi nacque un 'ghiaccio
Nel core; ed evvi ancora,
3o E sarà sempre fin eh' i* le sia in braccio •
Ma non mei tolse la paura ^ o '1 gielo , -
Che pur tanta baldanza al mìo cor diedi i
Ch* i' le mi strinsi a* piedi ,
Per più dolcezza trar degli occhi suoi :
35 Ed ella , che rimosso avea già il Telo
Dinanzi a* miei, mi disse: amico, or vedif
Compio son bella; e chiedi.
Quanto par si convenga a gli anni tuoi.
Madonna, dissi, già gran tempo in voi
40 Posi M mio amor , cu io sento or si 'nfiammato:
Ond^a me in questo stato
Altro volere , o disvoler m* è tolto •
Con voce allor di si mirabil tempre
Rispose , e con un volto ,
45 Che temer, e sperar mi farà sempi^:
Rado fu al mondo fra cosi gran turba ,
Chi udendo ragionar del mio valore
Non si sentisse al core
p À m T t. 97
Per tirelle- tMupo almea qualche &?xl)a :
Ma rarrersaria mia, che 1 bea perturba , 5o
Tosto la spegne, oiid*ogni vertù muore;
E regoa altro signore..
Che promette una vita più tranquilla •
Della tua mente Amor, che prima aprilla,
' Mi dice cose veramente , ona' io 55
Veggio , che '1 gran desio
Pur d* onorato fin ti farà degno :
£ come già se* de* miei rari amici ;
, Donna vedrai per segno ,
Che farà gli occhi tuoi via più felici. 6o
r Tolea dir : quest* è impossibil cosa ;
. Qoaod^ell^: or mira, e leva gli occhi un poco.
In più riposto loco
Donna eh* a pochi si mostrò giammai •
Ratto inchinai la fronte vergognosa 65
Sentenzio povo dentro maggior foco;
Ed ella il prese in gioco.
Dicendo: io veggio ben dove tu stai.
Siccome *1 Sol co* suoi possenti rai
Fa subito sparir ogni altra stella; ^ rjQ
Così par or men bella
La vista mia , cui maggior luce freme •
IVIa io però da* miei non ti diparto:
Che. questa e me d*uu seme,
Lei davanti e me poi, produsse un parto. ij5
Ruppesi intanto di vergogna il nodo
Ch*alla mia lingua era distretto intorno
Su nel primiero scorno
Allor quand*io del suo accorger m'accorsi:
E *ncominciai : s'egli è ver quel eh' i' odo ; 8^
Beato il padre , e benedetto il giorno
Ch* ha di voi '1 mondo adomo ;
Petrarca Voi. /. 7
' ^ J^R I M A
E tutto 1 tempo eh* a vedervi io*corsi:
E se mai delU via dritta .mi torsi ,
65 Duolmene forte assai più eh* i* non mostro:
Ma se dell' esser vostro
Fossi degno. udir più, del desir ardo.
Pensosa mi rispose , e eosi fiso
Tenne *1 suo dplee sguardo ,
QO Ch*al eor mandò eou le parole il viso.
Siccome piacque al nostro eterno padre;
Ciascuna di noi due nacque immortale:
Miseri ! a voi che vale ?
Me* V* era che da noi fosse *1 difetto •
g5 Amate, belle, giovani e leggiadre
Fummo alcun tempo; ed or siangi giuntea.lale,
Che costei batte 1 ale
Per tornar ali* antico suo ricetto :
r per me sono un* ombra : ed or t* ho detto
|0O Quanto per te si breve intender puossì.
Poi ebe i pie suoi fur mossi ,
Dicendo , non temer eh* i* m* allontani ;
Di verde lauro una ghirlanda colse ;
X<a qual con le sue mani
|o5 Intorno intorno alle mie tempie avvolse.
Canzon, chi tua ragion chiamasse oscura,
Di: non ho cura , perchè tosto spero «
Ch* altro messaggio il vero
Farà in più chiara voce manifesto .
IJO Io venni sol per {svegliare altrui ;
Se chi m* impose questo
Non m* ingannò , quand* io parti da lui .
SONETTO 96.
[^elle pietose rime , in eh' io m* accorsi
Di vostro ingegno e del cortese affetto,
Ebben tanto vigor nel mio cospetti) ;
Che ratto a questa penna la man porsi.
Per far voi certo , che gli estremi morsi
Di quella eh* io con tutto 1 mondo aspetto.
Mai non senti : ma pur senza sospetto
InGn air uscio del suo albergo corsi :
Poi tomai 'ndietro , perch' io vidi scritto
Di sopra '1 limita;r , che '1 tempo ancora
' Non era giunto al mio viver prescritto »
Bench'io non vi leggessi il di , né Torà.
Dunque s* acqueti omai 1 cor vostro afflitto;
E cerchi uom degno , quando si V onora •
CANZONE 25.
Or vedi , Amor , che giovinetta donna -
Tuo regno sprezza , e del mio mal non cura ;
E tra duo ta' nemici è si secura •
Tu se* armato, ed ella in treccie e'n gonna
Si siede e scalza in mezzo i fiori e Terba,
Ver me spietata , e contra te superba .
r son prigion : ma , se pietà aocor serba
L'arco tuo saldo e qualcuna saetta.
Fa di te e di me, signor, vendetta.
lOO PRIMA
SONETTO 97.
Dìceselt* anni ha già rivolto il cielo
Poi che*n prima arsi, e giammai non mi spensi:
Ma quando avven eh al mio stato ripensi,
Sento i,)el mezzo delle fiamme un gelo.
Vero è '1 proverbio , eh' altri cangia il pelò
Anzi che 1 vezzo : e per lentar i sensi ,
Gli umani affetti non son meno intensi:
Ciò ne fa T ombra ria del grave velo.
Oimè lasso! e quando fia quel giorno
Che mirando *1 fuggir degli anni miei
Esca del foco , e di si lunghe pene ?
Vedrò mai '1 di che pur quant* io vorrei
Queir aria dolce del bel viso adorno
' Piaccia a quest* occhi, e quanto si convene?
soNErro 98.
Quel vago impallidir , che '1 dolce riso
D' un' amorosa nebbia ricoperse ,
Con tanta maestade al cor s'offerse.
Che gli si fece incontr' a - mezzo '1 viso .
Conobbi allor , siccome in paradise
Vede r un V altro ; iu tal guisa s' aperse
Quel pietoso pensier ch'altri non scerse^
Ma vidil' io , ch'altrove non m'afBso.
t? Ogni angelica vista , ogni atto umile ,
Che giammai in donna ov'amor fosse apparv *
Fora uno sdegno a lato a quel eh' i dico
Chinava a terra il bel guardo gentile;
£ tacendo dicea (com'a me parve)
Chi m' allontana il mio fedele amico ?
P À K T B« lOt
SONETTO 99.
Amor, Fortuna, e la mia mente schiva
Di quel che vede e nel passato volta ,
M* affliggon sì , eh* io porto alcuna volta
Invìdia a quei che son su T altra riva •
Amor mi strugge U cor ; Fortuna il priva
D'ogni contorto : onde la mente stolta
S* adira e piagne ; e co^ in pena molta
Sempre conven che combattendo viva.
Ve spero i dolci di tornino indietro.
Ma pur di male in peggio quel ch'avanza:
E di mio corso ho già passato il mez'eo.
Lasso, non di diamante, ma d* un vetro
Veggio di man cadérmi ogni speranza;
E tutt*i miei pensier romper nel mezzo.
CANZONE 26.
Se '1 pensier che mi strugge ,
Com'è pungente e saldo.
Così vestisse d'un color conforme;
Forse tal m' arde e fugge ,
eh* avria parte del caldo ; &
E desteriasi Amor là dov^or dorme:
Men solitarie V orme
Foran de' miei pie lassi
Per campagne, e per colli: ■1^
Men gli occhi ad ogni or molli ; IQ
Ardendo lei , che come un ghiaccio stassi,
E non lassa in me dramma
Che non sia foco e fiamma.
Però ch'Amor mi sforza ,
r02 PRIMA
i5 E di Sayer mi spoglia ;
Parlo in rim* aspre , e di dolcezza iguude :
Ma non sempre alla scorza
Ramo , ne *n fior , ne *n foglia
Mastra di fuor sua naturai virtude.
20 Miri ciò che *1 cor ciiiude
AmcM* , e que* begli occhi
Ove si siede alF ombra .
Se'l dolor che si sgombra,
Avven cbe*n pianto, o*n lamentar trabocchi ;
25 L* un a me noce , e V altro
Altrui ; eh' io non lo scaltro.
Dolci rime leggiadre.
Che nel primiero assalto
D* Amor usai , quand' io non ebbi altr' arme ,
3o Chi verrà mai che squadre
Questo mio cor di smalto;
Chi* almen , com' io solca , possa sfogarme ?
Ch' aver denti'' a lui parme
Un che Madonna sempre
35 Dipinge , e di lei parla :
A voler poi ritrarla ,
Per me non basto ; e par eh' io me ne stempre :
Lasso , così m' è scorso
Lo mio dolce soccorso.
4^ Come fanciul ch'appena
Volge la lingua e snoda ;
Che dir non sa, ma'l più tacer gli è noja;
Cosi '1 desir mi mena
A dire: e vo'che m'oda
4^ La mia dolce nemica anzi eh' io moja •
Se forse ogni sua gioja
Nel suo bel viso è solo ,
£ di tutt' altro è schiva ;
p A H T r. ro3
Odil tu Terde riva;
E presta a' miei sospir si largo volo , 5o
Che sempre si ridica.
Come tu m* eri amica.
Ben sai, che si Lei piede
Nou toccò terra unquanco
Come quel , di che aik segnata fosti : 55
Ondel cor lasso rieae
Col tormentoso fianco
A partir teco i lor pensier nascosti.
Cosi avestu riposti
De^ bei vestigj sparsi 60
Ancor tra' fiori e l'erba:
Che la mia yila acerba
Lagrimando trovasse ove acquetarsi;.
Ma come può s'appaga
L'alma dubbiosa e vaga . 65
Ovunque gli occhi volgo.
Trovo un dolce sereno.
Pensando : qui percosse il vago lume.
Qualunque erba o fior colgo ,
Credo che nel terreno 70
A^a radice ov' ella ebbe in costume
Gir fra le piagge e '1 fiume ,
E talor farsi un saggio
Fresco , fiorito e veixle .
Così nulla seu perde ; 78
E più certezza averne fora il peggio.
Spirto beato , quale
Se', quando altrui fai tale?
poverella mia , come se' rozza !
Credo che tei conoschi : 80
Rimanti in questi boschi .
10*4 PRIMA
CANZONE 27.
Chiare , fresche e dolci acque ^
Ove le belle membra
Pose colei che sola a me par donna;
Gentil ramo , ove piacque
5 ( Cou sospir mi rimembra )
A lei dì fare al bel fianco colonna;
Erba e fior , che la gonna
Leggiadra ricoverse
Con r angelico seno;
IO Aer sacro, sereno,
Ov' Amor co' begli occhi il cor m' aper»
Date udienza insieme
Alle dolenti mie parole estreme •
S'egli é pur mio destino,
l5 E '1 Cielo in ciò s' adopra ,
Ch' Amor quest'occhi lagrimaudo chiud
Qualche grazia il meschino
Corpo fra voi ricopra ;
E torni r alma al proprio albergo ignudi
20 La morte fia men cruda ,
Se questa speme porto
A quel dubbioso passo :
Che lo spirito lasso
Non porla mai in più riposato porto,
25 Né 'u più tranquilla fossa
Fuggir la carne travagliata^ e Tossa.
Tempo verrà ancor forse
Ch'air usato soggiorno
Torni la fera nella e mansueta;
3o E Jà'v'clla mi scorse
Nd benedetto giorno ,
r A ft T E. io5
Volga la TÌsta desiosa e lieta ^
Cercandomi : ed , o pietà !
Già terra infra le pietre
Vedendo 9 Amor T inspiri 35
In fiuisa, che sospiri
Si dolcemente ^ cbe mercè m' impetre ,
£ faccia forza al Cielo «
Asciugandosi gli occhi col bel Telo.
Da* be* rami scendeà , 40
Dolce nella memoria ,
Una pioggia di fior soyral suo grembo;
Ed ella si sedea
Umile in tanta gloria ,
Coverta già deir amoroso nembo : 46
Qual fior cadea sul lembo :
Qual su le treccie bionde ;
Ch'oro forbito e perle
Eran quel di a vederle:
Qual SI posava in terra , e qual su V onde : 5o
Qual con un vago errore
Girando parca dir : qui r^na Amore.
Quante volte diss'io
Allor pien di spavento :
Costei per fermo nacque in paradiso! 55
Cosi carco d^obblio
11 divin portamento,
E'I volto e le parole, el dolce riso
M * aveano , e si diviso
Dall'immagine vera; 60
Ch' i' dicea sospirando :
Qui come vcnn'io , o quando ?
Credendo esser in ciel , non là dov'era.
Da indi in qua mi piace
Quest' erba si , eh* altrove non ho pace . 65
to6 PRIMA
Se tu avessi ornamenti, quant* hai Yc^lis i
Potresti arditamente
Uscir del bosco , e gir infra la gente.
CANZONE 28.
In quella parte dov* Amor mi sprona
Conven eh* io volga le dogliose rime ,
Che son seguaci della mente afflitla.
Quai iìen ultime, lasso, e qùa'fien prime!
5 Colui che del mio mal meco ragiona,
Mi lascia in dubbio ; sì confnso ditta*
Ma pur, quanto Tistoria trovo scritta
In mezeo*! cor, che si spesso rincorro t
Con la sua propria man dermici martiri»
IO Dirò ; perche* i sospiri
\ Parlando han triegua, ed al dolor socoorro<
Dico , che , percn* io miri
'* Mille cose diverse attento e fiso ,
Sor una donna veggio , e U suo bel viso •
i5 Poi che la dispietata mìa ventura
MUia dilungato dal maggior mio bene,
Nojosa, inesorabile e superba.
Amor col rimeiiibrar sol mi mantener
Onde , s* io veggio io giovenil figura
20 ' Incominciarsi *1 mondo a vestir a erba é
Parmi veder in quella etade acerba
La bella giovinetta ch'ora è donna:
Poi che sormonta riscaldando il Sole ,
Parmi , qual esser suole
25 Fiamma d^amor, chc'n cor alto s'indonna
' Ma quando il dV si dole
Di lui , che passo passo addietro tomi ^
^Vtggio lei giunta a* suoi perfetti giorni^
F A R T e. I^'
In nono fronde ' ower viole in terra
Mirando ^ alla stagion che 1 freddo perde 3o
E le at^e migliori acquistan forza ,
N^li occhi ho pur le violette e *1 verde ,
Di eh* era nel principio di mia guerra.
Amor armato sì ch^ ancor mi sforza,
£ quella dolce leggiadretta scorza 35
Che ricopria le pargolette membra,
Dov* oggi alberga V anima gentile
eh* ogni altro piacer vile
Sembrar mi fa; si forte mi rimembra
Del portamento umile 4^^
Ch* aHor fioriva , e poi crebbe anzi agli anfii ;
Cagion sola , e riposo de* mie* affanni •
Qualor tenera neve per li colli
Dal Sol percossa veggio di lontano ,
Come ì Sol neve mi governa Amore , 4^
Pensando nel bel viso più che umano.
Che può da lunge gli occhi miei far molli
Ma oa presso gli abbaglia e vince il core.
Ove fra 1 bianco e V aureo colore
Sempre si mostra quel che mai non vide ^^
Occhio morta] , ch*io creda , altro cheU mio;
£ del caldo desio,
Ch* è quando i* sospirando ella sorride ,
M'infiamma si, che obblio
Niente apprezza , ma diventa eterno ; S5
Né state il cangia, ne lo spegne il vepio. y
Non vidi mai dopo notturna pioggia ^'^
Gir per Taere sereno stelle erranti /
E fiammeggiar fra la rugiada e*l gielo,
eh' i' non avessi i begli occhi davanti , 6o
Ove la stanca mia vita s* appoggia ,
Qual io gli vidi all' ombra d* un bel vdo :
I08 P R T M A
E siccome di lor bellezze il cielo
Splendea quel dì , così haguati ancora
65 Li veggio sfavillar ; ond* io sempr' ardo •
Se'l Sol levarsi sguardo.
Sento il lume apparir che m* innamora:
Se tramontarsi al tardo ,
Parmel veder quando si volge altrove
rjo Lassando tenebroso onde si move •
Se mai candide rose con vermiglie
In vasel d*oro vìder gli occhi miei
Allor allor da vergine man colte.
Veder pensaro il viso di colei
75 Ch' avanza tutte V altre maraviglie
Con tre belle eccellenzic in lui raccolte :
Le bionde treccie sopra U collo sciolte ,
Ov' ogni latte perderia sua prova,
E le guancie eh* adorna un dolce foco •
80 Ma pur che l'ora un poco
Fior bianchi e gialli per le piaggie mova.
Torna alla mente il loco,
E'I primo di ch'i' vidi a Laura sparsi
I capei d' oro ; ond' io sì subii' arsi •
85 Ad una ad una annoverar le stelle,
E 'n piccini vetro chiuder tutte 1' acque
Forse credea , quando in sì poca carta
Novo pensier di ricontar mi nacque
In quante parti il fior dell' altre nelle
go Stando in se stessa ha la sua luce sparta.
Acciò che mai da lei non mi diparta :
Ne farò io : e se pur talor fusgo ;
Tn''cieh) c'n terra m'ha racchiusi i passi,
Perrfìé a gli occhi miei lassi
95 Sempre è presente : ond' io tutto mi struggo;
E così ^ meco slassi »
\
\
PAR T,E. 109
!!IIi* altra non veggio mai , ne veder bramo,
Hèl nome d^ al ira ne'sospir miei chiamo.
1 sai, CanzoQ, che quantMo parlo è nulla
\ì celato amoroso mio penserò , 100
uShe dì e notte nella mente porto ;
^lo per cui conforto
In cosi lunga guerra anco non pero:
Che ben m* avria già morto
La lontananza del mio cor piangendo; xo5
Ma quinci dalla morte indugio prendo.
CANZONE 29.
lia mia, benché '1 parlar sia indarno
Alle piaghe mortali
Che nel bel corpo tuo si spesse veggio,
Piacemi almen chM miei sospir sien, quali
Spera 1 Tevero e T Arno S
E 1 Pò , dove doglioso e grave or seggio .
Hettor del ciel , io cheggio ,
Che la pietà che ti condusse in terra ,
Ti volga al tuo diletto almo paese .
Vedi , Signor cortese , io
Di che lievi cagion che crudel guerra :
£ i cor, «Aie^ndura e serra
Marte superbo e fero ,
Apri tu « Padre , e intenerisci e snoda :
Ivi fa che *1 tuo vero i5
( Qual io mi sia^ per la mia lingua s* oda.
>i, cui Fortuna na posto in mano il freno
Delle belle contrade
Di che nulla pietà par che vi stringa.
Che fan qui tante pellegrine spad«? 20
Perchè '1 verde terreno
F li I K ▲
ICO sàDgue si dipinga?
' vi lusiuga :
(, e parvi veder molto:
venale amor cercate o fede»
^nte possedè,
.da* suoi nemici avvolto,
iccolto
jji eoe deserti strani
So Per innondar i nostri dolci campi!
Se dalle proprie mani
Questo n avven, or chi fia che ne scamp?
Ben provvide Natura al nostro stato
Quando deir Alpi schermo
35 Pose fra noi e la Tedesca rabbia.
Ma '1 desir cieco , e 'ncontra 1 suo ben fervo
S* è poi tanto ingegnato ,
Ch'ai coi*po sano ha procurato scabUa.
Or dentro ad una gabbia
40 Fere selvagge , e mansuete gregge
S* annidan si , che sempre il miglior geme
Ed è questo del seme.
Per più dolor , del popol senza legge ,
Al qual y come si legge ,
45 Mario aperse siM fianco ,
Che memoria delF opra anco non kngae
Quando assetato e stanco
JNon più bevve del fiume acqua, che sangui
Cesare liccio , che per ogni piaggia
5o Fece T erbe sanguigne
Di lor vene , ove 'I nostro ferro mise .
Or par, non so perchè, stelle maligne ,
Che 1 Cielo in odio n' aggia .
Vostra mercè , cui tanto si commise 9
55 Vostre voglie divìse
V 4 R T «• III
Gaastan del mondo la più bella parte .
Qaal colpa, qual giudizio , o qual destino:
Fastidire il vicino
Povero ; e le fortune afllitte e sparte
Perseguire ; e *n disparte €o
Cercar gente, e gradire
Che sparga *1 sangue, e venda Talma a prexzo?
Io parlo per ver dire.
Non per odio d* altrui , ne per disprezzo •
; T* accorgete ancor per tante prove 65
Del Bavarico inganno ,
Ch' alzando U dito con la Morte scherza •
Peggio è lo strazio, al mio parer , che '1 danno.
Ma 1 vostro sangue piove
£ià largamente , eh' altr* ira vi sferza • yo
Dalla mattina a terza
Di voi pensate 9 e vederete, come
Tien caro altrui chi tien se xx>si vile •
Latin sangue gentile ,
~ jombra da te queste dannose some : 75
fon far idolo un nome
Vano senza soggetto:
Che *1 furor di lassù , gente ritrosa
Vincerne d' intelletto ,
Peccato è nostro , e non naturai cosa • 8q
>n è questo 1 terren eh' i' toccai pria ?
Non e questo '1 mio nido ,
Ove nuarito fui si dolcemente?
Non è questa la patria in eh' io mi fido ,
Madre benigna e pia, 8^
Che copre 1. uno , e T altro mio parente?
Per Dio, questo la mente
Talor vi mova; e con pietà guardate
Le lagrime del popol doloroso ,
IJ2 PRIMA
go Che sol da toì riposo
Dopo Dio spera: e, pur che voi mostriate
SegÌDO alcun di pietate ^
Yirtù con tra furore
Prenderà Tarme; e fiaU combatter corto:
95 Che r antico valore
Neglltalici cor non è ancor morto •
Signor , mirate , come *1 tempo vola ,
£ siccome la vita
Fugge, e la morte n*è sovra le spalle.
100 Voi siete or qui: pensate alla partita.
Che Talma ignuda e sola
Gonven eh* arri ve a quel dubbioso calle.
Al passar questa vaUe
Piacciavi porre giù Fodlo e lo adeg^o^,
xo5 Venti contrarj alla vita serena :
E quel che 'a altrui pena
Tempo si spende in qualche atto più degno ,
O di mano, o d'ingegno.
In qualche bella lode ,
HO In qualche onesto studio si converta*:
Cosi quaggiù si gode ,
E la strada del ciel si trova aperta.
Canzone, io t'ammonisco.
Che tua ragion cortesemente dica,
Ii5 Perchè fra gente altera ir ti convene;<
E le voglie son piene
Già dell' usanza pessima ed antica ,
. Del ver sempre nemica.
Proverai tua ventura
120 Fra magnanimi fiochi, a chi>l ben piace:
Di lor , chi m'assicura ?
Io vo gridando pace , pace , pace .
PARTE. Il3
CANZONE 3d.
i pensier in pensier, di monte in monte
Mi guida Amor ; eh* ogni segnato calle
Provo contrario alla tranquilla vita .
Se *n solitaria piaggia rivo o fonte ,
Se 'n fra duo poggi siede ombrosa valle i 5
Ivi s'acqueta l'alma sbigottita ;
£^ oom Amor la Civita ,
Or rìde» or piasne, or teme, or s'assicura;
£ *1 volto y che lei segue ov' ella il mena »
Si turba e rasserena, IO
£d in un esser picciol tempo dura :
Onde alla vista, uom d;i tal vita esperto
Diria : qnesti arde , e di suo stato è incerto •
Per alti monti, e per selve aspre trovo
Qualche riposo : ogni abitato loco, i5
E nemico mortai oegli occhi miei.
A ciascun passo nasce un pensier novo
DeUa mia donna, che sovente in gioco
Gira 1 tormento eh' i' porto per lei :
Ed appena vorrei Zo
Cangiar questo mio viver dolce amaro:
Gh' 1* dico : forse ancor ti serva AmcMre
Ad un tempo migliore :
Forse a te stesso vile , altrui se' caro :
Ed in questo trapasso sospirando: zS
Or potrebb' esser vero , or come, or quando?
Ove porge ombra un pino alto , od un colle
Talor m'arresto : e pur nel primo sasso
Disegno con la mente il suo bel viso.
Poi eh' a me torno , trovo il petto molle 3o
DeUa pietate ; ed allor dico : ahi lasso ,
Petrarca P^oL I. 8
Dorè $e' giunto , ed d&de se' dÌTÌto ?
Ma 9 mentre tener fiso
Posso al primo pensier la mente Taga
$S E mirar lei ed obbliar me stesso »
Sento Amor si da presso j
Che del suo proprio error Talma s*ap[i
In tante parti , e sì bella la veggio ;
Che se Terror durasse, altro non che}
40 rrho più Tolte (or chi fia che md ere
I^ell* acqua chiara e sopra Terba Terd
Teduta Tiva, e nel troncon d'un £iig{
E'n bianca nube » fatta, che Lèda
Ayria ben detto , che sua figlia pèrde
45 Come stella che 1 Sol copre col raggic
'E quanto in più selvaggio
Loco mi trovo e 'n più deserto Iidd«
Tanto più bella il mio pensier Y adoio
Poi , quando 1 vero sgombra
So Quel dolce error, pur li medesmo asi
Me freddo , pietra morta in pietra vi'
In guisa d*uom che pensi e pianga e sC
Ove a altra montagna ombra non toodd
Verso 1 maggiore e '1 più spedito giogi
iS Tirar mi suol un desiderio intenso :
Indi i miei danni a misurar con gli <
Comincio ; e 'ntanto lagrimando sfogo
Di dolorosa nebbia il cor condenso ,
AUor eh* i' miro e penso,
60 Quaafa aria dal bel viso mi diparte.
Che sempre m*è si presso e A lontan*
Poscia fra me pian piano :
Che sai tu lasso? forse in quella parti
Or di tua lontananza si sos^ura :
65 £d in questo pensier Talma respira»
» JL & T X • ,U5
Camone , dtia fpxtST alpe
Là t doTe 1 del è più sereno ^ lieto »
Hi rivedrai sorr' un ruscel corrente »
Ove Faura si sente
D'un fresco ed odorifero Laureto: 70
fai èl juio cor, e quella chel m* invola:
Qui Teder puoi T immagine mia soia*
SONETTO 100.
Poi clie 1 canunin m'è chiuso di mercede •
Fot disperata via son dilungato
I^ii occhi, oV era (Tnon so per onal feto)
Riposto il.guidardon d'ogni mia tede^
Pascoli cor £ sospir, ch'altro non duede;
E di lagrime vìvo , a pianger nato :
^ Njk di CIÒ duolmi ; perchè, in tale stato
È dolce il pianto più , eh' altri non crede :
; £ solo ad una immagine m* attegno.
Che fé' non Zeusi , o Prassitéle , o
i Ma miglior mastro , e di più alto indegne
Qaal $ctt]a m'assicura o ^ual Rur*^'^
S'apoor^ non sazia del mio esilio
Cosi nascosto mi ritrova Invidia?
( I '> j < 1 1
Ìl6 P K I H A.
soNE^rro loi.
Io canterei d* amor sì noTamente ^
Ch* al duro fianco il di mille sospiri
Trarrei per forza , e mille alti desiri
Raccenderei nella gelata mente :
E U bel TÌso vedrei cangiar sovente ,
£ bagnar gli occhi , e più pietosi giri
Far, come suol chi degli altrui martiri
E del suo error, quando non vai, si pente;
E le rose vermiglie infra la neve
Mover dall' ora ; e discovrir V avorio
Che ùl di marmo chi da pressoi guarda;
E tutto quel perchè nel viver breve
Non rincresco a me stesso , anzi mi glorio
D'esser servato alla stagion più tarda.
SONETTO 102.
S'Amor non è , che dunque è auel eh' i' sento ?
Ma s'egli è Amor , per Dio che cosa, e quale?
Se buona , ond' è l'effetto aspro mortale ?
Se ria ^ ond' è sì dolce ogni tormento ?
S'a mia voglia ardo, ond' è '1 pianto e '4 lamento?
S'a mal mio grado, il lamentar che vale?
O.viva morte, o dilettoso male.
Come puoi tanto in me, s' io noi consento ?
E s' io '1 consento , a gran torto mi doglio.
Fra sì centrar) venti in frale barca
Mi trovo in alto mar senza governo , *
Sì lieve di saver, d'error sì carca,
Ch' i' mcdesmo non so quel eh' io mi voglio ,
E tremo a mezza state, ardendo il verno.
P À R T B. 117
SONETTO io3.
imor m*ha posto come segno a strale ^
CouC al Sol neve » come cera al foco
£ come nebbia al yento ; e son già roco ,
Donna, mercè chiamando; e toì non cale,
^gli occhi vostri uscio *1 colpo mortale,
lontra cui non mi vai tempo ne loco :
Da voi sola procede (e parvi un gioco)
Il Sole 9 e *1 foco , e '1 vento, ond^ io son tale,
pensier son saette ; e 1 viso un Sole ;
£ ^1 desir foco ; e *nsieme con quest* arme
Mi punge Amor, m'abbaglia, e mi distrugge:
^ 1 angelico canto , e le parole.
Col dolce spirto, ond' io non posso aitarme»
Son Paura innanzi a cui mìa vita fugge.
SONETTO 104.
ice non trovo , e non ho da far guerra ;
£ temo, e spero; ed ardo^ e son un ghiaccio ;
E volo sopra *1 cielo , e giaccio in terra ;
E nulla stringo, e tutto U mondo abbraccio.
1 m' ha in prigion, che non m'apre ne serra ;
Ile per suo mi rìten, né scioglie il laccio;
E non m' ancide Amor , e non mi sferra ;
Né mi vuol vivo, né mi trae d'impaccio;
iggio senz* occhi ; e non ho lingua e grido;
E bramo di perir , e cheggio aita ;
Ed ho in odio me stesso, ed amo altrui:
kscomi di dolor , piangendo rido ;
Egualmente mi spiace morte e vita :
In questo stato son , Donna , per vui .
Il8 FUI « >
fià MfeY & ìfOl fere
Tolik m> — gd, che sol senta couso^te
Bl fioicnitarur morte
IViiunee, e lutto a viver si riunoTa:
.Cosi sol si ritrova
10 Lo mio voler, e cosi in su la cima
De' suoi altr pensierì^ al Sol si volve »
E cosi si riserve,
E cosi toma al suo stato di prima:
Arde e more , e riprende i nerii suoi 9
j5 e vive poi con la Fenice a prova.
Una pietra è si ardita
Là per r Indico mar , die da natura
Tragge a uè il ferro , e M filra
Dal legno in guisa eh* i navigj affonde :
So Questo prov' io fra Tonde
D'amaro pianto; che quel bello 8C(^o
Ha col suo duro orgoglio
Condotta , ov* affondar conven , mia vita :
G>si Talma ha sfornita
25 Furandoci cor ^ che fu già cosa dura;
E me tenne un^ eh* or son diviso e sparso.
Un sasso a trar più scarso
Carne che ferro, o cruda mia ventura!
Che *n carne essendo , veggio trarmi a riva
3o Ad una vìva dolce calamita »
P ▲ E T B« 119
tremo Occtdente
fera è soave e queta tento f
uulla più : ma pianto
>glia e morte dentro a gli occhi porta :
o conrene accorta 35
' qaal vista mai ver lei si giri :
che gli occhi non miri »
;ro puossi veder securamente »
io incauto dolente
o sempre al mio male , e so ben quanto 40
> sofiferto » e n'aspetto : ma T ingordo
r 9 eh' è cieco e sordo ,
li trasporta , che 1 bel viso santo
i occhi vaghi fien caeion eh* io pera
uesta fera angelica » innocente • ^5
nel mezzo giorno
fontana e tien nome del Sole ,
per natura suole
r le notti , e 'n sul giorno esser fredda ,
Qto si raffredda , 5o
[Ito '1 Sol monta e quanto è più da presso:
avven* a me stesso ,
son fonte di lagrime e S(^giomo:
[ido *1 bel lume adorno ,
I U mio Sol , s'allontana , e triste e sole 55
le mie luci e notte oscura è loro »
> allor : ma , se V oro
rai veggio apparir del vìvo Sole,
dentro e di fuor sento cangiarme »
liaccìo farme ; cosi freddo torno • 60
ra fonte ha Epiro ,
ni si scrive , eh' essendo fredda elkt ^
1 spenta facella
nde, e spegne qual trovasse accesa.
70
tao PRIMA.
65 L* anima mia » ch^offeaa *
Ancor non era d* amoroso foco»
Appressandosi un poco
A quella fredda, ch'io sempre sospiro ^
Arse tutta ; e maitiro
Simil giammai ne Sol vide ne stella ,
Ch* un cor di marmo a pietà mosso avrebbe •
Poi che infiammata V ebbe ,
Rispenséla vertù gelata e bella :
dm più volte ha '1 cor racceso e spento :
75 ri so , che M sento; e spesso me n* adiro.
Fuor tuttM nostri lidi
Neir isole famose di Fortuna
Due fonti ha: chi delFuna
Bee muor ridendo , e chi dell'altra, scampa •
80 Simil fortuna stampa
Mia vita , che morir poria ridendo
Del gran . piacer . eh' io prendo ;
Se noi temprassen dolorosi stridi.
Amor, eh' ancor mi guidi
£5 Pur all'ombra di fama occulta e bruna,
Tacerem questa fonte , ch'ogni or piena ,
Ma con più larga vena
V^giam quando col Tauro il Sol s'aduna :
Cosi ^li occhi miei piangon d'^ogni tempo;
90 Ma più nel tempo che Madonna vidi •
Chi spiasse. Canzone,
Quel eh' i' fo ; tu poi dir : sott' un gran sasso
In una chiusa valle, ond' esce Sorga,
Si sta : ne chi lo scorga
V è, se no Amor che mai noi lascia un passo ,
E l'immagine d'una che lo strugge.
Che per se fugge tutt' altre persone.
95
PARTE. 121
Ì£ /orti rmgioni'per le qunU si è preso eofWgUo di restUuire
mi suo luogo i ire seguenti Sonetti , si possono leggere im
fitte iti CmtsJogo ddle Edizioni del Canzoniere.
SONETTO io5.
Fiamma dal del su ]e tue treccie piova ,
fifalvagia , che dal fiume e dalle ghiande
Per raltruMmpoverir se' ricca e grande;
Poi che di mal oprar tanto ti giova :
Nido di tradimenti, in cui si cova
Quanto mal per lo mondo oggi si spande :
Di vin serva, di letti e di vivande;
In cui lussuria fa V ultima prova .
Per le camere tue fanciulle e vecchi
Vanno trescando, e Belzebub in mexzo
Co* mantici , e col foco , e con gli specchi .
Già non fostu nudrita in piume al rezzo.
Ma nuda al vento , e scalza fra gli stecchi :
Or vìvi si , eh* a Dio ne venga il lezzo .
SONETTO io6.
L'avara Babilonia ha colmo*! sacco
D* ira di Dio e di vizi empì e rei
Tanto che scoppia; ed ha latti suoi Dei
Non Giove e Palla , ma Venere e Bacco .
Aspettando ragion mi struggo e fiacco:
Ma pur novo Soldau veggio per lei.
Lo qual farà , non già quana' io vorrei ^
Sol* una fede, e quella fia in Baldacco.
GÌ* idoli suoi saranno in terra sparsi ,
E le torri superbe al Ciel nemiche ;
E suoi terrier di fuor come dentr*arsi .
Anime belle, e di vlrtute amiche
Terranno *1 mondo ; e poi vcdrem lui farsi
Aureo tutto , e pien dell* opre auliche .
122 P E I M A
SONETTO 107.
Fontana di dolore t albergo d* ira ,
Scok d* errori , e tempio d* eresia.
Già Roma , or Babilonia ùHka e ria ,
Per cui tanto si piagne e si sospira ;
O fucina d* inganni » o prigion dira ,
Ove*l ben more, e*l mal si nutre e eria;
Di vivi inferno ; un gran miraool fia ,
Se Cristo teco nì fine non sbadirà.
Fondila in casta ed umil novertate ,
Gontra tuoi fondatori alzi le cohia.
Putta s&odata ; e doVbai posto qpene ?
Negli adulteri tuoi , ndle mal nate
Ricchezze tante ? or Constantin non Icnnia ;
Ma tolga il mondo tristo » che 1 sostene •
SONETTO 108.
Quanto più disiose l^ali spando
Verso di voi , o dolce schiera amica ^
Tanto Fortuna con più visco intrica
Il mio volare, e gir mi face errando.
U cor, che mal suo grado attorno mando,
È con voi sempre in miella valle aprica
Ove '1 mar nostro più la terra impuca :
Ualtr'jer da lui partimmi lagrìmando.
rda man manca, e tenne il cammin dritto:
r tratto a forza , ed e^ d'Amore scorto :
Egli in Gerusalem , ed io in Egitto •
Ma sofferenza è nel dolor conforto ,
Che per lungo uso già fra noi prescritte
Il nostra esser insieme è raro e corto •
9r A It X £• 1:43*
soRirrro 109.
Amor» che nd pensier mio vive e regna
El MIO seggio meggior nel mio cor tene ,
Tibr ormato nella fronte viene:
Ivi 8Ì loca f ed ivi pon sua insegna .
Qiidla ch'amare e soCTerir ue'nsegna,
E vuol che '1 gran desio , V accesa spene.
Ragion t vergogna e reverenza - affrene ,
Di nostro ardir fra se stessa si sdegna :
Onde Amor paventoso fugge ai^ core ■* .
Lassando ogni sua impresa; e piagne e trema:
Ivi if asconde , e non appar più fore •
Che possMo far, temendo il mio signore ,
Se non star seco infin all'ora estrema?
Che bel fin fa chi ben amando more.
SONETTO no.
Come talora al caldo tempo suole
Semplicetta farfalla al lume avvezza
Volar negli occhi altrui per sua vaghezza ;
Ond'awen ch'ella muore, altri si dole:
Cosi seiAipr' io corro al fatai mio Sole
Degli occhi, onde mi vien tanta dolcezza,
Chel fren della ragion Amor non prezza;
E chi disceme è vinto da chi vuole.
E veggio ben , quant' elli a schivo m' hanno ;
E so , eh' i' ne morrò veracemente ;
Che mia vertù noti può contra l'affanno :
Ma si m'abbaglia Amor soavemente,
Ch' i piango l'altrui noja , e no 'I mio danno ;
£ cieca al suo monr l'alma consente.
IÌ24 P.R I M À
CANZOTfE 3a.
Alla dolce ombra ddle belle £it)iidi
Clorsiy fuggendo un dispietato lume^
Ghe 'n fin quaggiù mWdea dal te^BO cielo ;
E . disgombrava già di neve i poggi
5 U aura amorosa « che rinnova il tempo ^ -
E fioriau per le piagge Terbe e i rami.
Non vide il mondo si leggiadri rami »
Ne mosse 1 vento mai si verdi froadi;
C!ome a me si mostrar quel primo tempo;
IO Tal, che temendo dell* ardente lume
Non volsi al mio refugio ombra di poggi ,
Ma della pianta più gradita in. cielo. -
Un Lauro mi difese allor dal cielo:
Onde più volte vago de' bei rami .
x5 Da pò son gito per selve e per poggi :
Ne giammai ritrovai tronco ne fronai
Tant' onorate dal superno lume.
Che non cangiasser qualitate a tempo •
Però più fermo ogni or di tempo in tempo
20 Seguendo ove chiamar m^udia dal cielo,
£ scorto d'un soave e chiaro lume
Tomai sempre devoto a i primi rami ^
E quando a terra son sparte. le frondi,
E quando*! Sol fa verdeggiar i poggi.
25 Selve , sassi , campiagne , fiumi e poggi ,
Quant'è creato^ vince e cangia il tempo:
Ond* io checgio perdono a queste frondi ,
Se rivolgendo poi molt'anni il cielo
Fuggir disposi gP invescati rami,
3o Tosto eh' incominciai di veder lume •
. P À R T S « 125
TaiUo mi piacque priaia il dolce lume,
Ch* i* passai con diletto assai gran poggi
Per poter appressar gli amati rami :
Ora la vita breve , e 1 loco , e '1 tempo .
Mostranmi altro sentier di gir al cielo , 35
£ di far frutto ; non pur fiori e frondi •
Altro amor , altre frondi , ed altro lume ,
Altro salir al ciel per altri poggi
Cercò (che n* è ben tempo) ed altri rami .
SONETTO III.
Quand* io v* odo parlar si dolcemente ,
Gom'Amor proprio a' suoi se&uaci instilla ,
L* acceso mio desir tutto sfavilla
Tal , che ^nfiammar devria T anime spente .
Trovo la bella Donna allor presente »
Ovunque mi fu mai dolce o tranquilla ^ «•«
rteir abito eh* al suon non d* altra squilla»
Ma di sospir mi fa destar sovente.
Le chidme all^ aura sparse , e lei conversa
Indietro veggio ; e cosi bella riede
Nel cor, come colei che tien la chiave:
Ma 1 soverchio piacer che s* attraversa
Alla mia lingua, qual dentro ella siede.
Di mostrarla in palese ardir non ave.
F m I H A
SONETTO 112.
è cosi bello il Sol giammai Iettava ,
Quando *1 del fosse più di nebbia «carto ;
riè dopo pioggia vidi*! celeste arco
Per Taere in color tanti rarìarsi;
In quanti fiammeggiando trasformarsit^
Jfeì di ch'io presi F amoroso incarco »
Quel tìso, al qual (e son nel mio dir parco)
Nulla cosa mortai puote agguagliarsi.
Tvidi Amor 9 eh' e* begli occm . Tolgea .
Soave si» ch'ogni aJtra TÌsla oscura^
Da indi in qua m'incominciò, apparare.
Sennuccio « il vidi » e T arco che l^idea »
Tal , che mia vita poi non fu secora»
Ed è si Taga ancor del ri? edere • .
SONETTO ii3.
Pommi oTc'l Sol uccide i fiori e l'erba;
O dove vince luil ghiaccio e la neve:
Pommi ov' è '1 carro suo temprato e leve ;
Ed ov'è chi cel rende, o chi cel serba:
Fomm' in umil fortuna » od in superba ;
Al dolce aere sereno » al fosco e greve :
Pommi alla notte; al dilungo ed al breve;
Alla matura' etate 9 od all'acerba:
Pomm'in cielo^, od in teiTa, od in abisso;
In alto poggio ; in valle ima e palustre ;
Lìbero spirto, od a' suoi membri affisso:
Pommi con fama oscura , o cìon illustre :
Sarò qual fui : vivrò com' io son visso ,
G)ntinuando il mio sospir trilustre.
\
ìl ardente* nitute ornata e calda
Alutli gentil, coi lanle carte Tergo;
O sol ^ d* onestate iotero alberao;
Torre in allo valor fondata e salda ;
fiamma; o rose sparse -in dolce falda
Di TiTa nere» in cn'io mi specchio e tergo;
O jHacer 01^ Tali al bd viso ergo
Che luce sovra quanti! Sol ne s^da :
Dd vostro nome t se mie rime intese
Fossin ù lunge, avrei pien Tile e Battro^
La Tana, il Nilo , Atlante , Olimpo e Galpe:
Poi che portar ntA posso in tutte quattro
Parti del mondo; udraUo il bel paese
Ch*Apennia parte^ el Mar circonda e TAlpe.
SONETTO xi5.
Quando '1 voler, che con duo sj^rcmi ardenti
E con un duro- fren mi mena e regge ,
Trapassa ad or ad or fusata legge.
Per far in parte i miei spirti contenti ,
Trova dii le paure e gli ardimenti
Del cor profondo nella fronte legge,
E vede Amor, che sue imprese corregge.
Folgorar ne' turbati occhi pungenti:
Onde , come colui che 1 colpo teme
Di Giove irato , si ntragae indietro ;
Che eran temenxa gran oesire affirena :
Ma fr^eodo loco , e paventosa- speme
Dell^alma , che traluce come un vetro p
Talor sua dolce vista rasserena •
X28 PRIMA
SONETTO ii6.
Non Tesin, Pò» Varo, Amo» Adige e Tebr#»
Eufrate j Tigre» Nilo, Ermo^ Indo e Gangc^
TaDa»Istro, Alfeo» Garonna»e 1 mar che firatige^
Rodano» Ibero» Ren» Sena» Allna» Eira» Ebro;
Non edra » abete » pin » faggio o ginebro
PoriaU foco allentar che 1 cor tristo ange;
Quant* un bel rio eh' ad ogni or meco piange,
Con l'arboscel che'n rime orno e cielébro.
Quest'un soccorso trovo tra gli assalii
D*Amore » onde conven db armato Tiva
La vita che t!*apassa a A gran salti.
Cosi cresca *1 bel Lauro in tresca riva ;
E chi'l piantò pensier leggiadri ed alti'
Nella dolce ombra al suoo deiracque scriva •
CANZONE 33.
DI tempo in tempo mi si fa men dura
L* angelica figura » e *1 dolce riso ;
E Taria del bel viso»
E degli occhi leggiadri meno oscura.
5 Che fanno meco ornai questi sospiri»
Che nascean di dolore »
E mostravan di fuore
La mia anjgosciosa e disperata vita?
S'avven che*l volto in quella parte giri»
IQ Per acquetar il core »
Parmi veder Amore
Mantener mia ragion » e darmi aita :
Né però trovo ancor guerra finita»
Ne tranquillo ogni stato del cor mio :
j5 Che più m* arde 1 desio »
Quanto più la speranza m'assicura •
PARTE. f 29
SONETTO 117;
fai 9 alma ? che pensi ? avrem mai pace ?
.▼rem mai tregua? od avrem guerra etema?
ihe'fia di noi, uon so: ma iti quel ch'ioscerna^
/suoi 'begli occhi il mal nostro nou piace .
t prò y«6e con quegli occhi ella ne iacfe
K state un ghiaccio, un foco quando verna ?
Uà non , ma colui che gli governa :
Questo eh* è a noi^ s'ella sei vede e tace?
or tace la lingua, e 1 cor si lagna,
a alta voce , e *tt vista asciutta e lieta
E^iagne , dove mirando altri noi vede :
' tutto ciò la mente non s'acqueta
Compendo 'I duol che'n lei s'accoglie e stagna:
V a gran speranza uom misero non crede»
SONETTO ii8i
I d'atra , e tempestosa onda marina
^8g^^ iQ porto giammai stanco nocchiero;
iom' io dal fosco e torbido pensiero
uggo, ove *1 gran desio mi sprona e 'nchina:
mortai vista mai luce divina
iuse ; come la mia quel raggio altero
d bel dolce soave bianco e nero ,
1 che i suoi strali Amor dora ed affina •
o non già , ma faretrato il veggo ;
udo, se non quanto vergogna il vela;
rarzon con l'ali, non pinto ma vivo. -
i mi mostra quel eh* a molti cela;
h' a parte a parte entr' a' begli occhi le^o
|uant' io parlo d'Amore , e quant* io scnvo*
Petrarca fCoLl. 9
f 3o I» R I M A
SONETTO 119.
Qnesta umil fera, un cor di tigre o d'orsai
Che 'n vista umana e *n forma d'angd vene ,
In riso c'n pianto , fra paura e spene
. Mi rota sì , eh* ogn i mio stato inforsa .
Se 'n breve n«D m* acc(>gHe 9 o non mi smorsa,
Ma pur, come suol far, tra due .mi tene;
Per quel eh* io sento al «or gir fra le vene
Dolce veiieno, Amor^ mia vita è corsa.
Non può più la veriù fragile e stanca
Tante variegati omai soffrire,
Che*n unpuntoarde, agghiaccia» arrossa, e m-
bianca .
Fuggendo spera i suoi« dolor finire «
Come colei che d'ora in ora manca :
Che ben può nulla chi non può morire.
SONETTO 120.
Ite , caldi sospiri , al freddo core :
Rompete il ghiaccio che pietà contende;
E, se prego mortale al Ciel s'intende «
Morte , o mercè sia fine al mip dolore •
Ite , dolci peosier , parlando fuore
Di quello, ove'l bel guardo non s'estende:
Se pur sua asprezza, o mia stella n'oifende,
Sarem fuor di speranza, e fuor d'errore.
Dir si può ben per voi , non forse appieno ,
Che'I nostro stato è inquieto e fosco >
Siccome '1 suo pacifico e sereno •
Gite securi omai, ch'Amor vien vosco:
E ria fortuna può ben venir meno ;
S* a i segni del mio Sol Taere conosco •
P À R T B. l3l
SONETTO 121.
Le stelle , e '1 Cielo, e gli elemeati a 'proTa*
Tulle lor arti ed ogni estrema cura
PoSier nel tìvo lume, in cui Natura
Si specchia el Sol, eh* altrove par non trova •
Li*ODra è si altera , si leggiadra e nova ,
Gae mortai guardo io lei non s* assicura;
Tanta negli occhi bei fuor, di misura
Par eh* amor e dolcezza e grazia piova •
Li^aere percosso da* lor dolci rai
S* infiamma d'onestate ; e tal diventa,
Ghe*l dir nostro, e 1 pensier vince d*assai.
Basso desìr non è eh* ivi si senta ,
Ma d*onor , di yirtute • Or quando mai'
Fu per somma beltà yil Toglia spenta ?
SONETTO 122.
r^on fur mai Giove e Cesare si mossi
A fulminar colui, questo a ferire.
Che pietà non avesse spente 1* ire ,
E ler dell* usai* arme ambedue scossi •
Piangea Madonna ; e 1 mio Signor, eh* io fossi »
Volse , a vederhi e suoi lamenti i^-, udire ;
Per colmarmi di doglia e di desire,
£ ricercarmi le midolle e gii ossi •
Quel -dolce pianto mi dipinse Amore,
Anzi scolpio, e que* detti soavi
Mi scrisse entr*un diamante in mezzo 1 core;
Ove con salde ed ingegnose chiavi
Ancor torna sovente a trame fuore
Lagrime rare, e sospir Itmghi e gravi »
Ì3Z P K I M À
SONETTO 123.
FTidi in Terra angelici costUHii
E celesti bellezze al mondo sole ;
Tal che di rimembrar mi giova e dole;
Cbc quani* io miro par sogni , ombre e fumi :
E vidi lagrimar que* duo bei lumi ,
Gh*han fatto mille volte invidia al Sole:
E udt sospirando dir parole
Che farian gir i monti , e star i fiumi •
Amor 9 senno , valor , pietate e doglia
Facean piangendo un più dolce concento
D* ogni altro, che nel mondo udir si soglia:
Ed era *1 cielo air armonia si 'ntento ^ '
Che non si vedea in ramo muover foglia;
Tanta dolcezza avea pien Taere » e 1 vento.
SONETTO 124.
Quel sempre acerbo ed onorato giorno
Mandò si al cor Timmagine sua viva,
Che 'ngègno o stil non fia mai che 1 descriva:
Ma spesso a lui con la memoria tomo.
L'atto a ogni gentil pietate adomo,
E '1 dolce amaro lamentar ch'i' udiva,
Facean dubbiar , se mortai donna o Diva
Fosse, che 1 ciel rasserenava intorno .
La testa or fino, e calda neve il volto;
Ebenoi cigli, e gli occhi eran due stelle,
Ond'Amor l'arco non tendeva in fallo;
Perle e rose vermiglie , ove raccolto
Dolor formava ardenti voci e belle;
Fiamma i sospir; le lagrime cristallo.
PARTS. l3d
SONETTO 125.
3^6 ch^ i posi gli occhi lassi o giri
Per quetar la vaghezza , che fili spinge ,
Trovo chi bella aopna ivi dipinee^
Per far sempre mai verdi ì miei desiri •
Con leggiadro dolor par eh* ella spiri
Alta pietà , che gentil core stringe ;
Oltra la vista, agli orecchi orna e*nfinge
Sue voci vive e suoi santi sospiri.
Amor e 1 ver fur meco a dir , che quelle
Ch* i* vidi eran bellezze al mondo sole ^
Mai non vedute più sotto le stelle:
Né si pietose , e si dolci parole
S*adiron mai ; ne lagrime sì belle
Di ài begli occhi uscir mai vide il Sole.
SONETTO 126.
In qual parte del ciel , in quale idea
Era r esempio, onde Natura tolse
Quel bel viso leggiadro , in eh* ella volse
Mostrar quaggiù quanto lassù potea ?
Qual Ninfa in tonti, in selve mai qual Dea
Chiome d*oro sì fino ali* aura sciolse?
Quand*uu cor tante in se virtuti accolse?
Benché la somma é di mia morte rea •
Per divina bellezza indamo mira
Chi gli occhi di costei giammai non vide.
Come soavemente ella gli gira.
Non sa com*Amor sana, e come ancide.
Chi non sa come dolce ella sospira ,
E come dolce parla , e dolce nde .
t34 p.n 1 V A
SONETTO iij.
Amor ed io si pten di maraTiglia ^
Come chi mai cosa incredibii vide,
Miriam costei quand'ella parla o
Che sol se stessa , e nulF altra mmigBa .
Dal bel seren delle tranquille ciclia
Sfavillai! si le mie due stelle fidet
Ch'altro lume uon è chMnfiammi o guide
Chi d*amar altamente si consiglia .
Qual miracolo è quel, quando xra Terha
Quasi un fior siede ? ovver quand^ella preme
Col suo candido seno un verde cespo?
Qual dolcezza è nella stagione acerba
Vederla ir sola coi pensier suoi'nsiemet
Tessendo un cerchio ali* oro terso e crespo?
SONETTO 128.
O passi sparsi , o pensier vaghi e pronti ,
O tenace memoria , o fero ardore ,
O possente desire , o debil core ,
O occhi miei , occhi non già , ma fonti ;
O fronde onor delle famose fronti,
O sola insegna al gemino valore ,
O faticosa vita , o dolce errore ,
Che mi fate ir cercando pia^e e monti;
O bel viso , ov'Amor insieme pose
Gli sproni e *1 fren ond^e* mi punge e volve
Com^a lui piace 9 e calcitrar non vale;
O anime gentili ed amorose^
S'alcuna na'l mondo^ eyoi nude ombreepohre^
Deh restate a veder qual è 1 mio mait»
\
PARTE. iSS
SONETTO i2g-
letì fiori e felici, e ben nate erbe, -
Che Madonna passando premer snoie;
Piaggia , eh' ascolti sue dolci parole
E del bd piede alcun vestigio serbe;
rhietti arboscelli , e verdi froudi acerbe ;
Amorosette e pallide viole ;
Ombrose selve , ove percuote il Sole ,
Che vi fa co* suoi raggi ak^ e superbe ;
soave contrada ; o pilt*o fiume ,
Che bagni 1 suo bel viso e gli occhi chiari^
E prendi qualità dal vivo lume;
uanto vMnvfdio gli atti onesti e cari!
N<Mì fia in voi scoglio omai , che per costume
D* arder con la mia fiamma non impari.
SONETTO i3o.
mor , che vedi ogni pensiero aperto '
E i duri passi onde tu sol mi scorgi ,
Nel fondo del mio cor gK occhi tuoi porgi
A te palese , a tult' altri coverto .
li quel che per seguirti ho già sofferto , -
E tu pur Tia di poggio in poggio sorgi
Di giorno in giorno , e di me non t* accòlli ,
Ctkù son sì stanco, e U sentier m* è trc^^'erto.
en vegg' io di lontano il dolce lume
Ove per aspre vie mi sproni e giri ,
Ma non ho , come tu , da volai* piume •
ssai coutenti lasci i miei dcsiri ,
Pur che ben desiando i' mi consume ,
Ne le dispiaccia che per lei sospiri .
236 PRIMA
SONETTO i3i.
Or 9 che 1 ciel e la terra el Yento tace,
E le fere e gli augelli il sonno affrenai
Notte 1 carro stellato in giro Hiena,
E nel suo letto il mar senz^onda giace;
Veggio , penso , ardo , piango ; e chi mi sface^
Sempre m* è innanzi per mia dolce pena:
Guerra è *1 mio stato d' ira e di duol piena,
E sol di \éi pensando ho qualche pace.
Così sol d*una chiara fonte viva
Muove 1 dolce e Tamaro, ond* io mi pasco:
Una man sola mi risana e punge •
E perchè '1 mio martir non giunga a riva,
Mille Tolte il di moro ^ e mille nasco ;
Tanto dalla salute mia son lunge.
SONETTO i32.
ComeU candido pie per Terba fresca
I dolci passi onestamente muove ,
Vertù , che 'ntomo i fior apra e rinnove ,
Delle tenere piante sue par ch'esca.
Amor , che solo i cor leggìadi^i invesca
Né degna di provar sua forza altrove.
Da* begli occhi un piacer si caldo piove,
Ch* i* non curo altro ben, né bramo altr*esca«
E con r andar, e col soave sguardo
S'accordan le dolcissime parole ,
E r atte mansueto , umile e tardo .
Di tai quattro faville , e non già sole ,
Nasceri gran foco di ch'io vivo ed ardo;
Che son fatto un augel notturno al Sole*
PARTE. 187
SONETTO i33.
» fossi stato fermo alla spelunca
ià doY* Apollo diventò profeta »
Fiorenza avria fors*oggi il suo Poeta,
fon pur Verona, e Mantoa, e Arunca:
perchè '1 mio terren più non s^ ingiunca
ìdT umor di quel sasso , altro pianeta
!oDYen eh* i* segua , e del mio campo mieta
i^appole e stecchi con la falce adunca,
^liva è secca , ed è rivolta altrove
/acqua, che di Parnaso si deriva ,
'er cui in alcun tempo ella fioriva •
1 sventura , ovver colpa mi priva
Vogni buon frutto, se F eterno Giove
)ella sua grazia sopra me non piove •
SONETTO 184.
andò Amor i begli occhi a terra inchina ,
i i vaghi spirti in un sospiro accc^lie
^on le sue mani , e poi in voce gli scioglie
jhiara , soave , angelica , divina ;
Ito far del mio cor dolce rapina ,
l sì dentro cangiar pensieri e voglie,
]ih*^i*dico: or fien di me l'ukime spoglie,
le '1 Cìel sì onesta morte mi destina :
1 suon che di dolcezza i sensi lega>,
k>I gran desir d'udendo esser beata
/anima al dipartir presta raffrena,
ì mi vivo ; e cosi avvolge e spiega
-lO stame della vita che m' è data
Questa sola fra noi del elei Sirena.
l39 PRIMA
SONETTO i35;
Amor mi manda qnel dolce pensiero f
Che secretorio antico è fra noi due;
£ mi conforto , e dice che non lìie
Mai, com* or, presto a quel chM^bramoespero.
Io , che tolor menzogna e talor vero
Ho ritrovato le parole sue,
Non so s* il creda ; e YÌTomi intra dae:
Né sì né no nel cor mi sona intero.
In questo passa *1 tempo ; e nello specchio
Mi yquno andar ver la stagion contraria
A sua impromessa , ed alla mia speraus^
Or sia che può : già sol io non inTecchìo;
Già per tute il mio desir non varia' :
Ben temo il viver breve che n^avansa.
SONETTO i36-
Pien d' un vago pensier , che mi desvia
Dà lutti fili altri e fammi al mondo irselo,
Ad or aa or a me stesso m*" involo
Pur lei cercando, che fuggir devria:
E veggiola passar si dolce e ria ,
Che Talma trema per levarsi a volo;
Tal d^ armati sospir conduce stuolo
Questa bella d'Amor nemica , e mia .
Ben , 8* io non eri'o , di pietate un raggio
Scorgo fra 'I nubiloso altero ciglio ,
Che'n parte rasserena il cor doglioso:
Allor raccolgo Tal^ma; e poi eh* i* aggio
Di scovrirle il mio mal preso consiglio.
Tanto le ho a dir , che incominciai^ non oso «
P A R T B. 189
SONETTO iSy.
. YoFte già dal bel sembiante umano
Io preso ardir con le mie fide scorte
!)* assalir con parole oneste accorte
ja mia nemica in atto umile e piano :
me poi gli occhi suoi mio penster vano;
Percuognì mìa fortuna, ogni mia sorte,
Aio ben, mio male, e mia TÌta^ e mia morte
^ei che solo il può far, Tha posto in mano,
d^io non potè* mai formar parola ,
}h* altro che da me stesso fosse intesa;
joA m*ha fatto Amor tremante e fioco,
r^lgi* or bea , che cantate accesa
Lega la lìngua altrui , gli spirti invola :
[^hi può dir com' egli arde è ^n picciol foco.
SONETTO i38.
mto m* ha Amor fra belle e crude braccia,
!}he m* ancidono a torto ; e s* io mi doglio ,
Doppia '1 martir : onde pur, compio soglio,
[1 me&lio è cb^io mi mora amando, e taccia;
e poria questa il Ren , qualor più agghiaccia ,
4.rder con gli occhi , e rompre ogni aspro sco-
Sd ha sì egual alle bellezze orgoglio ,
!^he di piacer altrui par che le spiatcia.
ila posso levar io per mio *ngegno
Del bel diamante , ood' elF ha fl cor si duro;
là* altro è d* un marmo che si muova e spiri :
d eHa a me per tuttofi suo disd^no
lorrà giammai , ne per sembiante oscuro ,
Le mie speranze e ì miei dolci sospiri.
140 PRIMA
SONETTO 189.
O Invidia nemica di virtute^
Ch*a*bei principii Tolentier contrasti.
Per qaal sentier così tacita intrasti
In qnel bel petto, e con qual arti il mute!
Da radice n*hai svelta mia salute :
Troppo felice amante mi mostranti t
A quella^ che miei preghi umili e casti l
Gradi alcun tempo , or par eh* odj e refìite.
Né però. che. con atti acerbi e rei
Del mio ben pianga , e del mio pianger lida,
Poria cangiar sol un dé^peasier miei:
Non perchè mille volte il di m^ancida,
Fia eh* io non Tami , e eh' i* non speri in lei:
Che s'ella mi spaventa» Amor m affida.
SONETTO 140.
Mirando *l Sol de* begli occhi sereno,
Ov*è chi spesso i miei dipinge e bagna,
Dal cor 1* anima stanca si scompagna ,
Per gir nel paradiso suo terreno :
Poi 9 trovandol di dolce e d*amar pieno »
Quanto al mondo si tesse opra d*aragD&
Vede : onde seco , e con Amor si lagna ,
Ch*ha si caldi gli spron, si duro il freno
Per questi estremi duo centrar j e misti »
Or con voglie gelate , or con accése
Stassi cosi fra misera e felice :
Ma pochi lieti, e molti pensier tristi ;
E I più si pente dell* ardite imprese:
. Tal frutto nasce di cotal radice •
P À K T E . 141
SONETTO i4r.
ra stella ( se *1 bielo ha forza in noi
Qaant* alcun crede) fu solto eh* io nacqui;
E fera cuna dove nato giacqui ;
E fera terra ov' e' pie mossi poi ;
fera donna, che con gli occhi suoi
E con Tàrco, a cui sol per segno piacqui ,
Fé* la piaga , ond*Amor teco non tacqui ,
Che con queir arme risaldarla puoi.
I tu prendi ,a diletto i dolor miei :
Ella non già , perchè non son più duri ,
E 1 colpo è di saetta , e non di spiedo .
ir mi consola, che languir per lei
Meglio è che gioir d'altra ; e tu mei giuri
Per r orato tuo strale; ed io tei credo.
SONETTO 142.
uando mi viene innanzi il tempo e*l loco'
Ov' io perdei me stesso , e '1 caro nodo.
Ond*Amor di sua man m'avvinse in modo.
Che Tamar mi fé' dolce, e'I pianger gioco;
tifo ed esca son tutto , e '1 cor un toco
Da quei soavi spirli, i quai sempr' odo ,
Acceso dentro si , eh' ardendo godo «
£ di ciò vivo, e d'altro mi cai poco,
lel S0I9 che solo a gli occhi miei risplende '^
Coi vaghi raggi ancor indi mi scalda .
A vespi-o tal , qual era oggi per tempo :
così di lont^ m'alluma e 'ncende ,
Che la memoria ad ognor fresca e salda
Por quel nodo mi mostra, e'I laco, e'I tempo •
142 p R r M ▲
SORTITO 143.
Per iiieu*i boschi inospiti e sdraggi.
Onde Tanno a eran ri&chio aomini ed arme,
Vo àcur'io; cne non può spaTentanae j«
Altri che 1 Sol eh* ha d*Anior tìto i rum
E To cantando (o penser miei non saggi !) >
Lei che 1 Ciel non porìa lontana lanae; s
Ch*i*rho negli occhi, e Tederscoo parme E
Donne e donzelle, e sono abeU e faggi* =
Farmi d'udirla, udendo i rami e Tore
E le frondi e gli augei lagnarsi, e Tacque
Mormorando fuggir per I erBa Terde.
Raro un silenzio, un solitario orrore
D* ombrosa selva mai tanto mi piacque;
Se non che dd mio Sol troppo si perde.
SONETTO 144-
Mille piagge in un giorno , e mille rivi
Mostrato m*ha per la famosa Ardenna
Amor 9 eh' a* suoi le piante e i cori impenna
Per farli al terzo ciel volando ir rivi.
Dolce m*è sol sena* arme esser stato ivi.
Dove armato fier Marte e non accenni f
Quasi senza governo e senza antenna
Legno in mar , pien di pensìer gravi e schifi.
Pur giunto al fin della giornata oscura.
Rimembrando ondato vegno econquaipioiD^
Sento di troppo ardir nascer paura.
Bla 1 bel paese , e 1 dilettoso fiume •
Con serena accoglienza rassccura
11' cor già volto ov* abita il suo lume.
PARTE. 143
soNErro 145.
mor mi sprona ia un tempo ed affrena;
AsMcura e spaventa ; arde ed. agghiaccili}
Gradisce e sdegna ; a se mi chiama e scaccia :
Qr mi tene in speranza , ^ or in pena «
tr alto , or basso il mio cor lasso mena,
Qode/l vago desir perde la traccia ;
£'1 sua sommo piacer.par che di spiaccia:
D^OTor si novo la mia mente e piena .
In amico pensier le mostra il vado ,
tlon d' acqua che per gli occhi si risolva ,
Da gir tosto ove spera esser contenta :
^oi 9 quasi- maggior torza indi la svolva ,
CoQven. eh* altra via segua; e mal suo grado
Alla sua lunga e mia morte consenta.
SONETTO .146.
ERI, quando talor meco- s'adira.
La mia dolce nemica eh* è si altera ,
Un conforto m' ò dato eh* i' non pera ,
Solo per cui vertù Talma respira;
^▼unqu ella sdegnando gli occhi gira».
Che di luce privar mia vita spei*a.
Le mostro, i miei pieu d* umiltà sì vera,
Ch*a forza ogni suo sdegno indietro tira.
e ciò non fosse, andrei non altramente
A veder lei , che 1 volto di Medusa ,
Che faeea mai^mo diventar la gente . ^
«osi dunque fa tu; ch'iNeggo esclusa
Ogni altr*aita; e'I fuggir vai niente
Dinanzi air ali che 1 Sigqor nostro usa •
144 P E I M A
SONETTO 147.
Pò, ben può* tu portartene la scorza
Di me con tue possenti e rapfcL^onde^
Ma lo spirto, cai v'entro si nasconde.
Non cura né di tua né d^ altrui forza :
Lo qual senz'alternar poggia con orza
Dritto per Taure al suo desir seconde,
Battendo TaJi verso 1* aurea fronde,
L'acQua e'I vento e la vela e iremisfom.
Re diegli altri, superbo, altero fiume.
Che neon tri '1 Sol quando e'ne menailzH^
£'n Ponente abbandoni un più bel Inae;
Tu te ne vai col mio mortai sul corico:
L'altro coverto d'amorose piume
Toma volando al suo dolce soggiorno.
SONETTO 148.
Amor fra V erbe una leggiadra rete
D'oro e di perle tese sott'un ramo
Dell' arbor tempre verde, eh' i' tant' amo ,
Benché n'abbia ombre più triste che liete:
L' esca fu 'i seme eh' egli sparge e miete
Dolce ed acerbo , cn' io pavento e bramo ;
Le note non fur mai , dal di ch'Adamo
Aperse gli occhi, sì soavi e quete:
E'I chiaro lume, che sparir fai Sole,
Folgorava d' intorno ; e 'i fìine avvolto
Era alla man eh' avorio e neve avanza :
Cosi caddi alla rete ; e qui m' han gdICo
Gli atti vaghi, e l'angeliche parole,
E 1 piacer , e '1 desire , e la speransa. .
PARTE. 145
SONETTO 149.
.or 9 che *iicende *1 cor d* ardeote zelo ,
>i gelata paura il tiea costrattoj
i qual sia più fa dubbio ali* intelletto ,
jsk speranza o *1 timor, la fiamma o U gielo.
?mo al più caldo, ardo al più freddo cielo ,
Sempre pieu di desire, e ai sospetto;
htr come donna in un vestire schietto
}eli un uom \ivo, o sott^un picciol Telo,
queste pene è mia propria la prima
Lider dì e notte ; e quanto è 1 dolce male
iè *n peiisier cape, non che *n versi o *n rima :
Ura non già , che *I mio bel foco è tale ,
^h* ogni uom pareggia; e del suo lume in cima
Ihi volar pensa , indarno spiega Tale.
SONETTO i5o.
I dolce sguardo di costei m* ancide ,
\ le soavi parolette accorte ;
\ t^Amor sopra me la fa sa forte
ol quando parla , ower quando sorride ;
ìo che fia , se forse ella divide
^ , per mia colpa , o per malvagia sorte
rli occhi suoi da mercè; sicché di morte
à dov' or m' assecura , allor mi sfide ?
> s*i* tremo, e vo col cor gelato
fualor veggio cangiata sua ngura;
tiesto temer d'antiche prove è nato,
imina è cosa mobii per natura ;
nd* io so ben , ch^ un amoroso stato
i cor di donna picciol tempo dtira.
Petrarca Voi. I. io
146 P H I M ▲
SONETTO i5i.
Amor, Natura, e la beirAlma umile .
Ov* ogni alta \irtute alberga e regna ,
Centra me son giurati. Amor s'ingegna,
eli* i* mora afTalto, e ^n ciò segue suo stile:
datura llen costei d^un sì gentile
**'*'' Laccio , che nullo sforzo è che sostegoa ;
Ella è sì schiva, eh* abitar nou degna
Più nella vita faticosa e vile.
Così lo spirto d* or in or 'vien m^no
A qnelle lM;IIe care membra oneste.
Che specchio eran di vera leggiadria .
E s* a Morte pietà non stringe il freno ,
Lasso, ben veggio, in che stato sou queste
Yane speranze ond'io viver suixa.
SOJ^ETTO i5z.
Questa Fenice dell* aurata piuma
Al suo bel collo candido gentile
Forma senz'arte un sì caro monile,
Cli^ogui cor addolcisce, u *1 mio consuma:
Forma un diadema naturai , eh* alluma
L'aere d'intorno; e'I tacito focile
D'Amor traggc indi un liquido sottile
Foco y che m'arde alla più algente bruma.
Purpurea vesta d'un cei'ulco lembo
Sparsa di rose i belli omeri vela ;
Novo abito, e bellez/a unica e sola.
Fama nell' odorato , e ricco grembo
U'Aiabi monti lei rij>one e cela ,
Che per lo nostro ciel sì altera vol^.
r A K T e; i^J
SO?JETTO i63.
ì Virgilio ed Omero avessin visto
Qael Sole, il qual veggMo con gif occhi miei^
Tultc lor forze ia dar fiuna a costei
Avriau posto, e Tuu stii con Taltro misto:
i che sarebbe £nea tnrbato e tristo.
Achille, Ulisse, e gli altri semidei;
£ qud che resse anni cinquantasei
Si bene il mon Jf> , e qael di* aueise Egisto.
nel fior antico di vinati , e d'arme
G>me sembiante stella ebbe con questo
Novo fior d'onestate, e di bellezse!
nnio di quel cantò ruvido carme ; ^
Di quest' altr' io : ed oh pur non molesto
Gli sia 1 mio ingegno, e*l mio lodar non sprezze.
SONETTO i54-
iunto Alessandro alla famosa tomba
Del fero Achille , sospirando disse :
O fortunato , che sì chiara tromba
Trovasti, e chi di te sì alto scrisse!
a qntòta pura e candida colomba ,
A cui non so s^al mondo mai par visse,
Nd mio stfl frale assai poco rimbomba a
Cosi son le sue solali a ciascun fisse •
le d*Omei^ dignis^iima » e^ d*.Orfeo ,
O del Pastor ch^Biicor Mantova onora',
Ch^andasseu 6Cmpiie lei isola cantando;
ella diflbrme , e fato sol qui reo
Commise a tal , che 1 siiò bel nome adora :
Ma forse scema sue lode parlando .
148 PRIMA
SONETTO i55.
Almo Sol , quella fronde eh* io sola amo.
Tu prima amasti; or sola al bel souionio
Yerdeggia, e senza par, poi che T adorno
Suo male , e nostro vide in prima Adamo.
Stiamo a mirarla ; i* ti pur preso e chiamo «
O Sole; e tu pur fuggi, e fai d'intorno
Ombrare i poggi , e te ne porti *1 ffiorao;
E fuggendo mi toi quel eh* i* più bramo .
L'ombra che cade da quell'umil colle.
Ove sfavilla il mio soave foco ,
Ove '1 gran Lauro fu picciola yernL}
Crescendo mentr' io parlo , a gli occhi Udle .
La dolce vista del beato loco
Ove Y mio cor con la sua donua alberga •
SONETTO i56.
Passa la nave mia colma d^obblio
Per aspit) mar a mezza notte il verno
Infra Scilla , e Giriddl ; ed al governo
Siede *l Signor , anzi '1 nemico mio :
A ciascun remo un pensier pronto e rio,
Che la tempesta, e *1 fin par cn abbica scherno:
La vela rompe un vento umido eterno
Di sospir , 'di speranze , e di desio :
Pioggia ai lagrimar , nebbia di sdegni
mgna e rallenta le già stanche sarte ,
C^e son d'error con ignoranza attorto :
Celansi i duo miei dolci usali segni :
Morta fra Tonde è la ragion e Tarte.
Tal , eh' incomincio a disperar del pQrlo .
PARTE. 149
SONETTO 1S7.
ndida cerva sopra l'erba
e m^ apparve con duo coma d^oro
due riviere alF ombra d*un Alloro
ndo '1 Sole alla stagion acerba •
i vista sì dolce superba ,
'lasciai per seguirla ogni lavoro:
e r avaro , che 'n cercar tesoro
diletto r affanno disacerba •
i mi tocchi^ al bel collo d'intorno
to av^ di diamanti e di topazj ;
ra farmi al mìo Cesare parve .
'1 Sol già volto al mezzo giorno ;
occhi miei stanchi di mirar, non sazj ;
ad' io caddi neir acqua , ed ella sparve •
SONETTO i58.
e eterna vita è veder Dio ,
più si brama , né bramar più lice ;
me , Donna , il voi veder felice
n questo breve , e frale viver mio .
stessa 9 com' or , bella vid' io
nmai ; se vero al cor l'occhio ridice ;
e del mio pensier ora beatrice ,
vince ogni alta speme , ogni desio •
lon fosse il suo fuggir si ratto 9
non dimanderei : eoe s' alcun vive
d'odore , e tal fama fede acquista;
d'acqua, o di foco il gusto, e'I tatto
uetan, cose d'ogni dolzor prive;
irchè non della vostr' alma vista ?
i5o p a I M A
SONETTO 169,
Stiamo , Amor , a Teder la gloria nostra
Cose sopra natura altere e nove :
Vedi ben, quanta in lei dolcezza. pift^e:
Vedi lume che '1 ciclo in terra mostra:
Vedi, quant'arte dora, e*mperla, «'piiosto
L abito eletto, e mai non visto altrove;
Cbc dolcemente i piedi , e gli occhi muoTe
Per questa di bei colli ombrosa chiostra!
L' erbetta verde , e i fior di color mille
Sparsi sotto queir elee antiqua e neffs^^^
Pregan pur , che 1 bel pie li prema .0 tocebii
E ^1 ciel di vaghe e lucide favdle
S* accende intomo ; e *n vista si rallegra
D* esser fatto sei^en da sì begli occhi.
SONETTO iGo.
Pasco la mente d'un sì nobil cibo,
Ch* ambrosia , e nettar non invidio a Gio^^'
Che sol mirando obblio nell^alma pio^^
D'ogni altro xlolce, e Lete al fondo b»'*^^*
Talor , ch'odo dir cose, e 'n cor descril^*
Perchè da sospirar sempre ritrove;
Ratto per man d'Amor , ne so ben dc^
Doppia dolcezza in un volto delibo :
Che quella voce infin al ciel gradita
Snona in parole si leggiadre e care.
Che pensar noi poria chi^iion l'ha udit^
Allor insieme in men d'un palmo appaia
Visibilmente , quanto in questa vita
Arte, ingegno e natura, e*l ciel può fiu^
PARTE. l5c
SONETTO i6r.
L^ anra gentil che rasserena i poggi
Destando i fior per questo ombroso bosco.
Al soave suo spirto riconosco;
Per olii conven che 'n pena, e *n fama poggi.
Per ritrovar ovel cor lasso appoggi,
Fufjlgo dai mio natio dolce aere Tosco:
. Per far lume al pensier torbido e fosco.
Cerco *1 mìo Sole ; e spero vederlo oggi :
Nel crual provo dolcezze tante e tali , n
ChAmor per foria a lui mi riconduce; \
Poi si m* abbaglia, che*l fuggir m'è tardo. ^
Io chiedere* a scampar non arme, anzi ali:
Ma perir mi dàM ciel per questa luce;
Che da Innge mi struggo , e da press* ardo.
SONETTO 162.
Di di in dì vo cangiando il vi^o e 1 pelo :
Ne però smorso i dolci inescati ami;
Ne sbranco i verdi ed invescali rami
Deir arbor che né Sol cura ne gelo .
Senz* acqua il mare, e senza stelle il cielo
Fia innanzi, chMo non sempre tema e brami
La sua bel T ombra ; e eh* i* non odj ed ami
L*alta piag^ amorosa che mal celo •
Kon spero del mio affanno aver mai posa
Intìn ch*i*mi disosso, e snervo, e spolpo,
la nemica mia picià u avesse .
Esser può in prima ogu* impossibil cosa ,
Ch'altri che Morte, od ella sani '1 cv.^ipo
Ch'Amor co'suoj be'glioccLial cor m'impresse.
l52 PRIMA
SONETTO i63.
L^aura serena che fra verdi fronde
Mormorando a ferir nel toIIo Tiemme,
Fammi risovvenir quand*Amor diemme
Le prime piaghe , sì dolci e profonde ;
E1 bel viso veder eh* altri m^ascdnde.
Che sdegno o gelosia celato tiemme ;
E le chiome or avvolte in perle e*n gemme ^
Allora sciolte , e sovra or tei*so bionde :
Le quali ella spargea si dolcemente ,
E raCcogliea con sì leggiadri modi 9
Che ripensando ancor trema la mente.
Tersele il tempo pò* in più saldi nodi;
E strinse 1 cor d*un laccio si possente ,
Che Morte sola fia eh* indi lo snodi .
SONETTO 164.
L^aiira celeste che'n quel verde Lauro
Spira ov'Amor ferì nel fianco Apollo ,
Ed a me pose un dolce giogo al collo ,
Tal , che mia libertà tarai restauro ; ^
Può quello in me che nel gran vecchio Maur'O
Medusa , quando in selce trasformollo :
Nò posso dal bel nodo ornai dar crollo ,
Là Ve 'I Sol perde, non pur l'ambra, o Tauro;
Dico le chiome bionde , e '1 crespo laccio
Che sì soavemente lega e stringe
L*alma , che d'umiltate» e non daltr*armo.
L* ombra sua sola fai mio core un ghiaccio,
E di bianca paura il viso tinge :
*Ma gli occhi hanno Tirtii di farne un marmo*
PARTE. l53
SO?JETTO i65.
L'aura soave, eh* al Sol spiega e vibra '
L*auro ch'Amor di sua man fila e tesse.
Là da* begli occhi, e dalle chiome stesse
Lesa *1 cor lasso , e i levi spirti cribra •
^on ho midolla in osso , o sangue in fibra ,
Cb*i* non senta tremar; pur eh* i*m*appresse
Dov* è chi morte , e vita insieme spesse
Volte in frale bilancia appende e libra;
credendo arder i lumi, ond*io m* accendo,
E folgorar i nodi , ond* io son preso ,
Or su 1* omero destro , ed or sul manco •
r noi posso ridir , che noi comprendo ;
Da ta*due luci è T intelletto offeso,
E di tanta dolcezza oppresso e stanco.
SONETTO i66.
bella man , che mi distringi *1 core ,
E 'n poco spazio la mia vita chiudi ;
Man , ov* ogni arte e tutti loro studi
Poser Natura e*l Ciel per farsi onore;
Di. cinque perle orientai edere,
E sol nelle mie piaghe acerbi e crudi ,
Diti schietti soavi ; a tempo ignudi
Consente or voi , per arricchiimi Amore.
Candido, leggiadretto e caro guanto.
Che copria netto avorio , e fresche rose ;
Chi vide al mondo mai si dolci spoglie ?
Così avess* io del bel velo altrettanto .
O incostanza dell* umane cose!
Pur questo è furto; e vien eh* i'me ne spoglie.
l54 P K I M JL
SONETTO 167.
Non pur qaeir una bella ignuda mano ,
Che con grave mio danno si riveste;
Ma l*altra, e le duo braccia accorte e preste
Son a strìnger il cor timido e piano .
Lacci Amor mille , e nessun tende in Vano
Fra quelle vaghe nove forme oneste ,
Gb'adornan si l'alt* abito celeste »
Ch' aggiunger noi può stil ne 'ngegno umauo;
Gli occni sereni , e le stellanti ciglia »
La bella bocca angelica , di perle 1
Piena , e di rose , e di dolci parole.
Che fanno altrui ti*emar di maraviglia ;
E la fronte e le chiome eh' a vederle
Di state a mezzo dì vincono il Sede.
SONETTO 168.
Mia ventura, ed Amor m'avean si adorno
D'un bell'aurato e serico trapunto,
Ch' al sommo del mio ben quasi era aggiunto
Pensando meco a chi fu quest' intomo :
Né mi riede alla mente mai quel giorno ,
Che mi fé' ricco e povero in un puntò ,
eh' i' non sìa d'ira, e di dolor compunto,
Pien di vergogna e d'amoroso scorno;
Che la mia nobil pred<i non più stretta
Tenni al bisogno, e non mi più costante
Centra lo sforzo sol d'un'angioletta;
O fuggendo, ale non giunsi alle piante
Per far almen di quella man vendetta ,
Che degli occhi mi ivae lagrime tante •
F A K T ^. :i55
SONETTO. 169.
yun bel, chiaro, polito e yWo ghiaccio
Muove la fiamma che m* incende e strugge ,
£ sì le Tene eM cor m'asciuga e sugge.
Che *iìvÌ3ÌbileixieDte i* mi disfaccio •
Morte già per ferire alzato 1 braccio.
Come irato ciel tuona o leon rugge.
Va perseguendo mia yita, che fugge;
E^ io pìen di paura tremo e taccio •
Ben poria ancor pietà con amor mista
Per sostegno di me doppia coloìina
Porsi fra Talma stanca., el mortai colpo:
Ma io noi credo nel conosco ì;q vista
Di iguella dolce mia nemica e donna :
mò di ciò lei , ma mia ventura incolpo .
SONETTO 170.
Lasso ch'i' ardo, ed alliù non mei erède :
Si crede ogni uom, se non sola colei
Che sovr' ogni altra , e eh' i' sola vorrei :
Ella non par che'l creda, e sì sei vede :
Infinita bellezza e poca fede
Non vedete voi U cor negli ocehi miei 7
Se non fosse mia stella , i' pur devrei
Al fonte di pietà trovar mercede.
Quest' arder mio, di che vi cai sì poco^ t
E ì vostri onori in mie rime difnisi
Ne porjan infiammar fors' ancor mille :
Ch*i' veggio nel pensier, dolce mio foco.
Fredda una lingua, e duo begli occhi chiusi
Piimanev dopo uoi pien di faville .
I
i56 p a I M A
SONETTO 171.
Anima , che diverse cose tante
Tedi, odi, e legsi, e parli, e scrìri^ e pensi;
Occhi miei vaghi ; e tu fra gli altri sensi
Che scorgi al cor Talte parole sante;
Per quanto non vorreste o poscia od ante
Esser giunti al cammin che sì mal tiensi,
Per non trovarvi i duo bei lumi accensi»
Ne Torme impresse delF amate piante?
Or con si chiara luce , e con tai segni
Errar non dessi in quel breve viaficgio
Che ne può far d'eterno albergo degni.
Sforzati al Cielo , o mio stanco coraggio ,
Per la nebbia entro de* suoi dolci sdecni
Seguendo i passi onesti ^ e U divo raggio •
SONETTO X72.
Dolci ire , dolci sdegni , e dolci paci 9
Dolce mal , dolce affanno , e dolce peso »
Qolce parlar , e dolcemente inteso ,
Or di dolce ora , or pien di dolci faci .
Alma , non ti lagnar : ma soffri e taci ,
E tempra il dolce amaro che n'ha offeso
Col dolce onor che d'amar quella hai preso,
A cu' io dissi : tu sola mi piaci .
Forse ancor fia chi sospirando dica
Tinto di dolce invidia : Assai sostenne
Per bellissimo amor quest' al suo tempo :
Altri : oh Fortuna a gli occhi miei nemica !
Perchè non la \id' io ? perchè non venne
Ella più tardi ^ov ver io più per tempo?
PARTE. l57
CANZONE 34.
)
>si mai , ch^ V venga in odio a qndla
cui amor vivo, e senza '1 qual morrei:
dissi 9 eh* i miei di sian pochi e rei »
vii signoria T anima ancella :
dissi , contra me s* atme ogni stella ; 5
il mio lato sia
a e gelosia;
nemica mia
feroce ver me sempre e più bella.
9si, Amor T aurate sue quadreUa io
ida in me tutte , e V impiombate in lei :
dissi ; cielo e terra , uomini e Dei
nan contrarj , ed essa ogoor più fella :
dissi ; chi con sua cieca facella
to a morte m' invia , x5
come suol , si stia ;
nai più dolce o pia \
me si mostri in atto, od in favella,
issi mai ; di miei eh' i' men vorrei ,"
la trovi quest aspra e breve via : 20
dissi ; il fero ardor che mi disvia ,
^ca in me, quanto il fier ghiaccio in costei.
dissi ; unqua non veggian gli occhi miei
chiaro , o sua sorella ,
donna ne donzella ^ 25
terribil procella ,
il Faraone in perseguir gli Ebrei.
issi ; coi sospir quant* io mai fei ,
pietà per me morta , e cortesia :
dissi ; il dir s^innaspri che studia So
lolce allor clic violo mi rendei :
iSS P K l "KL X
S* il dissi ; io spiacela a quella eh* V terrei
Sol chiusa in loscit cella ,
Dal dì che la mammella
35 Lasciai, fin che si svclla
Da Me r alma , adorar : forse 1- farei .
Ma s' io noi dissi ; chi sì dolce apria
Mio cor a speme nelF eia nocella ,
Regga ancor questa stanca navioella
40 Colgo verno di sua pietà natia ;
Pìfè cUventi altra; ma pur qual solia
Quando più non potei.
Che me slesso perdei ,
Ne più perder devrei .
45 Mal fa chi tanta fé' sì tosto obhlia .
Io noi dissi giammai , ne dir pòria
Per oro , o per cittadi , o per castella :
Vinca*! ver dunque , e si rimanga in sella;
£ vinta a terra caggla la bugia .
60 Tu sai in me il tutto. Amor: s'ella ne spia.
Dinne quel che dir dei :
r beato direi
Tre volte, e quattix), e sei
Chi devendo languir , si mori pria .
55 Per Rachel ho servito , e non per Lia :
Ne con altra saprei
Viver , e sosterrei ,
Quando '1 ciel ne rappella ,
Girmeu con ella in sul carro d'Elia •
p À A T E. i5g -
CANZOKE 35.
credea ]iassar mio tempo ornai 9
passato avea qiiesf anui addietro.
Uro studio , e seuza nuovi ingegni :
3Ì che da Madonna i^non impetro
ai aita , a che condotto m* hai ^ 5
redi. Amor, che tal arte m* insegni:
> , s' i* me ne sdegni ;
questa età mi uà diveiiir ladro
d lume leggiadro
1 qual non Tivrei in tanti afTanni : io
vess^io i prim^anni
lo sili eh or prender mi bisogna ;.
gioTeuil fallire è men vergogna,
i soavi, ond'io soglio aver vita,
divine lor alte bellezza i5
in sul cominciar tanto cortesi ,
guisa d*uom cui non proprie ricchezze,
iato di fuor soccorso aita ,
i : che nò lor né altri offesi •
tenebra me ne pesi , 20
Lo ingiurioso ed importuno:
rverel digiuno
atto talor, ch'in miglior stato
in altrui biasmato.
man di pietà invidia m'ha chiuse; 25
amorosa , e '1 non poter mi scuse,
o cercate già vie più di mille
rovar, senza lor, se mortai cosa
stesse tener in vita un giorno-:
na poi, eh* altrove non ha posa, 3q
pur air angeliche faville ;
e6o prima
Ed io , che son di cera , al foco torc
E pongo mente inloroo
Ove si fa men guardia a quel eh* i* bc
35 E come augello in ramo
Ove men teme ivi più tosto è colto »
,Cosi dal suo bel yoito
L' involo or uno , ed or un altro ^aa
E di ciò insieme mi nutrico ed arao .
40 Di mia morte mi pawo » e vivo in .fiam
Stranio cibo ^e mirabil saiamaudra!
Ma miracol non è; da tal si vuole.
Felice agnello alia penosa mandra
Mi giacqui un tempo : or alFestremo fii
45 E fortuna 9 ed Amor pur come suole
Ck)8Ì rose e viole
Ha primavera, e \ verno ha neve e g^
Però s' i' mi procaccio
Quinci e quindi alimenti al viver cuil
5o Se vuol dir che sia furto ;
Si ricca donna deve esser contenta
S' altri vive del suo , eh* ella noi senta
Chi noi sa di eh* io vivo , e vissi semp
Dal dì che prima que' begli occhi vid
55 Che mi fecer cangiar vita e costume?
Per cercar terra e mar da tutti lidi.
Chi può saver tutte T umane tempre ?
L*un vive, ecco, d*odor là sul- gran fii
Io qui di foco e lume
60 Queto i frali e famelici miei spirti •
Amor (e vo'ben dirti)
Disconvieusi a signor Tesser sì parco*
Tu hai gli strali e Tarco :
Fa di tua man , non pur bramando, i* m
65 Ch*un bel morir tutta la vita onora.
iosa fiamma è più ardente ; e se pur cresce »
In alcun modo più non può celarsi:
Amor 9 i* U so che 'i provo alle tue mani ,
Vedesti ben, quando si tacilo arsi:
Or de* miei gridi a me medesmo incresce , 70
Che vo nojando e prossimi e lontani.
mondo , o pcusier vani !
mia forte ventura a che m^adduoe !
d di che vaga luce
kì cor mi nacque la tenace speme rj$
Onde rannoda e preme
Qudla che con tua forza al fin mi mena !
La colpaf è Tostra ; e mio U danno e la pena.
sì' di^ ben amar porto tormento ,
E del peccato altrui cbe^io perdono; 8a
kniA del mìo , che devea torcer gli occhi
Dal troppo lume, e di Sirene^ al suono
Oiiuder gli orecchi: ed ancor non men pento.
Che di dolce veleno il cor trabocchi.
Aspelt' io pur 5 che scocchi 85
Lr ultimo colpo chi mi diede il primo:
E fia , s' i* dritto estimo ,
Un modo di pietate occider tosto 9
^on essend* ei disposto
A. fiir altro di me che quel che soglia : go
Che ben muor chi morendo esce di dogUa .
DKon mia , fermo in campo
Starò : eh' egli è disnor morir fuggendo .
S me stesso riprendo
Di tai lamenti ; sì dolce è mia sorte ^ gS
Piànto , sospiri e morte .
Jerva d'Amor che queste rime leggi ,
3en non ha '1 mondo che '1 mio mal pareggi.
Petrarca VoU /. n
l6j P R I M ic
SONETTO 173.
Rapido fiume , che d'alpestra veiu
Rodendo intorno , onde U tuo nome prendi,
Notte e di meco desioso scendi
0*Àmor me ,- te sol natura mena;
Vattene innanzi : il tuo corso non fi*cna
Ne stanchezza né sonno : e pria che rendi
Suo dritto al mar; fisa, ù si mostri, attendi
Uerba più Tcrde, e Tarìa più sei^ena:
Itì .è qud nostro vivo e dolce Sole
4^ V adorna e'nfiora la tua riva maqca:
Forse (o che spero ! ) il mìo tardar le •dole •
Baciale 1 piede, o la man bella e bianca:
Dille : il baciar sìe *n vece di parole:
Lo spirto è pronto , ma la carne è stanca .
SONETTO 174.
J dolci colli ov^ìo lasciai me stesso.
Partendo onde partir giammai non posso ,
Mi vanno innanzi ; ed emmi ognor addosso
Quel caro peso ch'Amor m' ha commesso .
Meco di me mi maraviglio spesso;
eh' i' pur vo sempre , e non son ancor mosso
Dal bel giogo più volte indarno scosso :
Ma com* più mcn allungo, e più m*appres$o«^
£ qual cervo ferito di saetta
Col ferro avvelenato dentr' al fianco
^tigge, e più ducisi quanto più s* affretta ^
Tal io con quello stilai dal lato manco
Che mi consuma e parte mi diletta ,
Di dool mi struggo, e di fuggir mi stanco
PARTI. 1$3
SONETTO 175.
Non dair Ispano Ibero alFIiido Idaspe'
' Ricercando del ìmir* ogni pendice ,
PJfèr-dal lito vermiglio all' onde Caspe »
Nè^n oiel, nè*n terra è più d^una Fenice «
Qnal destro corvo, o qual manca cornice
Canti ^1 mio fato ? qual Parca V innaspe ?
Che sol trovo pietà sorda , eom^ aspe ,
Misera onde sperava esser felice :
Ch* i* non ^o^dir di lei ; ma chi la scorge »
Tutto*! cor di dolcezza e d*amor Tempie;
Tanto n'ha seco, e tant^altrai ne porge:
E per «far mie dolcezze amare ed empie ,
O s* infinge , o non^ cura , o non s' accorge
Del fiorir queste innanzi tempo lempte.
SONETTO I76.
Voglia mi sprona: Amor mi guida e scorge:
Piacer mi tira : usanza mi trasporta :
Speranza mi lusinga e riconforta ^
E la man destra ai cor già stanco porge :
U misero la prende , e non s' accorge
Di nostra cieca e disleale scorta :
Regnano i sensi , e la ragion è morta :
Deir un vago desio Y ahror risorge .
ITirtute 9 onor , bellezza , atto gentile ,
Dolci parole ai bei rami m nan giunto
Ove soavemente il cor s' invesca •
Mille trecento ventisette appunto
Su l'ora prima il di sesto d'Aprile
Nel labirinto iutrai , ne veggio ond'esca .
164. P K ì X ▲
SONETTO 177.
Beato in ^ogno ; e di languir contento ,
D' abbracciar Tombre , e seguir laura estira.
Nuoto per mar che non ha fondo o riva :
Solco onde, e'n rena fondo, e scrivo in vento;
E *1 Sol vagheggio si , eh' egli ha già spento
Col suo splendor la mia vertù visiva;
Ed una cerva errante e fuggitiva
Caccio con un bue zoppo, e ^ntermo , e lento .
Geco e stanco ad ogni altro ch^ al mio danno,
Il qual di e notte palpitando cerco »
Sol Amor e Madonna , e Morte chiamo .
Così vent' anni ( grave e lungo af&nno ! )
Pur lagrime e sospiri , e dolor merco :
In tale stella presi V esca e V amo •
SONETTO 178.
Grazie oh' a pochi *1 Ciel largo destina :
Rara vertù « non già d' umana gente :
Sotto biondi capei canuta mente ;
E 'n umil donna alta beltà divina :
leggiadria siugulare e pellegrina ;
£*1 cantar che neir anima si sente :
L'andar celeste ; e'I vago spirto ardente»
Ch' ogni dur pompe ed ogni altezza inchina;
£ que' begli occhi, che i cor fanno smalti.
Possenti a rischiarar abisso e notti ,
E torre V alme a' corpi , e darle altrui :
Col dir pien d' intelletti dolci ed alti ;
Co'i sospir snavemeote rotti:
. Da questi Magi trasformato fui«
PRIMA.. t65
CANZONE 36.
I
\nzi tre dì creata era alma in parte
Da por sua cura in cose altere e uoye «
É dispregiar di quel eh' a molti è*n pregio:
Quest* ancor duobia del fatai suo corso
Sola pensando , pargoletta e sciolta 5
lutrò di primavera m un bel bosco •
Era un tenero fior nato in quel bosco
Il giorno avanti , e la radice in parte
Ch'appressar noi poteva anima sciolta ^
Che V eran di lacciuo^ forme sì nove , io
E tal piacer precipitava al corso ,
Che perder libertate iv'era in pregio.
Caro , dolce , alto e faticoso pregio ,
Che ratto mi volgesti al verde bosco,
Usato di sviarme a mezzo *1 corso • i5
Ed ho cerco poi *1 morido a paite a parte.
Se versi o pietre , o suco d*erbe nove
Mi rendesser un dì la mente sciolta .
Ma , lasso , or veggio che la carne sciolta
Fia di quel nodo, ond'è U suo maggior pregio, 20
Prima che medicine antiche o nove
Saldin le piaghe ch^ i^ presi in quel bosco
Folto di spiue , ond' i* no ben tal parte ,
Che zoppo n^esco, e 'ntraivi a sì gran corso*
Pien di lacci e di stecchi un duro corso z5
Aggio a fornire, ove leggera e sciolta
Pianta avrebbe uopo , e sana d'ogni parte.
Ma tu. Signor, eh' hai di pielate il pregio.
Porgimi la man destra in questo bosco :
Vinca 'i tuo Sol le mie tenebre nove . 3o
i^ P K I M À
Guarda T mio slato , alle vaghezze nove.
Che *nterroinpendo di mia vita il corso
M' han fatto abiutor d^ ombroso bosco :
Rendimi , s'esser può , libeiti e sciolta
35 L'errante mia consorte; e tìa tool pr^io»
S' ancor teco la trovo in miglior parte.
Or ecco in parte le question mie nove»
S' alcun pr^o in me vive, o 'n tutto è corso ,
O Talma sciolta, o ritenuta al bosco.
SONETTO 179.
In nobil sangue vita umile e queta,
Cd in alto intdletto un puro core;
Frutto senile in sul giovenil fiore ;
£'n aspetto pensoso anima lieta.
Raccolto na 'n questa Donna il suo pianeta ,
Anzi'l Re delle stelle; e'I vero onore.
Le degne lode, e'J gran pregio e'I valore
Ch'è da stancar ogni divin poeta.
Amor s'è in lei con onestate aggiunto;
Con beltà naturale abito adomo.
Ed un atto che parla con silenzio ;
E non so che negli occhi , che 'n un ^unto
Può far chiara la notte ^ oscuro il giorno ,
E'I mei amaro, ed addolcir T assenzio.
P ìl R T E. JL^
SONETTO i8o.
7iilta*l dì piango; e poi la notte, quaudo
Prendou riposo i miseri mortali^
Trof om* in pianto , e raddoppiarsi i mali :
Cosi spendo 1 mio tempo lagrimando.
In tristo umor vo gli occhi consumando,
£ ^1 cor in doglia ; e son fra gli animali
L* ultimo si , cne gli amorosi strali
Mi tengon ad ognor di pace in bando •
Lasso, che pur dalKuno air altro sole,
E dall*un* ombra air altra ho già*l più corso
Di questa moi*te che si chiama vita .
Più r altrùi fallo che ^1 mio mal mi dole:
Che pietà viva, el mio fido soccorso
Vedem' arder nel foco., è non m*aita.
SONETTO i8r.
Già desiai con si giusta querela
E *n si fervide rime farmi udire ,
Ch* un foco di pietà fessi rsenlire
Al duro cor eh a mezza state gela;
E r empia nube, che *1 raffredda e vela ,
Rompesse air aura del mi* ardente dire;
O fessi queir altru' in odio venire
Che i belli , onde mi struggo , occhi mi cela.
Or non odio per lei , per me pietatc
Cerco , che quel non vo\ questo non posso t
Tal fu mia stella , e tal mia cruda sorte;
Ma canto la divina sua beltate :
Che quand' i' sia di questa carne scosso
Sappia '1 mondo che dolce e la mia morte*
l68 P R I «I A
SONETTO 182.
Tra quantunque leggiadre donne e I>elie
Giunga costei 9 eh al mondo non ha pare»
Col suo I>el viso suol dell'altre fare
Quel che fa 1 dì delle minori stelle .
Amor par eh' air orecchie mi favelle ,
Dicendo : quanto questa in terra appare ,
Fia *1 viver hello ; e pò '1 vedrem turbare ,
Perir vertuti , e '1 mio regno con elle.
Come Natura al ciel la Luna eU Sole,
Air aere i venti , alla terra erbe e fronde,
All'uomo e l'intelletto e le parole »
Ed al mar ritogliesse i pcsei e ronde ;
Tanto e più fien le cose oscure e sola,
Se Morte gli occhi suoi chiude ed asconde.
SONETTO i83.
Il cantar novo e '1 pianger degli augelli
In sul di fanno risentir le valli,
E '1 mormorar de' liquidi cristalli
Giù per lucidi freschi rivi e snelli .
Quella ch'ha neve il volto, oro i capelli,
Nel cui amor non fur mai inganni uè falli,
Destami al suon degli amorosi balli ,
Pettinando al suo vecchio i bianchi velli.
Cosi mi sveglio a salutar l'Aurora,
E'I Sol cn'è seco, e più l'altro, ond'io fui
Ne'prim'anni abbagliato^ e sono ancora.
r gli ho veduti alcun giorno ambedui
Levarsi insieme , e 'n un punto e'n un'ora
Quel far le stelle , e questo sparir lui.
PARTE. 169
SONETTO 184.
Onde tolse Amor V oro e di qual Tana
Per far due treccie bionde ? e 'n quali spine
Colse le rose, e'n qual piaggia le brine
Tenere e frescbe , e die lor polso e lena?
Onde le perle , in ch^ ei frange ed afErena
Dolci parole, oneste e pellegrine?
Onde tante bellezze , e si divine
Di quella fronte più che^l ciel serena?
Da quali Angeli mosse , e di qual spera
Quel celeste cantar che mi disface
Si , che m' avanza ornai da disfar poco ?
Di qual Sol nacque Talma luce altera
Di que^ begli occhia ond* i* ho guerra e pace ,
Che mi cuocono '1 cor in ghiaccio e 'n foco ?
SONETTO i85.
Qual mio destin, qual forza, o qual inganno
Mi riconduce disarmato al campo
LàVè sempre soa vinto, e sMo ne scampo
Maraviglia n*avrò, s'i'moro, il danno?...
Danno non già , ma prò : sì dolci stanno
Nel mio cor le faville e '1 chiaro lampo ,
Che Tabbaglia elo strugge,e^n ch'io m'avvampo;
E son già ardendo nel vigesim' anno •
Sento ì messi di morte, ove apparire
Veggio i "begli occhi e folgorar da lunge:
Poi, s'avven ch'appressando a me li gire.
Amor con tal dolcezza m'unge e punge,
eh' i' noi so ripensar , non che ridire ;
Che ne 'ngeguo , uè lingua al vero aggiunge.
tyo 1> R T U A.
SONETTO i86.
Liete e pensose, accompagnale e sole
Donne 9 che ragionando ite per TÌa^
Ov' è la vita , ov' è la morte mia ?
Perchè non è conToi, com^ella suole?.
Liete siam per memoria di quel Sole^ .
Dogliose })er. sua dolce compagnia »
La qual ne toglie invidia e gdosia^
Che d* altrui ben , quasi suo mal » sÀ dole.
Chi pon freno a gli amanti ^o dà lor legge?
Pf essun air alma , al corpo ira ed asprezza }
Questo ora in lei, talor si i>rova ia nói<
Ma spesso nella fronte il cor si legge:
Si vedemmo oscurar Talta bellezza»
E tutti rugiadosi gli occhi suoi.
SONETTO 187.
QuaYldo'l Sol bagna in mar Taurato carro ^ ì^
E Taer nostro e la mia mente imbruna 9
Col cielo e con le stelle e con la luna
Un* angosciosa e dura notte innarro:
Poi , lasso a tal , che non m* ascolta ^ narra-
Tutte le mie fatiche ad una ad una ;
£ col mondo , e con mia cieca fortuna 9
Con Amor^ con Madonna, e meco garro*
II sonno è 'n bando , e del riposo è nulla :
Ma sospiri e lamenti infin all'alba,
E lagrime , che Talma a gli occhi invia.
Vieii poi l'Aurora , e l'aura fosca inalba ,
Me nò ; ma 1 Sol che'l cor m'arde e trastullai
Quel può solo addolcir la doglia mia.
PARTE. l^t
SONETTO i88.
r una fede amorosa , un cor non finto ,
Un languir dolce , un desiar cortese ;
S* oneste voglie in gentil foco accese,
S* un lungo error in cieco laberinto;
Se nella fronte ogni pensier dipinto, .'
Od in voci interrotte appena intese
Or da paura or da vergogna offese;
S^un pallor di viola , e a amor tinto ;
S*aver altrui più caro che se stesso;
Se lagrimar e sospirar mai sempre ,
Pascendosi di duo! d'ira e d'affanno;.
S* arder da lunge ed agghiacciar da presso,
Son le cagion ch'amando Tmi distempre.
Vostro, Donna, '1 peccato,. e mio Ga '1 danno.
SONETfO 189.
Dodici donne onestamente lasse.
Anzi dodici stelle, e 'n mezzo un Sole
Vidi in una barchetta allegre e sole,
Qual non so s' altra mai onde solcasse:
Simil non credo che Giason portasse
Al vello, ond'oggi ogni uom vestir si vuole;
Nè*l Pastor di che ancor Troja si duole;
De' qua' duo tal romor al mondo fesse •
Poi le tidi in un carro trionfale ,
£ Laura mia con suoi santi atti schifi
Sedersi in parte, e cantar dolcemente :
Von cose umane, o vision mortale.
Felice Aiitiimedon , felice Tifi ,
Che couduceste sì leggiadra gente !
fjl PRIMA.
SONETTO 190.
Passer mai solitario in alcun tetto
Non fu quant*io, uè fera in alcun hostìo:
Ch*i*non seggio 1 bel viso, e non conosco
Altro Sol, ne quest* occhi hann altro obbietto.
Lacrimar sempre è 1 mio sommo diletto ,
Il rider doglia, il cibo assenzio e tosco.
La notte affanno , e'I ciel seren m*è fosco,
E duro campo di battaglia il letto.
Il Sonno è veramente , qual uom dice ,
Parente della Morte ; e '1 cor sottragge
A quel dolce pensier che *n vita il tene •
Solo al mondo paese almo felice ,
Verdi rive , fiorite ombrose piagge ,
Voi possedete , ed io piango '1 mio bene
SONETTO igi-
Aura , che quelle chiome blonde e crespe
Circondi e muovi , e se* mossa da loro
Soavemente, e spargi quel dolce oro ,
E poi '1 raccogli , e 'n bei nodi 'J r increspe;
Tu stai negli occhi, ond' amorose vespe
Mi pungon si, che'n fin qua il sento e ploro;
E vacillando cerco il mio tesoro,
Com* animai che spesso adombre e'ncespe;
Ch'or mei par ritrovar, ed or m'accorgo
Ch' i' ne son lunge« or mi sollevo, or caggìo;
Ch'or quel eh' i' bramo, or quel eh' è vero,
scorgo .
Aer felice , col bel vivo raggio
Rimanti : e tu corrente e chiaro gorgo,
Che non poss^io cangiar teco viaggio?
F ▲ m T K. 173
S05ETTO 192.
con la man destra il lato mancx>
perse, e pianlovV entro in meno 1 core
L^nro Terde si, che di colore
li smeraldo arria ben rinto e stanco.
r di penna con sospir del fianco ,
SioTcr gin dagli occhi nn dolce umore
ornar sì , ch^ al del n^andò V odore ,
d non so già se d'altre firondi nnquanco •
, onor e virtute e leggiadria ,
ta bellezza in abito celeste
. le radici della nobil pianta,
i mi trovo al petto , ove eh* i' sia ;
ce incarco ; e con preghiere oneste
idoro e *Qchino , come cosa santa •
SONETTO 193.
i ; or piango , e non men di dolcezza
pianger prendo , che del canto presi :
alla cagion , non air effetto intesi
L i miei sensi vaghi pur d* altezza:
3 mansuetudine , e aurezza,
atti ferì , ed umili e cortesi
*to egualmente ; né mi gravan pesi ,
Tarme mie punta di sdegni spezza.
m dunque ver me l'usato stile
or. Madonna , il mondo e mia fortuna ;
i' non penso esser mai se non (elìce •
o muora o languisca , un più gentile
to del mio non è sotto la luna:
dolce è del mio amaro la radica «
b
174 PRIMA
SOIXETTO 194-
V piansi ; or canto ; che *1 celeste lume
Quel TITO Sole a gli occhi miei non cela,
Nel Oliai onesto Amor chiaro rivela
Sila aolce forza ^ e suo santo costume : '
Onde e' suol irar di lagrime tal fiume
Per accorciar del mio viver la tela , '
Glie non pur ponte o guado o remi' o T€la,
Ma scampar non potiemmi ale nò JnnìBe.
Si profond'era e di si larga vena
Il pianger mio , e sì lungi la riva ^
ChM' V* aggiungeva col pensier appena/.
Non laura o palma , ma tranquilla oiifa^ ^
Pietà mi manda ; e *l tempo rasserena;
£*1 pianto asciuga; e vuol ancor eh* i^ vira.
SWfETTO igS.
Tmi vivea di mia sorle contento
Senza lagrime, e senza invidia alcuna;
Cbe scaltro amante ha più destra fortuna,
Mille piacer non vagliou un tormento.
Or que' begli occhi, ond'iomai non mi peni»
Delle mie pene e men non ne- voglio una,
Tal nebbia copre si gravosa e bruna ,
Che U Sol della mia vita hs quasi spento.
O Natura, pietosa e fera madre.
Onde tal possa , e sì contrarie voglie
Di far cose e disfar tanto leggiadre ? ■
D'un vivo fonte ogni poder s'accoglie:
Ma tu , come '1 consenti, o sommo Padre,
Che del tuo cara dono altri ne spoglie ?
l
tv
P A R T E. 1^9
SONETTO 196.
Vincitore Al^saudro V ira yinse ,
£ fel minor in parie che Filippo :
Che gli vai se Firgotele e Lisippo
L'intagliar solo f ed Amelie il dipinse? '
li' ira Tidéo a tal rabbia sospinse ,
Che morend' ei si rose Mcnalippo :
là' ira cieco del tutto , non pur lippo »
Fatto avea Siila , all' ultimo V eètinse •
Sai Valentinian , eh' a simil pena
Ira conduce ; e sai quei che ne muore j
Ajace in molti, e po' in se stesso forte*
Ira è breve furor; e chi noi frena
E furor lungo , che '1 suo possessore
Spesso a vergogna , e talor mena à morte .
SONETTO 197.
Qual ventura mi fu, quando dalFuno
De' duo i più begli occhi che mai furo,
Mirandol ai dolor turbato e scuro ,
Mosse vertù che fe^'l mio infermo e bruno !
Send'io tornato a solver il digiuno
Di veder lei che sola ai mondo curo ,
Fummi 1 Cid ed Amor men che mai duro ^
Se. tutte altre mie grazie insieme aduno;
Che dal destr' occhio , anzi dal destro Sole
Della mia Donna, al mio destr'occhio vannq
Il mal che mi diletta , e non mi dole r
E pur , come intelletto avesse e penne ,
Passò , quasi una stella che ^n ciel vele ;
£ natura e pietà te il corso tenne .
ty6 PRIMA
SONETTO 198.
O Cameretta 9 che già fosti nn porto
Alle gravi tempeste mie diurne.
Fonte se* or dì lagrime notturne ,
Che '1 dì celate per vergogna porto •
O letlicciuol , che requie en e conforto
In tanti affanni ; di che dogliose urne
Ti bagna Amor con quelle mani dl>anie
Solo ver me crudeli a si gran torto!
Né pur il mio secreto el mio riposo
Fuggo , ma più me stesso e'I mìo penserò»
Che seguenaol talor levomì a volo.
II vulgo a me nemico ed odioso
(Ch il pensò mai?) per mio refugio dieio;
Tal paura ho di ritrovarmi solo .
SONETTO 199.
Lasso, Amor mi trasporta ov^io non voglio;
E ben m* accorgo che *1 dever si varca »
Onde a chi nel mio cor siede monarca
Son importuno assai più ch'i' non soglio:
Né mai saggio nocchier guardò da scoglio
Nave di merci preziose carca ,
Quant'io sempre la debile mia barca
Dalle percosse del suo duro orgoglio .
Ma lagrimosa pioggia e fieri venti
D'infiniti sospiri or T hanno spinta,
Ch^ è nel mio mar orribil notte e verno ;
Ov* altrui nojcy a sé doglie e tormenti
Porta e non altro , già dall* onde vinta 9
Disarmata di vele e di governo .
lì
\ì
1
IP 4 m T X , rTf
SONETTO 200.
)r, io fallo, e veggio il mio fallire :
A fo sì com* uom ch'arde, e 1 foco ha*n seno^
de '1 duol pur cresce, e la ragion viea meao
i è già quasi vinta dal aaartire •
a frenare il mio caldo desire ,
er non turbar il hd viso sereno ;
on posso j)iù, di man m'hai tolto il freno,
Talmà disperando ha preso ardire •
> s'bìtra suo stile ella s avventa,
a '1 fai , che à raccendi e si la sproni ,
h'ogni aspra via per sua salute tenta;
iùT fanno i celesti e rari doni
h* ha in se Madònna:or fa'lmen,ch'ella il senta,
le mie colpe a $è stessa perdoni •
/
CANZONE 37.
I La tanti animali il mar fra Tonde,
rè lassù soprani cerchio della Luna
Ide mai tante stelle alcuna notte,
(è tanti augelli albergan per li boschit
le taht' erbe ebbe mai campo né pi$^ggÌA »
^uant'ha'l mio cor pensier ciascuna sera,
di in dì spero omai T ultima sera
^e scevri in me dal vivo terren Tonde,
i mi lasci dormir in qualche piaggia;
^he tanti affanni uom mai sotto la Luna
^on sofferse quant' io : sannoisi i boschi ,
!^he sol vo ricercando giorno e notte*
lon ebbi giammai tranquilla notte,
tfa sospirando andai mattino e sera ^
Petrarca Voi. /. la
15
«5 Poi cVAmor femmi un cittadm de'bosclii.
Ben fia, in prima eh* i* pofii, il mar senz^onde,
E la sua luce avrà 1 Sol dalla Luna «
E i fior d'Aprii mornuiiio in 0{p[it {viaggiai
Consumando mi to di piaggia in piaggia
20 II di pensoso , poi piango la -notte , '
Ne stato ho mai, se non quanto la Lana*
Ratto , come imbrunir veggio la sera;
Sospir del petto , e degli occhi escon onde^
Da bagnar Terbe, e da crollare i boschi.
25 Le cTttà son nemiche , amici i boschi
A* miei pensier, che per quest'ldta pia^;it
Sfogando to col mormorar deirotide
Per lo dolce silenzio della notte »
Tal , eh* io aspetto tutto *1 di la sera »
3o Che'l Sol si parta, e dia luogo alla' Luna.
Deh or foss*io col Vago della Luna
Addormentato in qualche yerdi boschi ;
E questa , eh* anzi vespro a me fa sera ,
G>n essa , e con Amor in quella piaggia
35 Sola venisse a starsMvi una notte;
E '1 ùi si stesse, e*l Sol sempre nell'onde •
Sovra dure onde al lume della Lutia ,
Canzon, nata di notte in mez^o i boschi.
Bieca piaggia vedrai dimaa da sera •
1
SONETTO ao».
Rial natura « angelico intelletto ,
Chiar*alnia, pronta vista, occhio cenriero »
Provvidenza veloce, alto {>eDftiero ,
E veramente lieguo di quel petto:
Sendo di donne un bel numero eletto
Per adornar il dì festo ed altero ;
Subito scorse il buon giudicio intero
Fra tanti e sì bei volti il più perfetto: ' *
I |j* akre maggior di tempo o di fortuna
TraVsi in di&»parte comanda con mano ,
E caramente accolse a sé queir una :
Oli occhi e la fronte con sembiante umano
BacioUe sì , che rallegrò ciascuna:
Me empiè d'invidia latto dolce e strano-%
CANZONE 38.
Là ver Y aurora , che si dolce l' aura
Al tempo novo suoi mover i fiori,
E gli augelletti incominciar lor versi , '
Sì dolicemente i pensier dentro alKalnla
Mover mi sento .a chi gli ha tutti in fòrza ^ 5
Che ritornar convìemmi alle mie note*
Temprar potessMo in sì soavi note
I miei sospiri , eh* addolcissen Laura ,
Facendo a lei ragion , eh' a me fa forza :
Ma pria fia*l vernò la stagiou deMiori, 20
Ch* amor fiorisca in quella uobil alma ,
Che non curò giammai rime ne versi.
Quante lagrime ^ Tasso , e quanti versi
Ho già sparti al mio tempo ! e 'n quante aote
l8o PRIMA
x5 Ho riprovato umiliar qudralma!
Ella 81 sta pur, com'aspr'alpe all' aura
Dolce f la qual ben move frondì e fiori ,
Ma oulla può se*ncontr*ha maggior forzlu
Uomini e Dei solea vincer per fonsa
XiQ Amor, come si legge in prosa e'n versi;
Ed io*l provai in sul primo aprir de* fiorì:
Ora uè'I mio Signor ne le sue note,
TSè '1 pianger mio ne i preghi pon fieir Laura
Trarre o di vita , o di martir quest^alma.
25 Air ultimo bisogno , o miser* alma ,
Accampa ogni tuo ingegno , ogni tua forza,
Mentre fra noi di vita alberga Faiira:*
P^uir al mondo è che non possano i versi »
£ gli aspidi incantar sanno in lor iiote9> ^
9^ Von che *1 gelo adornar di novi fiori .
Ridon or per le piaggie erbette e fiori;
Esser non può cbe queir angelic* alma /
r^on senta i suon deir amorose note . '
Se nostra ria fortuna è di più forza,
fig Lagrimando e cantando i nostri versi, j]
E col bue zoppo andrem cacciando Taura.
In rete accolgo 1 aura e 'n ghiaccio i fiori»
E*n versi tento sorda e ngid'alma.
Che né forza d*amor prezza né note* |I
I i
I
i
5e
I
\
F A ft T E. f8t
SONETTO 202.
Vho pregato Amor, e nel riprego,
Gbe mi scusi appo yoi , dolce mia pena ,
Amaro mio diletto , se con piena
Fede dal dritto mio sentier mi piego.
V noi posso negar , Donna , e noi nego ,
Che la ragion , eh* ogni buon' alma affrena^
Non sia oal Toler vinta ; ond* ei mi mena
Talor in parte oy' io per forza il sego •
Voi con quel cor^ che di si chiaro ingegno
Di 81 alta virtute il cielo alluma
Quanto mai piovve da benigna stella,
Devete dir pietosa e senza sdegno :
Che può questi altro ? il mio volto ^ consuma :
Ei perche ingordo , ed io perchè sì bella «
SONETTO 2o3.
Ualto Signor dinanzi a cui non vale
Nasconder ne fuggir ne far difesa.
Di bel piacer m avea la mente accesa
Con un ardente ed amoroso strale ;
£ benché U primo colpo aspro e mortale
Fosse da se , per avanzar sua impresa ,
Una saetta di pietate ha presa ,
E quinci e qumdi U cor punge ed assale •
li' una piaga arde e versa foco e fiamma ,
Lagrime T altra, che'l dolor dislilla
Per gli occhi miei del vostro stato rio :
Ne per duo fonti sol' una {avìlla
Rallenta dell' incendio che m'infiamma.
Anzi per la pietÀ cresce H desio .
s8a r R I M ▲
JSONETTO 204.
Mira quel colle, O stanco mio cor Tago;
Ivi lasciammo jer lei ch*alcun tempo ebbe
Qualche cura di noi , e le ne'ncreobe ,
Or Torria trar degli occhi nostri un lago,
Torua tu in li, eh* io d'esser sol m'appago:
Tenta, se forse ancor ten^po sarebbe
Da sremar nostro duol che'n fìa qui crebbe»
Q del mio mal partecipe e presago •
Or tu eh' hai posto te stesso in obblio »
E parli al cor pur com*e'fosse or ieoo;
Misero e pien di peii6Ìer vani e aciocchi!
Ch' al dipartir del tuo sommo desio
Tu ten andasti ; e' si rimase seco »
E si nascose dentro a' suoi begli ocdiia
SONETTO 2o5.
Tresco ombroso fiorilo e verde colle,
Ov'or pensando ed or cantando siede
E fa qui de* celesti spirti fede
Quella eh* a tulto *1 mondo fama tolle , .
Il mio cor, che per lei lasciar mi volle
E fé' gran senno e più se mai non riedci
Va or cantando ove da quel bel piede
Segnata è Terba , e da qiiest* occhi molle*
Seco si stringe , e dire a ciascun passo :
Deh fosse or qui quel miser pur un poco,
Gh'è già (li pianger e di viver lasso.
Ella sei ride, e non è pari il gioco;
Tu paradiso, i* senza core un sasso.
O sacu'o 9 avventuroso e dolce loco !
p^ jk n T. ». t83
SONETTO so6.
U mal mi preme , e mi spaventa il P^gio^^
Al Qoal v^gio si larga e piana Tia;
Ch*V^^ ìntrato In simil frenesia ,
£ con duro pensier teco yan^gio:
Rè so se guerra o pace a Dio mi chenio ;
Chd danno è grave , e la vergogna e ria :
Ma perche più languir ? di noi pur fia
Quel eh* orainata è già nel sommo seggio •
Bench* i* non sia di quel grande onor degna
Ch^ tu mi fai , che te ne 'iiganna amore
Che spesso occhio ben san fa veder torto «
• SONETTO 207.
Due rose fresche, e colte in paradiso
L'allr^jer nascendo il di primo di Maggio ^
Bel dono , e d* un amapte antiquo e saggio 1
Tra duoj^ minori egualmente ai viso:
Con SI dolò^ parlar » e con un riso . «
Da far innamorar un uom selvaggio.
Di sfavillante ed amoroso raggio
E Funo. e T altro fé* cangiare in viso.»
Non vede un. simil par d'amanti il Sole
Dicea ridendo e sosblrando insijeoie^
E stringendo ambedue , yolgeasi attorno •
Così partii le rose e le parole ,
Onde 1 cor lasso ancor s'allegra e teme.
O felice elocjpenza I o lieto giorno !
%$4 F R I ir A
SONETTO 208.
L*àara cheH verde Lauro, e raareo crin^^
SoaTcmente sospirando move;
Fa con sue viste leggiadreite e nove
U anime da*lor corpi pellegrine.
Candida rosa nata in dure spme I
Quando fia chi sua pari al mondo trove?
Gloria di nostra etate ! O vivo Giove »
' Manda prego il mio in prima che 1 suo fine ;
SicchMo non veggia il gran pubblico danno» t
£ *1 mondo rimaner senza *I suo Sole ,
Né gli occhi miei , che luce altra non hanno;
Ne Talma, che pensar d'altro non vuole »
Ne r orecchie, eh* udir altro non sanno
Senza Poneste sue dolci parole.
SONETTO 209.
I
Parrà forse ad alcun , che *n lodar quella i
eh* i' adoro in terra , errante sia'l mio stile,
Facendo lei sovr'ogni altra gentile «
Santa, saggia, leggiadra, onesta e bella:
A me par il contrario , e temo eh* ella
Non abbia a schifo il mio dir troppo umile 1
Degna d* assai più alto e più sottile ;
E chi noi crede , venga egli a vedella •
Sk dirà ben : quello ove questi aspira
E cosa da stancar Atene, Arpino,
Mantova e Smirna , e Tuna e T altra Lira*
Lingua mortale al suo stato divino
Giunger non puote: Amor la spinge e tira
Nòu per elezion , ma. per
F A K T E. téS
SONETTO 210.
Chi Tuoi veder qnantnnqne può Natura
EU Ciel tra noi^ venga a mirar costei»
Ch* è sola un Sol » non pur asli occhi miei ,
M^al mondo cieco , che yertu non cura ;
E Tenga tosto , perchè Morte fura
Prima i migliori » e lascia star i rei ;
Questa aspettata al regno degli Dei
Cosa bella mortai passa e non dura •
Vedrà, s'arriva a tempo, ogni virtute,
(^ni bellezza , ogni real costume
Giunti in un corpo con mirabil tempre ,
AUor dirà, che mie rime son mute,
L' ingegno offeso dal soverchio lume :
Ma se più tarda , avrà da pianger sempre.
SOIffilTTO 211.
Qual paura ho quando mi torna a mente
Quel giorno cn i'iasciai grave e pensosa
Madonna , e U mio cor seco ! e non è cosa
Che si volentier pensi , e si sovente.
f la rivedo starsi umilemente
Tra bdle donne , a guisa d^una rosa
Tra minor fior, né lieta né dogliosa.
Come chi teme, ed altro mal non sente*
Deposta avea Fusata leggiadrìa.
Le perle e le ghirlande e i panni allegri,
E*l rÌ90 e*l canto e^l parlar dolce umano.
Cosi in dubbio lasciai la vira mia •
Or tristi augarj e sogni , e pensier negri
Hi danAO aiflialtOi e piaccia a Dio che*n vauo.
jl8^ prima.
SONETTO 2IJIV
Solea lontana in sonno consolarfne
Con quella dolce, angelica $ua vista
Madonna : or mi spaventa e mi conlrìsla;
Né di duol né di tema posso aitarme;
Che spesso nel suo volto veder parme
Vera piqtà con grave dolor mista »
Ed udir cose ondel cor fede acquista
Che di gioja e di speme si disarme •
Non ti sovven di quell'ultima sera.
Die* ella 9 eh' i lasciai gli occhi tuoi inoUi ,
E sforzata dal tempo me nVandgi?
r non tei potei dir aJlor n^ voUi : . . <
Or. tei dico per cQsa esperta e vera :
Non sperar di vedermi in . terra mai »
SONETTO 2i3.
O mìsera ed orrlbil visione !
. £ duqque ver eh* innanzi tempo spenta
. Sia Talma luce, che saol far contenta
Mia vita in pene ed in speranze buone?
Ma com'è che si gran jomor non suone
Per altri messi, o per lei stessa il senta?
Or già Dio e Natura noi consenta;
. E falsa sia mia trista opinione •
A me pur giova di sperare ancora
La aolce vista del nel viso adomo ^
Che me mantene, el secol nostro onora*
Se per salir ali* eterno soggiorno
Uscita è pur. del beli* albergo fuora;
•^<P^6^9 zu>n. tardi il mio ultimo giomp*
PARTE* tÈ^
SONETTO. 214.
Subbio di mio stato or piango or- canto p
. temo e spero ^ ed in sospiri e *n rime
fogo 1 mio incarco : Amor tutte sue lime
fsa sopra *1 mio cor afilittp tanto .
6a: giammai che quel bel viso santo
lenda a quesl* occhi le lor luci prime?
La^so, non so , che di me stesso estime :)
) li condanni a sempiterno pianto?
ler prender il Ciel debito a lui ,
«ou curi che si sia dì loro in terra ,
)ichVgli'è'l Sole e non Teggiono altrui?
tal ])aura , e *n sì perpetua guerra
f^ivo^ cb^i'non son più quel che già fui}
^ual chi per \ia dubbiosa ttme ed erra.
SONETTO 2i5.
dolci sguardi , o parolette accorte^
Jr fia mai 1 dì ca io vi rireggia ed oda?
)• chiome blonde, di che 7 cor m'annoda
imor , e così preso il mena a morte ;
bel viso , a me dato in dura sorte
)i eh* io sempre pur pianga e mai non goda :
) dolce inganno ed amorosa froda 9
)armi un piacer che sol pena m* apporte !
;e taler de begli occhi soavi ^
Lhre mia vita e *1 mio pensiero alberga ,
Forse mi vicn qualche dolcezza onesta;
bito , acciò eh* ogni mio ben disperga
E m'allontaue, or fa cavalli, or navi
Fwiuna , ch'ai mio mal sempr'è 31 presta.
V88 »'ii i'm'a"
SONETTO ai 6.
I* pur ascolto , e non odo novèlla
Della dolce ed amata mia nemica;
Kè so che me ne pensi « o che mi dicav
Si 1 cor tema , e speranza mi puntella •
Nocque ad alcuna già Tesser si nella:
Questa più d* altra è bella « e più pudica
Forse Tuoi Dio tal di virtute amica
Torre alla terra e*n ciel fame una steBa» l
Anzi un Sole ; e se questo è , la mia tìU »
I miei corti riposi» e i lunghi affanni
Son giunti al une. O dura dijmrtitat ^
Perchè lontan m^bai fatto da* miei danni?
La mia favola breve è già compita »
E fornito il mio tempo a mezzo gli anni
SONETTO 217. 1
La sera desiar , odiar Y aurora
Soglion questi tranquilli e lieti amanti;
A me doppia la sera e doglia e pianti.
La mattina è per me più felice ora;
Che spesso in un momento apron allora
L'un Sole, e T altro, quasi duo Levanti»
Di beliate e di lume sì sembianti ^
Ch^anco'l ciel della terra s'innamora;
Come già fece allor eh' i primi rami
Verdeggiar che nel cor radice m* hanno 9
Per cui sempre altrui più che me stess^ami'
Cosi di' me due contrarie ore fauno :
E chi m* acqueta, è ben ragion ch*rbraiiu>
E teoia ed odj chi m'adduce afiGmno.
ì
i
♦ À m T «. g(^
SONETTO 218.
far potess'io Teodetta di colei
Che guardando e parlando mi distrugge »
E per più doglia poi s* asconde e fugge
Celando gli occhi a me si dolci e rei ;
xm gli amitti e stanchi spirti miei
A poco a poco consumando sugge ,
E *ii sul cor 9 quasi fero leon ^ rugge
La notte allor qiiand^io posar devrei.
j*alma^ cui Morte del suo albergo caccia ^
Da me si parte ; e di tal nodo sciolta
Yàssené pur a lei che la minaccia .
AaraTigliomi ben, s* alcuna Tolta _,
Mentre le parla e piange e poi Tabbraccia ^
Non rompe *1 sonno suo , s ella Fascolta •
SONETTO 219.
Ji quel bel tìso, ch^ i* sospiro e bramo ,
Fermi eran gli occhi desiosi e *nteusi «
Quand'Àmor porse 9 quasi a dir che pensi?
Queir onorata man che secondo amo .
[1 cor preso ivi , come pesce air amo ,
Onde a ben tàv per vivo esempio tìcusì.
Al Ter non Tolse gli occupati sensi ,
O cóme noTo augello al visco in ramo >
Sia la Tista priTata del suo obbietta! «
Quasi sognando , si facea far Tia ,
Senza la qpal il suo ben è imperfetto;
L* alma tra i una e Y altra gloria mia
Qual celeste non so novo diletto,
£ qual strania dolcezza si senLÌM*
80:NETTO lao.
Vive faville usetao- de* duo bei lomi
Ver me sì dolcemente fi»lg)raiido^
E parte d^un cor saggici aospìraudo
D%ilta elocpieo/a si sciavi fiumi ^
Che pur il rimembrar par- mi oonsumi^ *
Qualora a qud di forno ripenaaildo ^
Come Teoieoo i miei spirti mancando
Al variar de* suoi duri costumi .
L*alma nudrita sempre in doglie e*ii pene ^
(Quanl*è*l poter d* una prescritta nsanai!)
Contrari doppio piacer sì inferma ine;
Ch*al gusto sol del disusato bene
Tremando or di paura , or di speranza
D*abbandonarmi ni spesso intra due. '
SONETTO 22 1.
Cercato ho sempre solitaria yita ^
(Le rive il sanno e le campagne e i bosclii} :
Per fuggir (jucs t'ingegni sorai e loschi;
Che la htraaa del Ciel hanno smarrita.'
E se mia voì^lia in ciò fosse compita ,
Fuor del dolce aere de' paesi Toschi
Ana)r m*avria tra suoi be' colli foschi
Sorga , cir a pianger e cantar m* aita •
Ma mia fortuna a me sempre nemica
Mi risospigne al loco ov' io mi sdegno
Veder nel fango il bel tesoro mio :
Alla man ond' io scrivo è fatta amica
A questa volta, e non è forse indegn<{/
Amor -sei vide » e sai Madonna ed ìd •
SONETTO 22i.
i stella duo begli occhi vidi
:i pien d* onestate e di dolcezza ,
presso a quei d*Amor leggiadri nidi
lio cor lasso ogni altra yista sprezza;
pareggi a lei qual più s* apprezza
[ualck* etade , in qualche strani lidi ;
chi recò con sua vaga bellezza
jrrecia affanni , in Troia ultimi stridi ;
bella Romana che col ferro
1 suo casto e disdegnoso petto;
Polissena , Issifile ed Argia .
eccellenza è gloria (s'i'non erro)
ade a Natura, a me sommo dilettò:
che? vien tardo e subito va via.
SONETTO 223.
ionna attende a gloriosa fama
enno , di valor , dì cortesia ;
[ 6so negli occhi a quella mia
lica che mia Donna il mondo chiama ,
s* acquista onor , come Dio s' ama ^
'è giunta onestà con leggiadria;
3* impara , e qual è dritta via
jir al Ciel, che lei aspetta e brama;
tarlar che nullo stile agguaglia,
bel tacere , e quei santi costumi
ngegno uman non può spigar in carte.
lita nellezza , eh* altrui abbaglia, •
vi s^ impara; che quei dolci lumi
quistan per ventora , e non per -arte •
/
SONETTO 224.
Cata la vita ^ e dopo lei mi pare l
Vera onestà che^n bella aoana sia. '
L'ordine Tolgi , e* non far ^ madre nui»
Seus* onestà mai cose belle o care:
E qual si lascia di suo onor privare »
lìè donna è pia , ne viva; e se qualjprià
Appare in vista , è tal vita aspra e na
Via più che morte 9 e di più pene amare.'
Tfè di Lucrezia mi maravigliai;
Se non, come a morir le bisognasse
Ferro , e non le basta&se 41 dolor solOé
Teugan quanti filosofi fiir mai
A dir di ciò; tutte lor vie fieu basse:
£ quest* ima vedremo alzarsi a volo»
SONETTO 225.
Arbor vittoriosa e trionfale,
Onor d'imperadori e di poeti.
Quanti m* hai fatto di dogliosi e lieti
In questa breve mia vita mortale!
Vera Donna , ed a cui di nulla cale
Se non d^onor che sovr*ogni altra mieti t
Ne d*Amor visco temi o lacci o reti.
Ne 'nganno altrui contrae tuo senno vale*
Gentilezza di sangue, e T altre care
Cose tra noi, perle e rubini ed oro,
Quasi vii soma , egualmente disprc^ •
L* alfa beltà eh' al mondo non ha pare
Noja te, se non quanto il bel tesoro
Di castità par ch'ella adorni e fregi;.*
•^ A E T S . 1^
CAN20J!(£ 39.
Mudo 9 e nel peosier m' assale
ietà 81 forte di me stesso ,
d conduce spesso
TO lagrìmar eh' V non soleva ;
sdendo ogni giorno il fin più presso, 5
nate ho chieste a Dio quell' ale ,
ì quai dei mortale
nostr* intelletto al Ciel si leva :
fin a qui niente mi rileva
o sospiro, o lagrimar eh* io faccia; io
per ragion convien che sia :
il posscndo star , cadde tra via,
è che mal suo grado a terra giaccia .
pietose braccia
io mi fido, veggio aperte ancora; i5
nenza m'accora
altrui esempi ; e del mio stato tremo ,
ri mi sprona , e sou forse ali* estremo •
Qsier parla con la mente, e dice:
ir agogni ? onde soccorso attendi ? 20
, non intendi ,
lanto tuo dis<|nore il tempo passa?
partito accortamente , prèndi ,
cor tuo divelli ogni radice
àcer che felice 2S
lò mai fare , e respirar noi lassa •
è gran tempo fastidita , e lassa ,
jìiel falso dolce fuggitivo
mondo traditor può dar altrui ,
ripon più la speranza in lui, > 3o
ogni pace , e ai fermezza è privo ?
arca f^oL /. i3
I
t94 P 41 ^I u^*
Mentre chel corpo è vivo
Hai tu U fren in Jbelia de' peosier tuoi.
Deh stringQo or ohe puoi;
85 Che dubbioso è *ì tardar , come tu sai ,
El cominciar oon fia per tempo ornai «
Già sai tu ben, quanta aolcezza pcM^se
A gli occhi tuoi la vista di coldi»
La qual anco vorrei
440 ChVa nascer fosse p^ più nostra pMie«.
Ben ti ricordi ( e ricordar teu de» )
Deir immagine sua , quand* dUa corse
Al cor f là dove forse
Non notea fiamma intrar per altrui fiice.
'45 Ella 1 accese , e se T ardor fallace
Durò molf anni m aspettando un giorno
Che per nostra salute unqua non vene;
Or ti solleva a più beata spene » .
Mirando 1 ciel , che ti si volve intorno
So Immortala ed adorno:
Che dove del mal suo quaggiù si lieta
Vostra vaghezza acqueta
Un mover d*occhio , un ragionar ^ un canto;
Quanto fia quel piacer ^ se questo è tanto ^
55 Dair altra parte un pensier dolce» ed agro
Con faticosa 9 e dilettevol salma
Sedendosi entro Talma
Preme '1 cor di desio» di speme il pasce;
Che sol per fama gloriosa , ed alma
6p I^on sente quand*io agghiaccio» o quandMo
• flagro ;
S* i' son pallido 9 o magro »
E s io r occido , più forte rinasce >.
Questo d'allor ch^ i^ m^ addormiva in fasce,
Yenuto è di di in di crescendo meco»'
P A * T X . I9S
E temo ah* un seppero ambedao chiuda. 65
Poi die fia Talma ddle manbra ignuda
Non può questo desio più teair seco.
Ma- se 1 Latino » e 1 Greco
Parìan di me dopo la morte 9 è un Tento:
Ond^iOy perchè pavento yo
Adunar sempre quel eh* un* ora sgombre ^
Yorre^il vero abbracciar , lassando T ombre.
a quell' altro TOler di eh* i* son pieno \
Quanti press* a lui nascon par cuadugge»
E (larte il tempo fugge ^ yS
Che scrivendo d* altrui, di me non calme:
E*l luitte de* begli occhi che mi strugge
Soavemente al suo caldo sereno.
Mi ritien con nu freno
Centra cui nullo ingegno , o forza valme • 80
Che giova dunque perchè tutta spalme
La mia barchetta , poi che *nfra gli scògli
È ritenuta ancor da ta*duo nodi?
Tu, che da^-alU-i che*n diversi modi
Lc^nol mondo, in tutto mi disciogli , 85
Signor mio, che non togli
Ornai dal volto mio questa vergogna?
Ch* a guisa d* uom che sogna ,
Aver la Morte innanzi gli occhi parme,
E vorrei, far difesa, e non ho Tarme/ 90
ìd'ch' i* fi> , Tcggio , e non mMnganna il vero
Mal conosciuto , anzi mi sforza Amore ,
Che la strada d* onore
Mai noi lassa seguir , chi troppo il crede :
B sento ad or ad or venirmi al core ^5
Un leggiadro disdegno aspro e severo ,
Ch* ogni occulto peuslero
Tira in mezzo la fronte, ov' altri U vede:
ig6 P k I V A
Che mortai cosa amar con taÉh ttàti
)0O Quanta a Dio $ol per delnto convienB,
Kù si ^sdioe a chi jnù pregio* brami •
E qaesto ad alta Toce anco rìduama
La ragione sciata dietro ai sensi ;
Ma perchè Toda^ e pensi I
Io5 Tornare 9 il mal costume oltre la spìgnCt
Ed agli occhi dipigne
Qndla che sol per &rmi morir nacque,
Perch' a me troppo , ed a se stessa pitele.
Nò so , che spazio mi si desse il cielo
lio Quando novellamente io Tenni in tent
A soffrir T aspra guerra
Che *ncontra me medcsmo sqppt ordire ;
Né posso il giorno che la vita serra ,
AntiTeder per lo corporeo velo;
Il 5 Ma Tarìarsi il pelo
Veggio, e dentro cangiarsi ogni desire.
Or eh' i* mi credo al tempo del partire
Esser vicino, o non molto da lunga;
Come chil perder face accorto e saggio, ;
l2o Vo ripensando ov^io lassa* il viaggio
Dalla man destra , eh* a buon porto aggiungo:
E dairun lato punge
Vergogna e duol , che 'ndietro mi rivolve;
Dall altro non m*assolve
f25 Un piacer per usanza in me si forte,
eh* a patteggiar n'ardisce con la Morte.
Canzon , qui sono ; ed ho 1 cor via più fi^eddo»
Della paura, che gelata neve.
Sentendomi perir scnz* alcun dubbio :
|36 Che pur delioerando , ho volto al subbio
Gran parte omai della mia tela breve;
Ne mai peso fu greve ,
PAR T fi. I^
Quanto quel eh* T sostano in tale stato»
Qie con la Morte a lato «
Cerco del ^iver mìo uuovo consiglio ; i3$
E Yeggio '1 meglio ^ ed al peggior m'appiglio.
SONETtO 226.
A^ran di me poco onorata spoglia :
Che cpiando nasce » e mor fior » erba e foglia ^
OvuEindo è'I di cluaro, e quando è notjte oscura,
Piaag0 adognor. Ben ho ^ di mia Ventura^
Di Bbdonna ^ e d'Amore onde mi doglia •
Tìto sol di speranza, rimembrando
Che poco umor già pei* Continua prova
Consumar vidi matmi» e pietre salde.
sfan è si duro cor , che lagnmando ,
Pregando, amando talor non si smova,
Ne sì freddo voler , che non si scalde .
I^d P H I M ▲
SOTXETÌO 227.
Signor mio caro^ ogni pensier mi tira
Deroto a Teder iroì, cui sempre i^eggio:
La mia forlana (or che mi può far pc^io?)
Mi tene a freno , e mi IraToWe e gira .
Poi quel dolce desio eh* Amor mi spira,
Menami a morte , eh' i' non me n'aTT^io;
E mentre i miei duo lumi indamo cbeggiof
DoTunqu'io son, di e notte si sospira.
Carità di signore, amor di donna
Son le catene , ore con molti a£Eumi
Legato son , perch* io stesso mi strìnsi .
Un Lauro verde, una gentil G>lonna,
runa» e Taltro diciott' anni
o in seno , e giammai non mi scwsu
I
il-:*
\ a
ANNOTAZIONI
AL
PETRARCA
PARTE 1.
SONETTO I.
Voi 9 die ascoltate in rime sparse U suonò
n Voi che |»re isolato , la durev^a del quarto viertOf
^ cacofonìa dell' undecùno , r andamento prosaico del tre-
dicesimo sono S principali difetti di qoesto Sonetto proemiale.
SONETTO n.
Per far urna leggiadra sua vendetta
Assai migliore del precedente è il presente Sonetto, se
km che dura troppo è 1* elisione nell' ultimo verso non può
-^rme , e contraddittorio sembra il dire che la sua virtute
-^a al cor ristretta , e però non ha potuto prender I' arme •
ynche il poggio non s' intende se sia «quello della stessa
^irtù , o delU ragione , od alqro •
200 ANNOTAZIONI
SONETTO ni.
Era 'l giorno eh* al Sol si scoloraro
Altrove dice il Poeta d'essersi iDnamorato il di setìo
d'aprile del 13^7. Or questo giorno cadde ^èirannoiB
lunedì ; e la morte del Salvatore , espresse qui mdla pnw
quartina^ sappiamo in cambio che avvenne in giorno di ▼»•
nerd\« 11 Tassoni però concilia questa apparente contrai*
dizione dicendo , che in quelT anno la qaintadecilna Ira
di marzo, in cui mort il {Salvatore, fu appunto a* 6 i^n'
le, e che a questa il Poeta volle alludere, non al ^ i«w>
della settimana . Del resto il Sonetto è assai pregevole, le
non che male agli occhi s* adatta F ufficio di legare ; il pp*
nio terzetto par contraddire al Sonetto precedente; il prono
verso del secondo terzetto è prosaico ; e nel terzo dnia
r elisione ed a ¥0i armata .
SONETTO IV.
Quel eh* infinita provvidenza ed arte
Troppo sproporzionato è 1 paragone dell* onore che la
fatto Cristo a Betlemme ivi nascendo, con quello che^
fatto al sobborgo d'Avignone fiaicendovi nascer Laura, (a*
trechè il quarto verso della prima quartina sembra un inolia
aggiunto , e nella prima terzina Roma doveva opporsi »
Betlemme, non alla Giudea in genere.
SONETTO V.
Quand* io movo i sospiri a chiamar voi
Scherza sul nome di Lauretta o Loreta \ ma è raro clie
da siffatti giuochi di parole esca nulla di buono.
SONETTO VL
Sì travialo è 7 folle mio desio
Pestio vai qui disubbidiente ; e gustando è fuTece di g^
standosi , - Leggesi tra le bugie de' Medici , dice il Tasso-
ni , che le bacche del lauro sanano di molti mali ; ma noa
ho io mai letto, che niangiandole servano né a guarire, a^
a confortar ferite. - ^lutta la metafora però o allegoria del
cavallo fino all' ultimo terzetto è benissimo sostenuta •
ah PCTRAKCA. 901
SONETTO Yn.
La ^la Jt 7 sonmo f e Voucte pmnu
•
Non è cosa mirabile , dice il Muratori, ma però bello
•- buono nel tuo genere ni è ^esto componimento morale» •
Vten erodalo da alcuni fatto in risposta ad un Sonetto del
Bocca c cio, il quale però ha tuttT altre rime ; da altri ad on
Son et to oollè medesime rime attribuito ad una Donna do
Fabriano o da Seissoferrato , ma che secondo il Tassani
-non ha sembianza di poeria di donna , e molto meno di
•4oiMiii di queir età. - Spiace al Muratori l'espressione Cìd
pwèI fmr d EUeona nascer fiume , perchè sol per diserezioiio
»|pnò intendersi che il Petrarca con. ciò signi£chi o genenl-
Mite il lùr dei versi, o specificamente, come mole il
TsMsoni , il comporre un intero poema.
SONETTO Vra.
A pie 4ie^ colli , ove la bella vesta
Fannosi in questo Sonetto parlar due stame prese ap^
pie de' colli , ove Laura era stata concetta , vale a dire in
'Vicinanza di Avi§;none, e mandate vive dal Petrarca ad un
• Amico. - Ingegnoso è il conforto che dicon esse d'* avere
dfila lor prigionia e della morte che aspettano ; ma oscura
ed ambigua l'espressione Che vendetta è di lui. - Cascante
è pure il secondo verso, come sempre suol essere allor-
ché avendo 1* accento sulla sesta , termina con due bissiUabi.
SONETTO IX.
Quando 7 pianeta che distingue V ore
Comunemente credesi che questo Sonetto accompagna»*
se un regalo di tartuffi ; ma dall' ultimo verso argomentai
il Tassoni, che invece fosser prugnuoli, perchè i tartnili
nascono d' autunno non di primavera . Checché si fossero ,
l'arte con cui il Petrarca ha saputo rilevar la bassezza
dell' argomento , e fame una leggiadra ed ingegnosa appli*-
cazione allo stato suo, come acconciamente ao|a il j^ura*
tori 9 certamente è lodevole .
SOS ÀlflfOTAZiaift
SONETTO IO.
Cotowma , im. ad $' tg/^oggia
Questo Sonetto Tnolti da akiini indicisKaio ad uno
de' Colonnesi cUè lavoritae la cauaa di Cola di Riemo tri-
iMmo di Ronm ooimo le minacce di Clemente VL Ma al
Tastoni piace di più che il primo quartetto aia una m-
memorasione dell' ira di Boniteio Vili.» qpumd' egli taalò
d'opprimere i Colonnesi. - Commqiie sia. Il torcere la
colonna dal vero cammino è metafora impropria ; doro e
prosaico è il fai imperfitto ; cascante è 1* ahiino Terso , se
nnsi le pause salta ^aita e la aettima , dnrissimo se la
pausa si fa sulla sesta • - Condanna pure il Tassoni nop
aenaa ragione così in questo sonetto^ come nel pncedeaiSi
la continuazione del senso da' quatamarj ne'temarj.
CANZONE f.
Loiimre il vdo o per toUj o pmr owthtna
Son questi piccoli componimenti simili e quelli eb
*oni cliiamansi madrigali o epigrammi . Nò in onesto ps-
Tò , né in altri dello stesso genere trovati queir aignlQ e
quel piccante 9 che solo a tali componimenti può dar risalto.
SONETTO II.
Se la mia vita dmìV aspro iormemio
Poca delicatezza è il rappresentare a Laura qual ài-
verrà invecchiando , e trista consolazione poteva essere al
Petrarca lo scoprire allora nel volto di lei scolorilo quai
sono stati gli anni e I giorni e 1' ore de' suoi martiri , o
ìmorendo averne il soccorso di tardi sospiri. - Oltrectà
'giustamente osserva il Tassoni , che il desiderar di vedete
tpemo il lume degli occhi di Liaara, è un desiderare di vt-
deria accieeata o morta ^ non già con occhi meno vifact*
SONETTO 12.
Quando fra t altre donne ad ora ad era
Può contarsi^ dice il Muratori , per uno de' Sonetti forti
e httoni del nostro Poeta . lo direi piuttosto per uno de' più
4llieati-e ìnpgnosi^ dia -lA n'è.il pensteco e la oooM^
xt PtrtìAi^Cà.. Zoe
ta • - <!|a6Sta maniera però di affastellar na' terzetti le n»
ne , praticata tottor da' Franoasi y da' nostri è quasi a£bltQ
ablMindoiiata •
CANZONE 2.
OctfU ìniid Idssi y mentre eh* io vi giro
CI riportiaino a quel che è detto dalla Canzone i •
SONETTO i3.
Io mi rivolgo indietro a ciascun passo
Pieno di passione è qaesto Sonetto di partenza , e la
(■ntrione è birtiissinio espressa . * Vino è. pare il pensiero
-«secondo t e rze t to ; ma i dna ultimi versi trfnipo sanno
prosa •
SONETTO 14.
Movesi*l vecchierel canuto e bianco
Skreeia pittura è la mossa di questo vecchierello alla
^Tota/w Roma per veder 1* immagine del Salvatore nel velo
se
deve
MlemeBle
va cercando in altrui la sembianza della sua amata a cU
piamente va a Roma per mirare la sembianza del Salvatore*
SONETTO i5.
Pio9onmi amare lagrime dal visf
Piange il Petrarca al veder Laura , rammentando la
crodeltà di M ; il dolce mansueto tì$o poi Id no nforta ;
n gtl spiriti éatài si agghiacciano al vederla panìffe f
Tanlma gli si svelie dal cuore per seguhrlr. - B'pensieio
^ ingegnoso e ben condotto . Ma il vento de^ sospiri<^ «fl
fnoco de^nitftiriy e l'amorose chiavi che aUargan l'anima^
aono metafore caricate •
• . ■
SONETTO 1$.
(^utnd' io son tutto volto in qàéUa paHe
E Sonetto , dice il Tassoni 9 pieno d' artificio e di atan-
%i ma simiUa a ^ue' ricaf^ avtioM ^ aoHMo» giAmaitt»
Aa4 ANNOTAZIONI
• or vacuoli poeo. - L*aso di ritener per rliiM le ttene
perde or si tollera appena in qualche Sooetto adwnefefa
o capriccioso.
SONETTO 17.
Scn animali al mondo di sì altera
Il principio è prosaico , e tale è pure il quarto versoi
il sesto ed il settimo . Il pensiero però è ben condotto , e
ingegnosa f applicazione .
SONETTO !«•
Vergognando ialor , ck' ancor si Uiccia
Bassa è 1* espressione Né opra da polir con. ia min limo
nel sesto verso , e Voperazion nelT ottavo . Nel rimanenle il
Sonetto f massime nelle terzine , corre assai beue .
SONETTO 19.
MiUe fiate ^ o dolce mia guerrtra
Ben condotti, ma troppo sottili e raffinati Sono i cgo^
cetti di questo componimento ; e il secondo verso oltre ti
difetto di terminare con due bissillabi dopo X accènto sulla
*esta , ha pur quello che staccar si deve V occhi da vostri
pronunziandolo secondo la sua misura.
CANZONE 3.
A qualunque animale alberga in terra
■
Grande sforzo d' ingegno ha mostrato il Petrarca in
qvesto componimento ; ma è d* un genere da potere dxffi'
cilmenle ben riuscirvi, ed ora perciò generalmente abbatf'
donato .
CANZONE 4.
AVZ dolce tempo della prima etade
Tutte le rime e tutti i versi in generale del Petrarca
lo fecero poeta; ma le canzoni furono quelle che po^
grande e famoso Io fecero , dice meritamente il Tessevi •
Questa però non è delle migliori . Di bei tratti s'in-
^O Dtt rM O neUe prime dne stanze, e in qualcuna deDe se^
AL PETRARCA. 2o5
enti ; wà le tràsfomiazioiii che narrm di té medesiino
n troppo del capriccioso, e varie ancora del conoettoto
del freddo •
SONETTO ao.
Se V onorala fronde che prescrive
Ad un mescLinissimo Sonetto di Stramazzo Perugino
dal Petrarca mandato questo in risposta , che è pure
ì' più meschini eh' ei &' abbia scrìtto. •
SONETTI %u e ai.
Amor piangeva ^ ed io con lui tal volta
Più di me lieta non si vede a terra
Yogliono alcuni che questi Sonettr' iiano stati ÌDdirìz-
Iti a Sagra moro Pomeri , che d'uomo d*anni si fece Mo-
ico Cisterciense . Ma da un canto in amendue parlasi del
mare all' amorosa vita, non del farsi Monaco. Dall'altro
into questo ritomo alla vita amorosa non ben si vede che
>bia a lodarsi colle medesime espressioni , che s* usereb-*
SDOy pel ritorno d*un peccator convertito alla v^rtù. Ad
jffA m^do l'allegrezza del Petrarca per questa diomo,
ntunqoe fosse ^ non potea certamente esprimersi con
laggiore vivacità ed evidenza.
SONETTO 23,
Il Succeuor di Carlo; che la chioma
Assai variano i Com^ientatori del Petrarca nell' asat-
nare chi fosse questo successor di Carlo , ed a. ehi sia
ato seritto il presente Sonetto. Il VeHulelloè d'opinione ,
be per qaello abbia ad intendersi Filippo VL di Vdfaia
icceduto a Carlo il Bello nella corona di Francia già po#-
^uta dalT antico Carlo , vale a dire da Carlo Magno ; e
be essendosi sparsa voce ^ che Filippo volesse con altri
rincipi far F impresa per lo riacquisto di Terrasanta , e
he'l Papa dovesse per tal cagione da Avignone , ove te*
evs la Corte , tornar a Roma , il Petrarca scrivesse questo
ònetto ad alcuni suoi amici Fiorentini residenti in Roma^
srchè confortassero la Repubblica Fiorentina eh* era iq
"avaglTo, e tenevasi ancora irresoluta rispetto a questa
npresa , e confortassero Roma che lagnavasi dell' a&sep^a
el Papa, e tutti animassero ad armarsi contro degl'Info-
2o6 ÀMtOTAZI^NI
èéìi . Fer fai ménstOa e §emtd Àgna inte&dtt ^fi^jd Ift
Repubblica Fiorentiiu , che aveva allora aWiittmi i taf
lupi divoratori deHe pubbliche sostanze . - Quanto al aw»
rito del Sonetto spiace il titolo di tnma dato alle dùavicl
al manto, e prosaici sono i due ultimi versi della seeooik
quartina : il resto è ben sostenuto .'
CANZONE 5.
O aspettata «a ciel^ beata e bsUa
Questa grave Canzone fu ieritt» non si aa a chi ; mt
eertamente a Personaggio di molta autorità nella ChieMi:
e fu scritta in occasione cka tr/ Principi Cristiani si trat-
tava di far r anzidetta lega contro gì' Infedeli per la rioa*^*"
peraziohe di Terrasanta •- Ia essa ii Pteirarca ì' eswia a eoaK"
mover ^onia e tutta Ita(ia alla medesiaM impresa , col ma''
fftrargK quanto Acile e giusta e doverosa ella aia. -
Nella I. stanza però il dir che la barca ha già volls
le spalie , e che il vento la condorri per meazu qnesH
Oicnra wdle non son metafore bene appropriate .
Nella IL, che è tutta bellissima, il nuovo Carlo, te«
eondo il Vellutelio, è 1* anzidetto Re di Fraaeìa successo»
a Carlo Magno non solamente nel regno , ma neir odio
contro 'agi* hifedeli, e per Babilonia Int^doMi gettesalmea*
te gì* Infedeli medesimi • -^
Nella III. accenaansi le parti dell' Europa collegate a
questa impresa , vale a dire la Francia , la Germania y li
Spagna, T Inghilterra colla isole che son tra il carro di
Boote e le colonne d'Ercole, fin dove suona la dottrina
cattolica espressa colla frase Dottrina del santissimo Elicona .
Dicesi nella IV. che se i Danesi e gli Sveaezesi coi Te-
deschi pur si congì ungono , Turchi , Arabi e Caldei con
ttiRi gì' Infedeli di qua dal Mar rosso non sono a teoiani.
Quindi esorta il Petrarca nella V. quello a coi sctfra
dismettere in opera l'ingegno che ha ricevuto àèVtimmtm
toh; Apòllo , cioò da Dio , e 1' eloquenza sua , da coi fct
ragion di 'sperare in questa occasione maggiori effetti sopra
r Italia , cbe non ottennero colia loro Orfeo ed Anfione sai
popoli delia Tracia e della Beozia^
HaramcDta nella VI., come Roma più volte 8* è armata
per vendicare ringturie fatte ad altrui , e molto più oca il
deve per vendicar l' ingiurie fatte a Cristo •
' TcAr' mostrare la fsicilità di riuscirne ricorda nella VII*
le sciotifitte che già ebbero i Persiani a Salamina daTaBÌ>'
tXotìt , a Maratona da Milziade ^ alle Termopile da Leoni-
jU. PKTiuaciw. 207
t^al etii no fc n fmtù wm beae è «ottilailo il Lmnj oon*
è pur da imitarsi scoUmie per atccdUite «
Molto meno vorrebbesi nella cLJus^ di una cancone
Mtera trovar inserite le frascherie d'Amore, e meno
veder confuso l'amore che sta sotto le bende e gli
nti femminili coli' amore verso la patria e la reli-
|kme , se tale è stato l' intendimento del Petrarca negli
riihni due versi •
CANZONE ^
Verdi pmuai j sanguigù , joscuìì o perù
Canzone oscura e JoonvoUa » dice il Tassoni ^ che i}
avrdbbe certamente ibtta d' altra maniera , se non
oiilftUgato a- ripetere in tutte le jtanie le medesiaiie
cosa • che quanto accresce la difficoltà , altowttanlD
il dilette Ber la IcnranaBflra ìa coi le stesse rime si
r una dall' altra •
CANZONE 7.
Giovane donna soUo un verifi lauro
A questa Gmzone può applicarsi quello che delle e^
hlaai delle prima » e deUa precedente Canzone •
SONETTO 24.
Quest anima gentil che ti diparte
Se qui il Petrarca parla di Laura che fòsse in puntò
ft Hiorini, come il Tassoni argomeòla dal Sonetto sS. ^ ei
it-westra certamente ben freddo: e pensier troppe comune
> fttBlio che se l'anima di lei chiamala ali* atea vite si
ktaùme nel sole , o in alcuno de' pianeti che seno sotte
li.iBaaD, doè nella Luna « o in Meeeurio, o in Xembn^ o
feidlise ael^pianela Giove y tutti vincesthbe colle sue luce •
. • •■
SONETTO iS.
Ofumio più nC avviano el giorno estremo
E Sonetto uguale, dice il Tassoni, e molto ben tinto.
Moratori aggiunge : Ogni sentimento è buono ; V intreO'
ciò e la condotta loro fanno btU' armonia ; e fra l* altre eoag
268 AKNOTÀZIOTCI
«pparirà detto eoa eleganza nel secando ytnm , che la mar'
te suol £ir breve l' umana miseria .
SONETTO %6.
Già JUmmeggiavm V amoro sa stella
■
Esprime che Laura inferma gli apparve ^n sogno sai-'
T aurora per confortarlo , assicurandolo eh' era ancor vin.
Ma non può approvarsi l' impiegare le due quartine par
dire unicamente eh* era \ aurora , e meno il mescolare col
fiammeggiar di Veuere e di Calisto , già amata da Giove ,
e trasferita poi neirOrsa maggiore , una vecehiereUa dbcinta
• scalza che si leva a filare e desta il carbone . L' una e
rplcrs^ descrizione però^ presa separatamente ^ k bella, co*
me è puf' quel che segue ; se non che Ui speme già cosdotu
mi v<$rde , che sulle prime sembra dover&i prendere iji,^^»^
proprio , si trova poscia esser posta figtiratomenle inveos
di Laura •
SONETTO 27.
Apollo ; sbancar vive il bel desio
Prega Apollo a proteggere un lauro , perchè Laura ri
si possa sedere all"ombra ; ma confondendo poi consoliti
bisticci lauro con Laura , invece di àìx che il lauro fuk
ombra a Laura, dice che Laura farà ombra a se stessa.
SONETTO 28.
Solo e pensoso i pia deserti campi
Piacemi qui riferir per intero il giudizio del IMTurattiriy
a Cui pienamente soscrìvo. >• Questo 9 dice egli^ è il priflvs
» degli ottiàii Sonetti del Petrarca • Con pid vivi Qoiori di
M parole non si potea dipingere nel primo quadernario le
» stato di uno che nella solitudine si confini per fuflpié
» la vista e il commerzio degli altri uomini • Bellissiiiio è
» il senso dei àae ultimi versi del secondo quademaiiO|
» tuttoché paja non poco strano quel dire atti spenti d'atk»
» grezza per privi a ogni allegrezza • Finisce il Sonetto
» con una leggiadrissima immagine della fantasia ; età
» tale è il dire , non poter egli tanto nascondersi nella so-
» litudine» che Amor non venga sempre ragionando con
» essolui, volendo significare eh* egli tuttavia altro non ss
y avere in pensiero che i suoi amori . «
AL PETRARCA. 2Ó§y
SONETTO ai.
S'io credessi per morte essere scmrco
Sptace al Tassoni q«el temo cbe sembra mettere in
BdUiìo una cosa certissima ; e V espressione Tempo ben fora
i ^fivere spinto invece di dire che avesse spinto . Nel fi-
le la disperazione di un amante- sciagurato 'non poò
^ù vivamente dipinta .
CANZONE 8.
Si è debile il filo a cui l' attene
. Flange il Petrarca la sua lontanaiuea da Laura con p<H
01 iperanza di rivederk •
.^ xlella I. stanza ' il giugner a riva del corso non Vga
eón' essere atuccato a un fifo.
Nella II. prosaico è il tratto Le vite sou si corte ec* *
Nella UL gli occhi che portaron le chiavi de miei dolci
peader è metafora troppo caricata ; e invece di mentì' a Dio
piacque y sarebbe stato qui più a proposito il Dwn fata Deut»
fK€ sinebant di Virgilio •
Nella rV. e V. insiste j ma for^ troppo , sul piacere
fH ei prova nello stesso dolersi e hel piangere ; e ncm è
éa seguirsi di quei che *l pianger giova invece di a cui ^ né
4a lodarsi il rientrare negli occhi proprj, perchè il ragio-
nale d^i occhi di Laura a piaAgere più l' invoglia •
La VI. corre più regolarmente e felicemente delF altre»
Nella VII. io non so approvare che il bel gio^enU pet^
fiÉcciasi torre d^alto intelletto . Nel pentiltimo verso è amlngno
ie VOve alberga onestate ec. debba riferirsi ^ lei^ o se vi
iTaUria a sottintendere, come appare dall' ultimo» colà4o¥€
■Btfijre ec. , cioè in Avignone .
# .M chiusa è lodevole , se non che mal suona il Credo
hajrfe tu credit e non vedesi abbastanza perchè vieti alla
IMione d^ toccar la mano di Làura ^' che era lo stesso
fiònfe Tfetarle di farsi leggere, essendo naturale che Laura
fm le^;gerla dovesse prenderla in mano .
Petrarca Voi. L 14
SONETTO 3o.
Orio ^ ^ mon furon , mai fiumi né si^gmi
Gradi» il Tastoni questo Sonetto diretto ad Otta
«SeU* Aiigoillara y a cui parim''nte è indirizzato <|Den
cftè ((òmincia : Orso al vostro destrier si può bea ftftr
paratori poi jo créde anzi uni risposta ciie osa gtq
^glaccliè la schiavitù io cui si mettono i Poieti di. rispo
i>er le rìjne, strascina spesso, come qui è avinenutOf
1 più destri a far de* Sonetti stentati « e a dir quello ck
YombbiMào*
SONETTO 3 1.
Io temo sì de' begli occhi V assali»
il scusa delT aver fuggito gli occhi di Laami ; :
ilmilitudine come fassciul la verga è ùroppo (MisaVc fl
.vedesi p^o per la. rima . - Non ben inteodési vrà
me nel secondo quadernario protesti di voler BCfoi
fugarli , e ne' temarj cerchi giustifi^arst delf esseni
tardi a rivederli.
SONETTO 32.
Se Amore o Morte non dà qualche stroppio
L* infelicità di questo Sonetto fa vedece il yc
d^' ingolfarsi in rime troppo difficili •
SONETTO 33.
Quando dal proprio sito si rimove
Vuol qui esprimere che al partire di Laura si scoi
tutta la natura -, e questo sconvolgimento è ben espre
Ma r iperbtile in primo luogo è troppo esagerata, in i
ào luogo il rappresentar Laura sotto la figura d*un ai
e far che l'albero si dipurta dal suo sito, è metafoi
tutto strana , tanto più che quest' albero sul fine si e
in un bei viso . - Anche l' espressione Seaza onon
Cesare che Giano per dire senza badare se sia il OH
Inglio o di gennsjo, è presa troppo di lontano.
Hi PCTRAirtA. 211
• «
SONETTO 34.
Ma poi che U dolce rìso umUé e pianm
Al rìcomparìre di Laura (dicesi in questo SoneUo^
ke è oba condimàzione del preeedteiAe ) ogni cMi ir ii«
BBpone, • tatto ciò è detto egregiaraeate y se noii ^ho
jknnio verso vi sta a pigione , pecchò il lenso è tannili»)
^ool piMiWjno ,
SONETTO 35»
UftgUuol di iMtona uvea già mopB
Sullo stesso argomento dt^ Sonetto 33. ( a coi dovrelilM
idare immediatamente di seguito ) versa il Soiiaito prese»-
9 che però di quello è assai più infelice. La oonfusioDO
V Laura e Dafìie cangiata in lauto , la smania dei Solo
1 * ricercarla e non trovarla , quando nell' altro S<metto
i^ detto che la vede altrove , il far perciò 'lagrimare^il
le 9 aon tutte stranezze incomportabili.
SONETTO 36.
QtiH che 'n Tessaglia ebbe le man A pronte
Cogli esempi di Cesare che piante la morta di Pompai
i^enero e suo nemico , e di Davide che pianse, quella
1 ribelle figlio Assalonne e di Saule suo persecutore ntol
mostrare la crudeltà di Laura che fa tutto il contrario»
»n bene però si dà qui a Saule il titolo di buono , né
ìgiò le ciglia esprime abbalitanza che Davide pianse , né
d^ assai può dolersi il fiero monte spiega bastantemente
mprecazicme fatta da Davide al mona Gelboe, dove
fi Saele : Mons Gelboe nec ros aeo pluvia peniat super 90$ %
SONETTO 37.
// ìkA^ avversario , in cui pteder eolete
Qtittto avversario d€^ Peirarea è kl tpeodrio^ boi eoi
na guardandosi si innamorava di se medesima ^ e cac*
rà il Petrarca fuor del suo cuore. Dice però ohe se nel
ire di lei egli era fisso con saldi cldodi, lo specchio noQ
reva esser cagione di cacciamelo ; e le rammenta la storia
Niarcisso, onde leoui 4'«i9ei anch' ella^ troppo amaad^
fé medetim » eM;iata in fiore ; tdibeiie arvefle ia bl^
ai lei , che l'eilMi di A bel fiore è indegna. Tatto fl SoaM
è agginlD eoa molla arta«
SONETTO 38.
Vor^ le ptrU e i fior 9«nmigU e i hmmdd
Contro Bf^ tpecchi di Lmra è por oneslo Sonetto, om
tatto è b^lo incominciando dal secondo oaadeniario, t
eoprattntto pien di fon» r altùno terzetto . Ma nel prìno
qaadeinurio non ti intende abbeftanaa, se Foro, le periSi
ed i fiori abbiansi a prendere nel senso proprio , o ntà mtm
figurato per le chiome , i denti , e il color delle goaacisi
■è in onalonque senso i^iansi prendere, weàen abMitWi
eome r oro e le perle si coB^ginngan cà* fiori per dircattsi
valenoii stiftfìrhi • -
• •
SONSTTO 39.
Jo smtìa dmtro mi cor già wmùr
Vorrebbe il Tassoni che si leggesse nel penultimo Ter*
so: Tania pina dà solo un vostro sguardo invece di TaHt€
rirtuie ha solo ec : e certamente il senso ne rimarrebbe più
chiaro ; sébben non può dirsi oscura né impropria T espret*
tiene nemmeno air altro modo • Vorrebbe altresì nelT ufliiBO
ehe ri leggesse non cedo invece di non credo al desio; ms
intendendo credo per ubbidisco 1* eqtressione forse è pift
Mattea.
SONETTO 40.
Se nuli foco per foco non si spenta
Chiede ad Amore onde avvenga, che mentre il Inoes
cresce per fuoco e il fiume per pioggia , e spesso poct
acqua accende il fuoco vie più , in un' anima poi, la quale
per forza d* Amore vive come in due corpi , cioè nel prtH
prio , e in quello delT oggetto amato , le voglie per troppo
volere diventino meno intense. Sarebbe mai, segue egli»
fhe riocome il Nilo assorda col troppo suono , e il Sols
abbaglia colla troppa luce; così il daiiderio soverchio noe
accordandosi con se stesso , ossia confondendori , perda Is
Ibrze nello sfrenato obbietta , cioè nello sfrenato scontro del*
Fon coir altro? - Credesi da alcuni che questo Sonetto ds
Stato scritto , come il seguente , in occarione che il Petrarcs
!veaaio iutfpit n Lama rimase ialerdettoi e ee^^ parole. <
AL PBlìlàReAj» %iSk
h otcm è V etpreMione del secondo jqpiademario Al quak
i' alma in duo corpi s* appoggia ; e più lo frenato ohhieUù
ìSt oltìmo temano , sebbene V interpretazi<HMi dum se nimù
frenate objicit data dal Bembo 9 e la corrii^ndente dt
renato scontro data dal Tassoni sia la più veiisimile»
SONETTO 41.
Perch' io i abbia guardato di ménnogna
. Bellissime son le lagnanze che fa qui della lingoa »
lUe lagrime , e de* sgspirì > perchè gli siano venati meno
il maggior bisogno , cioè quando volea scoprir a Laura
Ito il suo amore 4 Bellissima poi soprattutto è la chiusa .-^
be miracolo » dice il Tassoni rispetto all' undecime verso^
10 le lagrime fuggano] dinanzi alla pace? maraviglia sa-
ibbe , se fuggissero dinanzi alla guerra • Ma può salvarsi
Petrarca , dicendo eh' ei volle esprimere : fuggite dinana
colei, che voi veggendo avrebbe pietà di me» esarebbil
i mia pace*
CAKZOiNE 9. /
* ' • I
'Neìffi^ stagion che il ciel rapido in^und
. .Questa Canzone per se non comiene che un. sol pea^
ero e semplicissimo « vale a dire che la notte apporta agit
In ristoro y non al Poeta • Ma le varie descnziooi del
iprawenir della notte , i varj esempi delle persone a oi4
la reca sollievo , e i contrapposti dello stato doglioao 1^^
le egli si trova sempre, hanno tutta la grazia e Telegan'^'
I che possa desiderarsi . Egual lode non meiitan nella
linsa 2^ ultimi due versi: Come m* ha concio il Jbco di
testa piva pietra ov' io m* appoggio , per dir V amora 4 èhm
Hum r ha acceso •
SONETTO 4*.
J^ooo età ad appressarsi agli occhi ihiéi
Oglia putrida d'insipida mistura: trasformazioni di Dafne
ilitboite a. Laura, che non s'intendono,; di se- stesso nella
laa amata , che ci stanno a pigione ; di se stesso in statue
l'pitlre mal conosciute; e di se stesso nel tnontf Atlanta
fvtdiato senza perche • Talsoni • ^
ail4 ANN0TA7.IIINI
CANZOBR IO.
Kèn al suo dMùnte pia Diana piacque
Tiib Bominata , dice il Tastoni , questb cosa per Ma^
'driftala dai più : altii l' hs^niio messa tra le ballale : io il
venta non saprei determinare ciò eh' ella ai sia , eccella
una composizione d*f>tto versi fatti sopra !• liuilicdla 4
Laura che le lavava le cuffie •
CANZOV£ 11.
Spirto gmUly che quelle memhra reggi
Diretta vuoisi questa Canzone a Kiccola 9 o per abiva>
viatura Cola di Renzo, uomo di basso Ni^njaggto, scrivsn s
À Campidoglio , e figliuolo d' una lavandaia ^ die eoi m$
coraggio tra giunto a farsi Capo del popolo re m ano ^ i
prender il governo di Roma nel tempo che •• Plapi rìsada*
vano in Avignone • Questa dimostra, dice il Mmnloiiy ce-
rne nello stile magniÌRco e grande sappia il nostro PoeH
alzarsi , e corrispondere all' altezza della materia •
Non bene però s' intende in sul prineipio chi sia il
Signor valoroso , accorto, e saggio che alberga nelle mem-
bra rette dallo spirito gentile , a cui parla il Poeta . U
Tassoni per esso intende l'intelletto parte signorile dell' ani-
ma • Ma quando pure ciò fosse, l'espressione non lasce-
irebbe d' essere oscura .
; Nella stanza VI. per gli Orsi ^ lupi ^ leoni ^ aifuite ^ e serpi
Intender si dcbNm gli Orsini, Conti, Gaetani, ed iJlreft*
miglia nobili , che in quel tempo guerreggiando, cooira f
Colortnesl portavano siffatte insegne. - Giustamente riprends
H Tassoni qui appresso l' inc^renza dello sterpare le mali
piante dalla gentil Donna , e che in questa gentil Dobbs
sien mancate queir anime leggiadre ec. - Pel maggior Padre
aul fine deve intendersi il Papa .
Nella 'bellissima chiusa chìer è invece di chiede.
CANZONE la.
Perchè al viso d'Amor portava insegna
Non altro esprime qui il Petrarca se non che ertsil^
tirato dal seguir Laura , vedendo che gettava i suoi
f! K—
CANZONE 1^
Qud foco eh' io pemsat €ie fosse spento
[ canta la palÌDodia , e r aHegoria del fa«oo d'aiDore
osteoata per lan^ trptro, se non che troppo sii
lai Peiraft^a colle onde del pianto, e mal il _
co e dall' onde ai lacci di diverse tempre , ~e
1 vischio.
SONETTO 43.
Se col cieco desir che'l cor distrugge
^si della mancanza di Laura ad tm dato appunta-
- Il contar l'ore mostra V impazienza del desiderio •-
* dH mio ovil qual fera rogge ì^zr messo in gl^zia
na più che per altro, giacché il senso abbastansa
meglio era espresso dall' ombra che adngge il semm
l'dar ftntto, e dal maro posto fra la spiga e la
- L'uhimo concetto, che viene assai a pniposito,
Illa sentenza d' Ovidio : Dieique heatus JinU oUoam
Kprematpte fonerà debet ,
SONETTO 44f
Mie venture al venir san tarde e pigre
etto , dice il Maratorl , di molta fatica 9 di rima
» e che tuttavia è riuscito al Petrarca, pii^ oha tol-s
lente bene •
SONETTO 4S.
La guancia che fu già piangendo stanca
io de* Lei j Romano, parlando delle anictsie dai
I , dice che questo Sonetto fu scritto a Stefano Co-
vecchio addolorato per la morte de' suoi figlinoli ^
dogli insieme il Petrarca a donare tre deir Opere
yé il libro De vita solitaria , quello De remedio utri»
frtunae , e quello De vera sapientia . Ma avvisa il
i , che ne' frammenti dell* originale del Petrarca
Iti dall' TJbaldini trovasi questo Sonetto con un' an*
le sopra, fatta dall'Autore medesimo, la qual dice
linum Agap, cum quU^uidam munnscuUs , ^uae Ule non»
2)6 AlflVOTAZIONI
potMit iÈJMfi ui macinerei • CoBumqoe m, il Sonetto è oiat
e di poco conio 9 eooeilD>che neir nliiao tentrio*
CANZOVB 14.
Perdki qmd ekg wU tnum ma
n Monloriy dopo aver delio
Canzone , eonchiode .* » Bla io
Yole per on componimenlo, che ha bcnil y^lehe bd mo-
tinenlo e Terso , ma non è mica di merito aand diidnli. «
A me pare che senza più qoeslo iolo
SONETTO ifi.
L'Mrhor gmiil che JòrU mmmi moit
Qnetlo fingersi innamoraio d'un albero aente, diee fl
Tassoni ^ delbi pazzia di Serse, quand'egli era innamorslo
di qael sno plaisno • £ generalmente s* osserva, che ovui-
qne il Petrarca rappresenta Laura sodo alla figora di koro
o non sostiene abbastanza rallegorìa, o dà in freddi cob«
netti f e giuochi insipidi di parole •
SONETTO 47.
Benedetto sia 'l giorno y e*l mese jet anno
Abbia m qui una filza di benedizioni , che mostrano
nd Petrarca un gran trasporto di allegrezza , senza eh' egli
n' accenni il perchè •
SONETTO 48.
Padre del ciel dopo i perduti giorni
Non potea il Petrarca esprimere il suo ravredimento
eon più gtavità di pensieri e tenerezza d' afletti •
CANZONE r5.
Volgendo gli occhi al mio miovo colore
Descrive gli effetti in lai prodotti dal saluto di Laura;
ma la similitudine come suol pigro animai per verga è basM
a mal adattata •
àSs PBTRAKCA. SI 7
SONETTO 49*
Se poi poUUe ptr tméoH segmi
Se col dar Indizio di stira mal Tolenderi nel uAo oxh
re , poteste partime , dice a Laura il Petrarca , giusta em^
tfoBB a iT CS l e di dar questi indizj ; ma poi ( invece òipoiekèy
U yfottao destino a voi por vieta T essere altrove , prowe-
^de almeno di non star sempre In odiosa parte • L' al|^
mento però camminerebbe , se fosse vero che il destino
▼ieCasse a Laora Tessere altrove colla persona; ma doven«
do essere nel cuor del Poeta sol coU* Immagine , poco n
Ini doveva importare j che V Immagine sua lime in luogo
•dioso o no • Anche qpi entra 11 lauro a guastare e con-
lòndere <^gni cosa •
SONETTO So.
Lasio ! che wuU accorto fui dapprima
La Urna ^ con cui Amore di arciero ti cangia in &b«
bro Ima jo , è posta qui per la rima • Il resto corre asse-
statamente.
CANZONE 16.
JL* aere gravato e Vdmportuna nMia
Fatica moha, come sempre richieggono questi oompo
jumeoti, ma fintica, che assai meglio sardibesi ^pesa in
altro metro.
SONETTO Si.
Del Mar tirreno alla sùutira riva
Sulla riva del Mar tirreno il Petrarca vede de' lauri ,
epire. ad essi per la rimembranza di Laura , cade - in un
rio « se ne vergogna , ma gli piace che dove prima avevn
umidi gli ocelli, or abbia i piedi, sperando che par essere
molli i piedi un più cortese aprile debbagll asciugar gli
occhi . Concetti tutti meschini . Dove rotte dal vento piangom-
l' onde è il miglior verse di tutto questo Sonetto .
Si 8 AfTXOTlZTOTff
SONETTO &a.
L aspetto sacro della terra tasSra
E Sonetto • per quanto ti tiene , scrìtto in
Glacopo Colonna Vescovo dì Lonbet. 11 comhaXtimca^
dt^ pensieri è egresso con naturalezza . • U diakigo dà kr
^eir anima , eoe manclierebbe , se esposti Coaeeeo d tt f iia
mente.
SOIfETTO S3.
Bea sapev' io e&^ aaturtd eonslglio
Non si sa qua« ministri d'Amore^ abbiano a rre s t a lo 9
Petrarca mentr* ei f uggia sconosciuto • - X' oiuf io wù. wsera^
viglio non è che una riempitura, come nota il Tassoni. *
La chiusa contiene un pensier- comune, ma ben aerasse*
CANZONE l^
Lasso me ! eh* i aon sa ia ^aaf parte ptigkà
I versi con cui in questa Canzone si chiude ogaì Utam*
z^ ^ sono principi d'altre Canzoni d'Arnaldo Daniello, df
<rui.^o Cnvalcinti^ di Dante, e di Cino da Pistoja. L'andar
però rintracciando i versi altrui, e innestarli a proposito è
fatica dii lasciarsi a chi ha molto ozio .
Al Castel vetro ed al Tassoni pare che troppo poche
cose abbia detto il Petrarca nelle prime due stanze, per
riprendere nella terza i pensieri d'averlo scorto a ragioDtf
tanf alto . Ma ben osserva il Muratori che (mesto si rife-
risce al fiorarsi , che fa arditamente sul chiudere della
seconda stanza , che Laura lo preghi a cantare •
Le due ultime stanze son le migliori , e spezialmente
r ultima , ove condanna se stesso, di non saper discemere
r inteme virtù di Laura, e lasciarsi abbagliare soltanto dal
bello esteriore .
£ da notarsi che questa Canzone, a differenza delT al*
trèy lè senza chiusa .
CANZONE i8. •
Perchè la vita è breve
Questa è la prima delle tre Canzoni sugli occhi di
Laura > che chiamatisi le tre sorelle • £ di queste dice il
At. T>fiT1IAKCA . 2I4J
TaMonly che nine dell'altre Canzcmi si possono chMmare,
e che bastavano da se sole a fer meritare la corona al
Poeta • 2(on lasciano però d' avere anch' esse un qualche
&eo.
Sul princìpio non si sa qual sia Fatta impresa carat-
terizzata coir articolo determinato , né a che proposilo en-
M snhito la doglia , la quale ei grida tacendo .
Non sembra pur da imitarsi nella IL stanza F indegnità
che offende Io sdegno invece di provoca •
Isella III. sembra voler dire sul fine, che se la paura
delle pene eteme non Taflrenasse, di propria roano trar-
iebbe a fine la sua aspra pena e dura , e che di questa
pena la colpa è d'Amore che non ha cura di lui ; ma la
cosa è detta assai oscuramente •
Non è espression molto notale quella della IV. stanza
che Amor gU sta adesso .
Bassamente pur termina nella VI. stanza il Terso:
hmdo e me superbo V onor tanto;
U aihoroso pensiero , che nella VII. stanza alberai
dentro di Laura , non si combina colla p^ura espressa ani,
Pletrarca nella IL che rin<1egnirà di esso TolTenda , quando
amoroso non voglia intendersi per grazioso • soave , o altro
gen4*ral temune di lode • - Anche il verso Dì ià non vanno
dm le parti estreme , dice il Muratori , che abbisogna di
commento . A me sembra però esprimere abbastanza che
l'angoscia e la noja trovando chiusa T entrata si rimango*
no 9 come in sulla porta senza poter penetrare nell'anima.
CANZONE 19.
Gentil mia Donna , t veggio
Questa è la seconda delle tre sor*»!?e.
Nella I. sMnza il dir rW et siede con Aihore negli
occhi di Laura è immagino sperticata .
Nella n. al verso I)rgnd mostrar del suo lavoro in terrò
oca parte o po-ziom o casa siniil*' del suo lavoro.
Nella in. beatrici trisillabo è duro ; de Ui mio core è
napoletana anzi chn tosf^an.'i .
Nella tv. Sleppa à T elisione Quando voi olcuna volta ^ e
M cai Amnr si trastulla : bas?o Af mio imner/eu > • ririf alla
mia imperfezione: e molto ila approv;irs» non t pnre il
desio che jr/ rinversa per isfof^arc il petto che forma tien dal
Cariato aspetto ,
Nella V. air» parol»' N''l hc^f^'io ^r'iJU:^ ìntT.tH di
Laura , la qu;^!'" il Petrarca vorreLbe che dc'^no il credesse
de' smoi sguardi .
BdO .AiPrifOTASIOIfl
CANZONE 20.
Falche per mio dettino
Ultima delle tre sorelle.
Nella I. stanza lo cor invece 'di il cor presentemente
mal sofirirebbeti . - Siccome ialor suole contraddice alla priina
Canzone, ove ha detto che il foco scemava per la paura,
BOP per suo ingegno o sua industria : anche ti foco dcUa
mente per dir quello del cuore, non par da lodarsi.
Nella li. credia per credea or più non s* usa •
Nella IH. sptace al Muratori la lunghezza del prtmo
perìodo che abbraccia undici versi • U senso però è eapret»
so coA chiaramente , che gran iatioa non dee durarsi a
rilevarlo .
Nella IV. £ 4iuel poco eh' i' sono Mi fa di loro ima per*
petua norma panni voler significare : da quel poco eh* io
sono può prendersi norma o argomento del molto ohe sono
essi ; ma non la|cta d' esser oscuro ed ambiguo , paodbè
nel senso ovvio sembra invece doversi intendere:. Ai. cVìa-
aia norma . di quelli • - Anche nell' ultimo verso par che
sarebbe stato meglio.* Che il mio valor per se nullo s*ettìme^^
invece di faUo , non rendendo egli ragione alcuna perchè
credasi falso •
/ Nella V. o dee leggersi eh* è nel cielo etema , o eterna
è tempo presente del verbo eternare preso in senso neutro.
Nella VI. Le ferite impresse dagli occhi ^ e'I colpo di
che. Amor m'ka morto sembrano espressioni contraddittorie
alla pace tranquilla senz alcuno affanno , che move dal loro
innamorato riso detta nella stanza precedente. Ma è ìa Bo-
tarsi , che il Petrarca là parla degli elTetti che in lui pro-
duce il lume temperato degli occhi soavi, e qui del Crapjpo
luine che avanza l' umana vista •
SONETTO 54.
Jo son già stanco di pensar si come
L* essere stanco di pensare che i pensieri non son^
Stanchi, è un giuoco insulso di parole .- Le «ome dei sospi-
ri, che non pesano, non possono esser gravi, ^ Di e notte
chiamando il vostro nome è, dice il Tassoni , un verso sovra
mercato, perciocché senza di esso già era finito il concet-
to. - Perdendo inutilmente tanti passi è bassissimo . - Strano
è poi che il Petrarca sia stanco pur di pensare onde vieatf
r JDchioslBQ^ onde le carte che va empiendo di I«aiii^« ^
AL FETRA1ICA • Ifv
M finet Se im dò fallassi, colpa iAmor mm già iifeUm
iaru t'interpreta dal Tassoni : Se Parte non wriva (md
lodarvi ) dova bisognerebbe , colpa è d'Amore , che ▼* lui
&tlo più bella di quello cbe 1' arte può dare a divedere )
tta r espressione del Petrarca è certamente oscurissima •
SONETTO 55.
I begli occhi orut i^fiU percosso in guisa
Von veggo perchè il dolce pensier che fanima appaga
• che è scorta alla lingua^ dicasi che possa esser derìso. -
Sovra il mio ftamco invece di sovra il mio core sembra pc
alo per la rima.
SONETTO 5€.
Amor con sue promesse lusingando
Ceserò in uno stesso tempo bandito e carcerato , dice
il Tastoni 1 non s^ accozzano insieme • - Non vedesi po^
ceo^ in seguito il Petrarca ritorni in libertà. - Gran parie
pareo è ingrata cacofonia . -, Non si sa neU' ultimo teizetto
m chi pitrH| e l'ultimo verso ò prosaico •
SONETTO 57.
Per mirar Policleio a prova fiso
-' Sopra un ritratto di Laura per <^ra di Simon da Siena
aggirasi questo Sonetto . Ben nota però il Tassoni , che adf
un pitterò ahro pitture dovea contrapporsi , non uno scoi-
toré f quel lu Policleto • - Anche il dire che F opera fu ìli
snelle me nel delo si' panno immaginar y non qui fra noij ave
le membra fanno alV alma velo mostrerebbe che Simone avet>
te in cielo ritratta 1* anima di Laura , non le fattezze cor-
poree. - Cortesia f^ s'interpreta dal Tassoni: Fece cortese-
VMmte a làr questo allora , perciocché non f avrebbe potuto
far dopo ; e acconcia è Y interpretazione : ma l' e^pressiono
dd Petrarca poteva esser più chiara « sicché d'interpreta-
siaiie DOS avesse mestieri .
SONETTO 58.
Quando giunse a Simon F alto concetto
Sul medesimo ritratto versa anche questo Sonetto cho
al precedente à da preferirsi, r Beila soprattuuo è qai
222 ANNOTASIOHI
r apostrofe a Pii^malione , che seppe anlnar la sua statoli
e averne mille volte quello che il Petrarca solo naa TOt*
rcbbe f cioè che a' detti di lui risponder sapesse •
SONETTO Ss.'
Se al principio risponde il fine e 7 mezto
Tre volte è qui replicata la voce mezzo , ma sempre
in senso diverso ; perciocché nel primo luogo è sostkotivoy
e vul la metà , nei secondo è pur sostiinlivo , e significa
meJiocriià , nel terzo è aggettivo • - Per gli occhi ec. si sot*
tiniende miti • - L' anima scorgo significa guido •
CANZONE SI.
Chi è fermalo di menar, sua tnia \\
li
Veggasi quel che s* è detto delle altre sestlae) aeUw li
questa sia riuscita ai Petrarca meno infelicamente.
SONETTO 60.
Jo soa si slanco sotto 'l fascio antico
Nella seconda quartina : Ben venne It delivrarmi , cioà
liberarmi ec. farebbe credere y stando alle parole , che il
Salvatore gli fosse apparso , e poi fosse sparito nuova-
mente • - Le parole divine : O vos omnes qui lahormUs d
mneraii esUs j venite ad me ^ et ego r^ficiam vos , non hanao
r aggiunto se 7 passo altri non serra , che mal si salva aa-
che .prendendo il se per giacché. - Nell'ultimo verso eoa*
veniva dir prima che levimi da terra ^ e poi mi riposi ^ cosa
lo ^sso Poeta ha detto in una delle sue pastorali latine;
Quis dabit^ ut pennas y posita gravitate ^ columbae
Induar alUi petens y et post tot dura quicscam •
SONETTO 61.
Io noi fui d amar voi lassato unqu anco
Non Ali lassalo , cioè stancato senza dire da chi , nss
i frase da imitarsi , • Giunto a riva non si . sa che sigaifidn
in questo luogo . - 11 voler un sepolcro hello e bianco , ci«è
senza iscrizione , piuttosto che un epitaffio , in cui sì dici
lui esser morto per Lama , poco a Laure doveva io^orti?
▲li PETtLAKei . 223
• in • * Cke fmàr- star seco anco è aggiunto darìssimo » come
triviale di sopra I' espressione beilo e fianco . - Neil' ultimo
teraetto il sentimento è : Se il vostro sdegno perca d' esser
faaio in altro modo , cioè col farmi morire , erra , e non
fia quel che crede, il che rende ragione del può star seco
^nep detto di sopra ; ma non ve^s^ come di qaesto et deb-
ba ringraziare Amore, so non con voler dire che il siso
amor non è tale da ammazzarlo , il che sarebbe una sgar-
JiatesKa da indispettir Laura sempre piCt invece di placarla.
SONETTO &u
Se hianché no» som prima ambe le tempie
Cincischi par qui usato dal Petrarca come un frequeo-
iativo di incidere. - 11 contesto del bonetto par questo: Se
^vìma non in^cecchio , io non son sicuro da Amore . Non
fenao gi4 che maggiormente mi surazii . Le lagrime ornai
J i a a hanno più forza d'uscir dagli occhi, benché infin là
Àcciano il viaggio ; sicché è superfluo il chiudere loro il
paaso.Ben mi può riscaldare il fiero raggio, non far 'eh* io
arda , e T immagine aspra e cruda può turbarmi non rom-
permi il sonno . Come però questi concetti aleno tra loro
connessi y è difficile il ravvisarlo •
r SONETTO «3.
Occhi piangete ^ accompagnale il core
« • Abbiam qui un dialogo del Poeta cogli occhi tuoi, ^
^olni che more è il cuore • - Avari è qui in senso di avidj^
ina troppo ambiguo in questo luogp. - Così sempre focosa^
mo fei perfetti giudizi son si rari han troppo della prof l^ • -
Come a voi par , le ragion pari era cacofonia da scnifasii •
SONETTO Si. \
Io amai tempre , ed amo forte ancora
Colei ^ lo cui ian tristo suono ; e lo cui invece di U cui
^esentemente ò poco usato. - .Co' suoi esempi è troppo aspra
«liidooe • - Ma dU pensò veder mai tutti insieme ec. dal Tas-
aonì tf interpreta come esprimenle che il Petrarca avesse
ailoni veduta Laura nel medesimo ^cno e medeilmo lupgo
in che s* era innamorato •
M4 ANKQTA8t01fr
SONETTO 65.
Jo mvrò smifre m odio la fineOra
PoQo da lodarsi è il primo verso 9 ove intenditf Mi
finestra a cui Laara si facesse vedere , peggio se qae*
f ^ificasse gli occhi stessi di Laura , ove Amore aL staM
come alla finestra • • II lamentani che alquanti di qae'aaÒi
ftrali non fosser mortali a ragione deridesi dal Tassoaii
perchè bastava che tale si fosse uno . - Che sia belio 3
morire mentre la vita è felice , è stato detto da altri ; m
non so chi trovandosi attualmente in uno stato fidlce fti»
ae scegliere di morire anziché di continuava a vivan*-
Non si scapestra è tratto a Ibiza dalla rima • - il tempo sm
è chi indietro volga chi V off remi significa in questo hiafk
non è chi Accia ritornare il tempo ai passali coatenrii #
chi in essi il trattenga, ài che poi conchiode che non mMl
per tempo , cioè troppo presto chi ha fj^ go4|ito i saoi 4
più sereni •
SONETTO SS.
Si tosto y come avvien che Pareo seooM
Bella è la similitudine del sagittario; ma cade Mlina
verso della prima quartina per la ragione altrove aocentfi^
la, quando non si volesse, che il Petrarca abbia qui ialeso
di meglio espriiuere il senso col suono imitativo del verso. «
Le lagrime non traboccano per la piaga del cuore. -Jf4|^
/rena dal Muratori s* interpreta mi tratta , mi governa • - Ar
suoi nemici non si rileva abbastanza , se il Petrarca intendi
gli occhi di Laura accennati di sopra, o i nemici in gsoo*
Tty cioè Inaura stessa ed Amore.
SONETTO 67.
Poiché mia speme è lunga a venir troppo
O s* intenda la speme per la cosa sperata , come intff-
preta il Tassoni , o il venire per conseguir T effetto, come
niace al Muratori , sono licenze aroendne da non iaMttfsi.-
Il fiiggir indietro pia che di galoppo è da poesia bemiasca . «
n desio che V ha storto e fatto zoppo dall' un da* laH: i segni
che nel viso porta presi all' amoroso intoppo , sono maMhiai
concetti incastrati nel Sonetto dalle difi&dli rime • - N^gii
due versi per la nemica che il Petnroa Im v fl fc»
AL PSTRAneA • 2^
In msaxi al core chi intende Lauri i e ohi la ragìo-
I . Ma Laora egii ha sempre detto che non fu mai ferita ,
•Ila ragione non si veilc pcrch' ei dia il titolo di neml-
I 9 e stransi personificazione sarebbe il darle anche no
, e fulo ferire •
SONETTO 68.
Figgendo la prigUfmgy w^Amor niehb^
' A
L'oHiTo Tersio dee recitarti : Che, pia saggio di me *mgam
Ito mwrMe • òono però elisioni da fuggirsi ià dove cad«
nCbenlD • Terdi il mio mei $fppi , E con quenta fatica eo»
gnlilea qai : Tardi ' spppi ohe mal sia i'-innamorarsi , e
Bolo 'sia difficile il liberarsene; ma il senso è espresso
ligiamente • - -Spetrarsi dell' errore è melafpra : durissi-
n , e*^ non corrisponde all' ov* io stesso m* era .incolto , che
in sT adatta alla pietra •
SONETTO 69.
Erano i capei d^ oro alt aura sparsi
Qaesto' senkp dubbio , dice meritamente il Tassoni ^
de' migliori Sonetti di queste rime , come quello che ha
hn^ùiita la facilità e la dolcezza con un -certo non so che
Snaestoso, che perfeziona lo stil venusto: e le cose che
brtlre fiarrebbooo comuni , qui pajono pellegrine . - Agr
magit però che da biasimare sarebbe forse il Petiarca là
vve dice e se non fosse or tale , mostrando che la bellezaé
Xiaiini fosse scaduta ; se non che è da credersi ^ come
ir da albi fa detto, che questa sia risposta data al Re
oKrto, o ad altro personaggio, a cui non era parato
le in quel tempo Laura corrispondesse, alla fama che di
i aveano divolgata queste rime • E «e ancor ciò non fot-
, quel dubbio , certamente a Laura ingiurioso j sarebbe
iati tuttavia da perdonarsi al Petrarca in grazia della bel*
isima chiusa che seco gnida : Piaga per allentar d' arco
n sana •
SONETTO 70.
La bella Donna dbe cotanto amavi #
' A qualche amico per la morte della taa Donna temfara
.dirizzato questo Sonetto pieno di morali e saggi pensieri . -
er salma o peso intende la passione d' amore y la quale
Petrarca FòL L 1 5
226 JkKNOTAZIONI
però fembrm cbe mm fowe da i M MIatii ii irt
nome, §e la Donna amata era di tanto moìtm» di fonto
innanzi aiaeriice •
SONETTO 71.
FiangtUf o Dùwu^ con voi pUmgm Am»n
Questo Sonetto per la morte di M. Cino da PlMoja»
fTdebre Poeta e Giareconsolto, è vilipeso dal Taasoni , aa
Ibrse sorerdiiamente • Non ha molta sublimità; wm m quella
vece moltissimo affetto : e il pregare 1' acerbo dolmn ohe
non gli contenda le lagrime ed i sospiri per^ diafiMBKu il
core , non % certamente de' pensieri più triviali • • Odama
werversi i cittadini di Pistoja , perchè bandito aveano 11. Ciao
Joro vicino , vale a dire concittadino • - La chinaa poi è
inaspettata e felicissima.
SONETTO 7».
Pia voltt Amor m' avea già duto: «oM
Spiace al Tassoni che il Petrarca non accenni, se ab^
Ma ubbidito o no al comando d' Amore ; ma se qnMia So-
netto va unito , come pare , al segue ote 1 1* obhieaiona sa-
rebbe tolta . - lo non veggo piuttosto , come quello che
dice Amore y s* avesse a scrivere in lettere d' oro ; e ooa
appare qua! altro lavoro abbia ad Amore tolto il Petrarca
di mano : se non fosse quella tela , di che parla nel So*
netto 32. , e che alcuni ioterpretano pel libro De remedus
utriusque fortuiuu. - Nel rimanente non trovo che cose a
lodarsi.
SONETTO 73.
Quando giugne per gli occhi el cor projondo
L' immagin donna qui vale dominante • - U secondo
quadernario sembra voler dire, che la scacciata parta della
virtù o forza vitale d' un amante entra nell' altro , ove ù
vendica scacciandone anch' essa altrettanta parte, onde vien
poi che in duo voUi un color morto appare , perchè il vigor
ehe vivi gli mostrava , da nessun lato è più là dove simva . Ma
questo vicendevol passaggio di porzione delle due forse
vitali dair uno all' altro corpo è troppo miracoloso ^ per
non dire stravagante, e bastava bene che il Petrarca 9 àùfé
aver detto quello che l'immagine di «no degli amanti opsii
AL ?BTRAK<SA. 127
I MValliOy dieette die >lircttmto fii par Fumv^iM del
Moondo eopn del primo •
SOHETTO 74.
Così potesti i0 hem dkùuUro im reni
La bo B là di questo Sonetto tuppltsee ai manctmenti
M pBttelo, e merifa d*etter coonainenito fra'mi^iori) te
per altro, almeno per falTecio mirabile con che è spie*
calo. Selamente mi dà nofa qoel wùscere saerm pfofeniM di
'Fielro e di Maddalena . Tastoni • - A me noa place nep*
pore qoel toaro vedere im me rispiemie come roggio éi iol
irmiuee im vetro , e panni che meglio tarebbe slato II dira
aoltanto: il vostro «scardo trapassa In me, come sole per
vetro.
, SONETTO 75.
Io som idC aspettare ornai si vimto
Vmdma peccò solo una voUa^ dice il Petrarca, perché
aolamente allora corse al suo mai libera e sciolim^ tnlte le
ahre volte vi è stata strascinata a forza da Amore • Qaesla
a cu ta però non si ammetterebbe da nn filosofo 9 e mena
da tm Filosofo cristiano • Nel rimanente il Sonetto è egre*
giamfiim condotto.
SONETTO 7«.
Jhi hdla libertà , come tu m' hai
Affettaosissiroo è il comlndamento di qaesto Sonetto^
é ben continuato H restante . • Sol la mia morte inveoe di
Laura cagione della mia morte è metoniniia im pò* troppo
mrdita.
SONETTO 77.
Orso f al vostro destrier si pud heit p&rro
Essendo Orso Conte delF AngolUara Impedito dair Inteiw
venire ad un corobattimeuto , a coi bramava di essere, il
Petrarca con egregj argomenti il consola. La personifica*
sione del coore è opportunamente introdotta .* solamente
Invece del cuore avrei amato meglio di vedere personificato
lo spirito ; giacché immagine non troppo convenevole pr»»
tenta il cuore, che al destinato dì si trovi in mezzo al cam-
po sotto r arme ^ e gridi ec.
ZZQ ANNOTAZIONI
SONETTO 78.
Poiché voi ed io più volte àhhiam provato
E opinione d* alcuni , dice il Tassoni , che questo So«
netto fosse scritto a) Boccaccio nel tempo che s' era egli
ancora disingannato di quella sua Donna , conira la quale
•crisse poscia il Corhaccio . - Che '/ serpente è posto per (ke
U serpente. Ma seguendo la metafora del serpe;nie, ben
nota il Tassoni 9 che dir si doveva lasciar l'animo eweU'
nato j non invescato . - 11 Sonetto è nello stile epistolare , e
come a tale non si disdice la fimigUare e^>re8SÌoiie : Ben
si può dire a me: Frate , tu pai ec.
SONETTO 79.
QueUa fenestra ove V un sol si vede
Questa , dice il Tassoni , è la più fàcH maniera di
eompor sonetti che sia , cioè fare una serie di cose petti*
senti al soggetto di ghe si tratta 9 e poi legarle tutte insi&r
me con r ultimo ternario , o con l' oltinno verso • - Non
lascian però anche questi sonetti di dar piacere , quando
le cose vi son ben espresse e ben condotte 9 siccome nel
presente . - Solamente il concetto del sole vero e del loj
metaforico non so se a tutli potrà piacere.
SONETTO 80.
Lasso ben so- ^le dolorose prede
Stolido sarebbe » dice il Tassoni , chi non lodasse
questo Sonetto , come stolido similmente chi li tenesse tutti
per tali . - Avrei amato soltanto che dopo aver detto I4
rogUa > la ragion combatlut' hanno oc. , avesse soggiunto : e
vincerà il partito migliore , o la parte migliore , non il mi*
gliore assolutamente •
SONETTO 81.
Cesare poi che *l tradìtor i Egitta
Con questo il Petrarca ha rifatto un meschino Sonetto di
lillaestro Antonio da Ferrara, che conteneva tutto lo stesso
pensiero . Maestro Antonio però diceva più chiaramente e
coerentemente che Annibale rise quando gli fu presentata
▲L PETHÀRCA . 229
testa d'Aidrubalc tuo fratello ; e rfie per celare , non
ìt isfbgare il soo disputo • - Siccome è scritto è da proM
attostò che da verso.
SONETTO 8i.
ViMse Annihàl , e nùm 'te^ utat poi
Scrìve il Fetrarca a Stefiioo Colonna figliuolo di Sciartm
I occasione di certa vittoria avuta da lui contro gli Orsi-
i. - Giusto e ben condotto è 11 pensiero del Sonetto, a
en sostenuta F allegorìa delForsa/ ma troppo pedestre òil
rimo quadernario , e cadente 1* ultimo veriio del secondo •
SONETTO 83.
V aspettata virtù che ia voi fioriva
Dice Lelio de* Lelj che questo Sonetto fu scritto a Pan-
^fo Malatesta Sienor di Rìmini , e Capitano fimioso di
nel secolo , - 1 due quademarj ben si sostengono ; ma i
ifBarj vanno carponi.
CANZONE 22.
ìdai non vo' pia cantar^ ConCio soteifa
Questo y dice il Tassoni, è un lavoro a grotteschi^
h' io non so se Merlino o l'inteqprete del Burchiello na
raeesero e' piedi . Il Bembo disse eh' eli' era una filza di
roverbj senza soggetto continuato^ di quelle che gli anti-
hi chiamavano frottole. Il Castelvetro tenne eh* ella fosse
na canzone , proverbiosa sì , ma di concetti ordinati per*
aenti air amor di Laura , e come tale si diede ad inter*
retarla . Il Lelio giudicò eh* ella fosse in detestazione della
orte di Homa, onde per questo il Petrarca l'avesse oscur-
ità . Ma avvegnaché , soggiunge il Tassoni , de' proverbj
tri infilzati alcuni ve n'abbia che fecilmente alle cose della
orte di que' tempi , ed alcuni altri che all' amor, di Launi
dattar si potrebbono ; il presumer però d' applicar tutta
1 canzone a questo od a quelle, tengo per fermo che sia
n vendemmiar nebbia •
y
23o ANLNOTASIONI
CANZONE ft3.
Uova angeUUa sovra tale aceoriég
Piccolo peosieretto, ma leggiadro, e ben cootfolio
contienf i ìd questo Madrigale , che cartamcnte è de' mi-
gliori che 8* abbia hno ù Petrarca.
' SOKSTTO $4.
Non vrigio ove scampar mi possa amsai
n lauro viene anche qui in mal punto a guastar folli-
ino ternario di questo Sonetto, che nel resto cammina ausi
bene, te non che cade alquanto nell'ultimo verso delia
prima quartina»
SONETTO SS.
Àvvmturoso pia d'olirò U»ìm o
O che il Petrarca chiami Laura col nome d'Amore
(come piace ad aironi ), o ciie voglia dire che Amor fer-
mò le piante di Laura per la vaghezza con che furono fer«
mate : poco importa , dice il Tastoni • - Ma nel primo cato
mal fatto avrebbe il Petrarca a prender Amore in un tento
nel principio del Sonetto , e in un altro sul fine ; nel te-
condo cato Ove Am»r vidi già fermar le pianic mal esprime*
rebbe , che Amóre fermasse le piante di Laura piuttosto
che le proprie • - Molto ha pur tormentato i Commentatori
r ultimo terzetto, ove alcuni credono continuata Fapottrofe
al terreno , altri rivolto il discorso a Sennuccio • Ma stando
alla prima interpretazione ( eh' io però preferisco ) se*a cor
valoroso Amor non dorme ^ secondo f ordine delle parola
parrebbe riferirsi al terreno, non a Sennuccio; alando alk
seconda l'ordine delle parole mostrerebbe che Sennuccio
dovesse pregare il terreno di qualche lagrimetta o dTaa
sospiro •
SONETTO 9€.
Lasso ! quante fiate Amor m* assale
Sul principio par che il Petrarca sol col pensiero mil-
le volte fra la notte e '1 giorno ritomi al luogo dove ha
veduto Laura; sui 6ne par che vi tomi col corpo» dieeudo
che tempre in qneU* aere j cioè in quelT ambiente si con-
JLL PKTBARCÀ. 23 1
Mi • - Per la squOie intende il sverno ddT Ave Maria; ma
■tao meschino forma quella ennmerasione a nona , a vespro^
ET ml^ j ed atte squiUe • • L' aura soave , che mo¥e dal
hiaro viso col soon delle parole, non si intende se sia
nella che a Laura usciva di bocca , ovvero che {Musava
inanzi al viso di Laura ; ed è poi un bisticcio l'aura che
I q[oèll' aere lo conforta •
SONETTO 87.
PerteguenJomi Amor al luogo usai»
6H amidU peaderi^ di cui dice il Petrarca che stava
minto 9 par che fossero quelli di resistere ad Amore; mn
on.n'Àoe il tempo, perchè come col balenar tona in un
unto, così da* begli occhi lucenti ^ e da un dolce saluto
I insienie aggionto*
SOMETTO 88.
La Dornm dke7 mh cor ad viso potm
Me sa parola i non soffersi spiegasi oai 1 assoni restai con*
iso dal suo salmo, e non seppi lispondere: ma così ia^
iidcsi a discresione, non perchè la frase abbastanaa
SONETTO 9$.
Seanacdo , C vo* che mppi in qual maaierm
't^vesla è maniera , dice il Tassoni , di cominciare un
ipii^, Avvero un Sonetto burlesco; ma I temarj però
n MUisaiail, - Io non ricuserei di lodare anche i qua»
wnaMtf co mpr a s i pure i primi due versi , giacché il Sonetto
lido stilo epislolare, ove L stara mi valve non fosse »•
iaooo col nome di laura , • dove invece di vesUrsi oae^
MS, delia qnale Laura noft doveva essere mai spogliata ^
i fosse coot^pposio a leggiadria, severità ^juisterilà, a^cas»
n, fifoMy o cosa simile.
SOMETTO 90.
Qui dove mezzo san , Sennuccio mio ,
Nello stil medesimo è anche questo Sonetto. • MezMO
232 ANNOTAZIONI
ton allude al dimldium animae mette à* Orazio , chiamando
Sennaccto altra metà di se stesso . - Né mica posto per mtm
già è qoi un supetfluo pleonasmo, avendo già dettone.
che spento • - Anche qui /* Aura fa giuoco con Leurm , t
giuoco assai peggiore , perchè a qaest' Aura poco dopo si
Ottono gii occhi •
SONETTO 91.
DeiT empia BahUonia , oiuT è Juggita
'Al mio giudizio , dice il Tassoni , non ff è latto gran
perdita nella poesia , perche sia stato proibito qoeslo So-
netto •
SONETTO 92.
/■ mezzo di duo amanti onesta mlierm
L' uno amante era il Petrarca , t altro il Sole già
amante di Dafne convertita poscia in lauro . Il pensiero, se
non fosse qni pure quella vistoaa alloaioné di lauro a
Laura 9 è ingegnosissimo | ed espresso felicissimameBit»
SONETTO 9I
Pien di quella ineffabile dolcezza
Lassai quél cK C più, bramo par che riferiscasi a Laura ^
ma non è espresso con piena chiarezza . L' afietto però 4i
un amante passionato che parte dalla sua Donna è dipinlQ
co' più vivi colori.
SONETTO 94.
Se 7 sasso , ond* è più chiusa questa vaile
Se il sasso che serra Valchiusa volgesse la fironle • ..
Boma e le spalle a Babele , col qual nome il Petrarca tfà ì
intende Avi^one, i miei sospiri, dice egli ^ avrebbero più
agiuto sentiero per giugnere , dove Laura alberga . Freddo j
penderò è però quello che i sospiri , per Y erto calle clis
fanno • vadano sparsi ; e aggiunto per la rima è cfte sol ss
non falle .
AL PETRARCA • 233
SONETTO 95.
tUmansi addieiro il sestodedm* anno
Un tessuto di contrapposti è qaestu Sonetto, uno de' quali
m chiaro degli altri, ma abbastanza intelligibile et prego
T una parte cbe il mio viver continui superando Tempia
mina , e temo per 1' altra che morte non chiuda prima
i occhi di Laura che i miei . Tali contrapposti esprìmono
vivo r incertezza , l' ondeggiamento , e la perpetua con-
ftddizione dell' animo di un amante : ma quando sover-
damente sono affollati e moltiplicati non usciano di dar
ij^ n chi legge •
CANZONE 14.
Una Donna pia beila assai che*l Sole
Far questa prima Donna , e per l'altra accennata nella
dota stanza alcuni hanno inteso la Filosofia e U Teolo-
a : Muratori intende la Filocalia o T amor del bello , e
Filosofia o r amor della sapienza : ma assai meglio sem*
«mi opporsi il Tassoni intendendo per la prìma la Giona ^
per la seconda la Virtù . 11 Petrarca medesimo sembra
^re così spiegato ove dice nel secondo libro delle sue
ivettive accennando a questo luogo: Si me omnia praeter
rosum et bonam famam solere contemnere arroganUr libi vi»
«>r locutus , falleris ut in muUis : ed anche lo mostra nella
inzone medesima alla quinta stanza , ove fa dire alla pri-
a Donna : Che questa e me d^ un seme^ lei davanti e me poi
odusse un parto , il che ben s' adatta alla Virtù , che pre-
Mie la Gloria , e mal s' adatterebbe alla Teologia che pre-
nda la Filosofia 9 o alla Filosofia che nasca prima della
Qocalia • Tolta questa oscurità che il Petrarca ha voluto
i tro dnr re a bella posta , come dichiara nella chiusa ^ la
■nona è nobilissima e piena di dignità .
SONFTTO 96.
Quale pietose rime y in eh' io m' accorsi
Qtiesto Sonetto è in risposta d'una certa canzonessa
tS B ìposta da Maestro Antonio Medico da Ferrara per la
notte del Poeta , che falsamente s' era per Italia di volgata •
Tinoni.
234 ANNOTAZIONI
CANZONE ftS.
Or fedi y Amor, che giopemeUm itmmm
Otdmo componinento nel suo mere mi eemlNra, Hee
" '; ed io .v< "
Il Muratori » fuèfto madrigale'; ed io .volentieri oon lai
SONETTO 97.
Diceeeii tomi km già rwoUo a cido
Ciemmmi mam mi spernsi per non sì tpenee in me fl io»*
eo 9 è trasbto da non adottarti . • Ciò che rende gb' umsd
effetti non meno intensi non è V ombra del c oi'p oi eo veto»
ma lo ftesio corporeo velo. - Ohimè trisillabo 'è tra^po
stiracchiato.
SONETTO ^8.
Qif€l vago impallidir che 7 dolce rieo
Sonetto delicatissimo ( se non v^ avesse la dm elisloae
gUmmai im domui)^e pieno de' più ing^;noei e fini pcnneii.
SONETTO 99.
Amor j fortuna j e la mia mente schiva
La mia mente schiva di quel che vede s'interpreta dal
Tassooi schiva di veder le presenti disdette di Laura, •
la sua bellezza affloscita . Ma io non so persuadermi , cbs
il Petrarca abbia voluto esprìmere cosa tanto ingiuriosa
alla sua Doona, e intendo piuttosto schiva in genere di
occuparsi nel presente , e sempre volta al passato» Ma per
di male in peggio si sottintende temo che vada.
CANZONE aS. .
Se*l pensier che mi strugge
Piena d'ingegnosi e sottili pensieri è questa Canzone f
ma a luogo a luogo espressi con qualche oscurità.
Nella L stanza Forse tal wl arde e Jugge s^ intende Lw*
n • - Ardendo lei vuol dire perchè arderebbe colei •
Nella II. Amor mi sforza significa il contrario di for»
zare , cioè mi priva di forza . - Miri ciò che'l cor chiede
Amor e qw^ begli òcchi ^ cioè miri Amore ^ e mirino que'he-
AL PBTRAReA. 235
flk aeclu • ^'Ov€ d tieié M ombra , le rìleriiceti ad Amora
M» par* oooveBieote il farlo aedare alT oasbra d^i occU »
die aaat^ra ha cluaaMUi o foli o ftelle, e da cai non oea«
ira 9 wom vim foce ha fempre detto che afcira • - L'aa m
W0 moc$, è f^Uro AUnd; eh' ià mom lo semiiro aignilica il
piapa» imoca a ma » il laaientaia a Laura offendendola ,
perchè io non rendo scaltro y cioè non tempero scaltramen-
• y il mio lamento.
Nella UL squadra pud aaprimera o adatti , o rompn
loaato mio oor di smalto 9 ood* io potaa sfogarmi • - Che
wer dmiFo « lui parme Um du Mamomm $emprg IXptMgt e
U IH ptaim doè Amore t o f lattosio il proprio pensiero • -
W è KoHo f cioè m' è sfuggito •
Nella IV* Se forse ogni msm giofm Nd #ao hd mio è 9olo^
E di iuttaliro èyjchwa^ cioè se ripone tutta la saa gioja
M^tanto nel suo bel viso, a qpreaaa ogn' altra cosa •
Nella V. Onde il cor lasso siede Col tonaemioso fianco
4 partir teeo i lor peasier naseosU signiHca Onde il core,
^oè r anima , riede col tormentoso fianco , cioè col corpo ^
I laco diridere i lor pensieri : ma 90Ì ben noia il Mura-
xiri, che dovea dir suoi^ perchè i pensieri sono delTaoi»
pn 9 acm df l corpo . - Riposti vai custoditi .
Nella VI. delicatifsimo pensiero contengono i primi
loive versi ; pensiero finistinM> i due seguenti ; e bellissima
\ l'apostrofe: Spirto heato^ quale Se'j quando altrui fai taUT
noè quanto beato debbi euer tu , se fai bealo altrui ?
La modestia della chiusa accresca a quesu Ca n aon a via
Mggior ptegìo.
CANZONE a?*
Chiare y fresche , e dolU aeque
Dopo le tre sorelle questa viene ripolala fira la Cansooi
lei Pf^trarca la più leggiadra.
Nella L stanxa le acque, a coi parla il Petrarca, cra-
laanaiqueUa àxX fiume Sorga da chi teneva ^ che quivi per
a prima volta egli avesse veduto Laora , a si fossa di lai
icceso . Or che è certo essera avvenuto il suo innamora*
Danto nella chiesa di S. Chiara in Avignone, per qnesf ac-
|iie intender si possono quelle del Rodano, o della Duren-
SI, od anche semplicemente di qualche ruscello, in riva
il qoala egli abbia veduto Laura sedente sull'erba, ed
appoggiata a qualche ramo o cespuglio : - Amore però che
;i serve de' begli occhi coinè di str amento per aprir il
ruore al Petrarca non è immagine che pienamente con*
enti .
^^
a3(5 ANT^OTA ZIONI
Nella IL Qualche grazia è invece di qualche |>ersoBi
graziosa e cortese . - E torni Fatma al proprio albergo ignu»
da , vale a dire nel cielo o negli astri aecoodo f opinioo
di Platone.
Nella UT. pietà è invece di o pietà - E faccia forza
al cielo y 8' intende movendolo colle sue lagrime a pietà
di me .
La IV. contiene una deJle più grasiote • leggiadra
descrizioni che possan leggersi . - Le perle o erano stale
poste da Laura per ornamento alle treccie bionde , o tali
Sembravano i bianchi fiorì , che sovr' esie cadevano •
Nella V. dicesi pien di spavento « perchè credendola egli
cosa divina, la rìverenza e lo stupore non poteano essere
ia lui scompagnati da una specie di spavento •
CANZONE 28.
Ih quella patte dove Amor mi gprotut
Espone il Petrarca in questa Canzone , come in agni
cofa egli trova V immagitie di Laura •
Nella I. stanza ove dicesi : Ma pur quanto T attoria ec.
la costruzione debb' essere: Ma pur dirò quanto trovo scrit-
to in mezzo '1 core colla sua propria mano ( cioè d'AaMce)
fa storia de* miei martiri , la quale storia al spesso rìnoofTO|
cioè rileggo. Sentenza però intralciatissima .
Nella II. Ma quando il di si dole ec. espripie il comin-
ciar dell' autunno, che al Petrarca rappresenta Laora giunta
a' suoi perfetti giorni y cioè all' età matura .
Nella III. Dov* oggi alberga V anima gentile dovea dirsi
assolutamente senza Voggi , perchè v'albergava anche prima.
Nella IV. Ove fra il bianco e V aureo calore deve Inten-
dersi del volto, posto fra'l color bianco della gola e del
petto 9 e r aureo de' capelli . - Aureo di tre sillabe è troppo
stirato , ' E del caldo desio ec. è costruzione confusa , chi
cosi si ordina dal Tassoni : E m' infiamma sì del caldo
desio eh' io provo quando sospirando ella sorrìde , che tal
desio non cura né teme punto d' oblivione , anzi diventi
etemo .
Nella VI Con tre belle eccellenze in lui raccolte è basso,
oltreché le bionde treccie e il collo non forman parte dd
viso . - L* ora è per aura .
Nella VII. Né farò io è in cambio di Né *1 fai^ io.
Nella chiusa Sola per cui conforta vale Pel solo con-
forto di cui : trasposizione però da non commendarsi.
9* '
CANZONE 29.
Itàlim wUa , bmichè 7 parlar sia iniarmo
Per la Tenuta di Lodovico il Bavaro in Italia fo tciitta
■usala Canzone ^ mentre il Petrarca era ancor giovane : e
firn tutte le canzoni sue è la più animata, la più eloquen-
te ^ • la più sublime ; sebben non in tutto esente d' ogni
cubito •
Nella L stanza parlando al Rettor del cielo non era
im. nominarsi Marte .
Isella II. il Voi rimane isolato, come nel primo So-
netto • - Poco vedete , e panai veder molto ha del prosaico • -
y amale chiama il cor del Bavero, che per cencinquantamila
fiorini d' oro promessegli da' Ghibellini nella dieta di Tren-
to 9 S* era offerto di passare in Italia • Qm/ pia genu possie"
da inieniasi di merqsnaij •
.Nella III. Che al corpo saao ha procurato scabbia è prò-'
TWÌmo volgare non ben confacente ad una Canzon digni'^
toan • - Ed è questo del seme de' Cimbri e de' Germani scon*
fini da Mario e da Cesare •
Nella IV* Vostra mercè cui tanto si commise , cioè de' Prin*
oipi italiani troppo fra lor discordi a que' tempi •
Nella V. Del Bavarico inganno ec. 11 Bavaro, dice il
Tswtoniy stette mglti mesi in Italia attendendo al suo in-
Iprease, e nel resto non si curò di cosa che avesse pro-
messa ad alcuno, onde dalle prime sue azioni gì' Italiani
doreano rimanersi chiariti. - Che alzando il dito colia morte
takerza vuoisi dal Castelvetro che alluda al giuoco de' fan-
cialli', che mostrano d'accostare il dito alla fiamma, ma
^piando è presso il ritirano • - Peggio è lo strazio ( cioè lo
ichemo ) al mio parer ohe 'l danno , perchè il Bavaro sotto
cc»Ì€ire di vpler concedere o stato , o titolo , o libertà , an-
dava cavando denari da questo e da quello , e poi li bef-
fiivn* - CKaltf^ ira vi sferza , cioè vera ira , non simulata,
come quella del Bavaro . - Dalla mattina a terza , cioè a
d|«uno , quando V intelletto è meno offuscato .* accenna
9ÌP iatpransi mecum disquirite di Orazio. - E vedetele come
Tieis caro altrui chi tien' se così vile cioè così di poco conto
che vende a prezzo la propria vita . - Nome vano senza sogm
getto chiama rispetto al Bavaro il titolo d'Imperatore, per-
chè non era né confermato né approvato da Papa Giovane
ni , anzi era stato da esso scomunicato e deposto dall' Im-
periai dignità . - Che 7 furor di lassù , gente ritrosa , per
lassù intende il settentrione abitato da gente ritrosa ^ cioè
rozza .
238 AmioTASToin
Nella VL Ab» è questo 'l terrtm ec aoalb pnofe
vorrebbe che ognun dloMse A M m^Aeaiaso 9 come aoc(
poco dopo •
Nella VIL Signor , mirmU od. Motttwebbe che la Cn-
SMie fotte diretta a qualche particolare; ma le ttanxe pra*
cedenti , • più la coluta fanno vedere chT era diretta ia
genere a tutti i Principi italiani • - Qnetto tlana hi par
vinora tubUantà delle altia ^ oooranqne peana di etffll
aentunenti •
Nella chtota cerea di temperare ratpresza ddle fVrii
dette innanzi ^ raccoauauUndo alla CaaiioaMi di dir oartf
temente le tue ragioni •
CANZONE So.
Di pemi€t M pmsisr ^ di maalf w aiaalt
Quetta Canzone è una , dico H Taatoai , dalle eood^
lenti cote che facette il Poeta, e che abbia la poesia.
Nella 1. ttamta B 7 nodo db# M Éegm$ è da i^eodcid
che t^gne ranian •
Nella IL l' asprezza del primo Terto è porta a hdh
•tttdio per meglio etpriraere il tento. - Cke éOvmUé im gjiùf»
Gira ^ tormemo eh' i' porio per lei tigniica |o pioade it
gioco 9 Io mette in burla.
Nella IV. Uia AprU ben detto €ke nm figU^ perée^ éét
£lena • - Assido Me frtddo , pietra morta ia pieira trieéj
esprime Assido me, divenuto pietra morta, topra naa pie*
tra viva, cioè sopra una selce : concetto però assai freddo t
Nella V. Indi i miei damai a misurar eoa gli occhi Céoùr
dOf guardando verso Avignone, dov'era Laura.
Nella chiusa Mi rivedrai sovra un ruscel corrente^ fon»
intende quel medesimo, coi è diretta la Canzone Chiortf
fresche , e dolci acque •
SONETTO roo.
Toichè 'l cammin m' è chiaso di mereede
E solo ad un* immagine m' aUegno fi può intendere , dies
il Tassoni , dell' immagine che Amore gli aveva teolpits
pel cuore , e di quella che Simone da Siena gli aveva di' '
pinta in carta ; ma perchè il Poeta accenna altrove , eia .
iempre quetf ultima portava seco, di questa crede che e^ '-.
|wrli. - A quale invidioso alluda l'oltunQ terzina non pB^ \
indovinarsi.
Ah ranumcA. aS^
SONETTO tou
Io tmuerti iÀmor d nwwaunte
Sonetto in rispoeta acl ano di Giacopo da Lentino, Il
oal comincia^* Messer FraneetcOf con Amor sovente , e dopo
vergH descritte le qualità stravaganti delia tua donna ^
Brmina con questo verso: Voi che faresti in questa' vwer
nere ì - Per la neve e t mvorio par che intendere qui si
ebbano i denti , che pur con tal nome erano stati espressi
a GiacopOy dicendo : Si turba in vista ^ e da ruHai e mvorim
'eggio usar quel che tfriacemi che tarda •
SONETTO loi.
SAmcr non è y die dumque è quel di^* ^ sento ?
Sonetto ottimo a giudizio del Tassoni » dai Moralocii
di mtti gli uomini intelligenti e di gusto •
SOMETTO io3.
Àntor ai* ha posto conte segno a tiralo
* Le quattro similitudini poste nel primo quadetaaria
NM> accunce ad esprimere lo stato del Poeta; ma la spie-
Kioiie che viene in seguito mm fa che awiluppade e o^
iseadc • - £ voi non cale è invece ài a voi »
SONETTO 104.
pace non trovo e non ho da far gnerrm
Von senza ragione , dice il Tassoni , vien lodato a
nmirato questo Sonetto da' begl' ingegni • - Tutta questa.
Iza però d antitesi , comunque ingegnose , può sembrare
ù confacente a un indovinello che ad un serio componi--
entD •
CANZONE 3i.
Qual frià diversa e nova
Si propone il Petrarca di mostrare, che le cose più
verse , cioè più strane 9 a lui rassembrano , e va Doroi*
mdo hk fenice, la caJamita , la fiera detta da Plinio Ca-
blepa , la fontana detta del Sole , un' altra fontana deU
Z40 ANNOTAZIONI
r Epiro 9 dae altre deir Isole fortunate ; ma ìm applica
che ne Ci a se medetimo » sono per lo più stinochi
contorte •
SONETTI io5« 106. 107.
Fiamma dal del sulle tue treccie piova ec
Vava^a Babilonia ha colmo il meco ec»
Fontana di dolore , albergo d' ira ec.
In questi Sonetti il Petrarca lavora di straforo , <
il cardo alla Corte di Aoma che era in Avignone , e i
cattivi esempi : però come scandalosi si travaicano • C
Provenzale nondimeno (secondo che riferisce il Noetn
ma ; con poco giudizio tenne , che fossero contro la ma
di Marco Brusco poeta provenzale, che compose anch'
rime, e Ai donna da paitito famosa di quei tty0pì« Tasse
SONETTO loS.
Quanto più disiate Vali spando
E verisimile , dice il Tassoni , che il Petrarca vmei
da Ruma per la via di Loreto con disegno di passar
Vinegia per mare , giunto in Ancona avesse lettere o av
che in Avignone alla Corte lo richiamassero , sicché t
cendo a man manca di Vinegia per passarsene a Genoi
serivesse da Bologna o da Ravenna agli amici suoi di
uegia questo Sonetto , che senza questa interpretazione
mane un cnimma . In tal caso Ove 'l mar nostro pui la U
implica significherebbe il golfo Adriatico implicato ds
terra , Gerusalemme indicherebbe Vinegia terra di liber
r Egitto la Corte d'Avignone Juogo di serviti^ . ^ Il cor
mal suo grado attorno mando si debbe iutendere a mal gn
della fortuna nominata dianzi^ non del core medesimo;
dovea dirsi a malgrado di lei . - Contraddizione è pon
dire lo mando attorno ^ ed è con voi sempre.
SONETTO 109.
Amor che nel pcnsicr mio vive e regna
il primo verso pronunziato secondo il senso è affi
disarmonico ; proferito secondo gli accenti obbliga a st
care pensier da mio , cosa contraria al senso . - L' ard
che il Petrarca prendea talvolta di spiegarsi a Laura lil
ramente , ma che tosto era da lei rintuzzato, è spieg
con felice immagine • * La chiosa , se per bea amando s'i
AL FETRÀRCA . 24t
maàiB Éttnm^o tirtnoniDente , cammina ; •• amando alta
lolita maniera d^l' innamorad , è del tutto 61ta •
SONETTO no.
Come uAora al caldo tempo mole
Meglio era corro a quegli occhi ^ onde mi vien tanta
lolcezza , che al fatai mio Sole degU occhi ; ma la rima ha
rotato altrimenti , - Echi disceme è vinto da chi vuole , cioè
' intelletto dalla volontà • ^ Ch' io piango t altrui noia , cioè
pella di Laura.
CANZONE 32.
MU dolce ombra deUe hdle fiondi
È un intrico di frondi e di rami col cielo , col ten^
IO , coi lumi f coi poggi , da cui niun Imon coatrutto pnè
icavaiai.
SONETTO III.
Quand' io v' odo parlar ti dolcemente
Ad altra donna che a Laura , dice il Tassoni , è indi*
ineato questo Sonetto , la quale parlando d'amore faceva
1 Petrarca rìsowenire delle piacevolezze usategU. già da
'Man, e più cortese che mai figurarlasi. Dal contesto però
lon rilefasi che sia stato indirizzato piuttosto a donna cho
id ocmio. - Per Vanirne spente 11 Petrarca inteode spento
lir amore ; , ma non è frase da imitarsi • - L'assomigliare I
oppiri ad una squilla 9 e il destarsi al suon de' pcopi]
n^iri è por iperlK>le vizici •
SONETTO III.
Né coti hello il Sol giammai levarsi
£ Sonetto graziosissimo , dice il Tassoni , e merita^
mente ; se non che cade alquanto il verso Da indi in qua
n' incominciò a parere •
Petrarca Voi. L 16
24^ ▲HlfOTÀXIOlft
MHETTO tiS. '
PùmMio9t% Sol weeiéU ijlon e T trhm,
n concetto è prtto da %pm\ d'Orasio: Pome m€ pigri»
uhi nulla cam^is Arìor me§Èi¥m. reentUitr mara tic. mm assai piii
•Staso y e faiicissimamema •
SONETTO 114.
O £aràmi$ pirUUe onuUa e cmldm>
Sonetto di rime diftcilissiia , ma natnralmenta cm»
dotte . - Le lodi di Laara mostrano la rivtt p«issiaoe dsl
Poeta . Ma il ^ del tarao ▼erto fl whba credere, che «
mei tempo ella non fosse piil if omestau intero albergo qn»
m ver già non volesse intendersi Jlsa md orm ^ coi» spi^
tt Velltttelio ft - lo non so upprovara aammann la isni
^data nel valore , né la neve in cui il Poeta ai tpeacMi
e tergerne la durezza del versu onde faUmlMvùoéffO.'
La descrizione dell' Italia uìT incontro non polevn essai
più breve insieme ^ e più caratteristica*
SONETTO II 5.
Quando *l poler che con duo sproni ardenti
Ben espresso è V ardimento del Petrarca represso ^
Lanra. - Anfibologico è 1' ultimo terzetto; il miglior senso
però è quello che per primo accentui il Tassoni , vale s
dire che il freddo Àioco e la paventosa speme, vedad c!t
Laura neir anima dei Petrarca come in nn vetro , talcr las*
serenano la vista di lei , facendola dolco par i iunpassìini
di turbata eh' eli' era prima •
SONETTO ii6.
Non Teìitt j Po , Varo , ^rao , Adige , e Tehro
Questa leggenda de' fiumi , dice il Tassoni , Ih poed
onore al Poeta. - E 7 mar che frange Rodano ee. o è detto
per cui frange Rodano , o non si può intendere di che mare
si parli . - L' edra « /' akete , // pino ec. han ben la fona
d' accrescere il fuoco, ma non già quella di allentarlo. -
U bel' rio potrebbe esser quello, in riva al quale ei dissa
nella Canzone Chiare^ Jrctche ^ e dolci acgué di avere vadalo
AL PITKÀRCA* 243
«m ftdasM • - LmriùKH jM siforo d» fai jjkàDmo solfa
jxioda di qnel rio, di coi por tk aeiisioa* n^l Sonetto
]imo Sol iiB€Ua fi^Mdé ek'ia ad mmo . - Tm ffii oMofa' étA^
oT€ ^omde MUM^M» oc vuol diro a cogiona do' ^puUI aataUI*
CANZONE S3.
Di tempo I» l«mf»o mi si fa mm dura
i fpie^m dolcemente, dieo ilTaaioiit^ questa iiallalm
spetto all'altre; e forse di tutta è^fa nigliore.
SOUETTO trj.
Cht fèi^ mlmm^ titep9iutì Avrem mmi pmoif
Dialogo iagegnosissiiiio del Patrtrea eolf aidoMi pra«
ila • ili qmei oA'-ìo »cemm Tate psr quel eh' io scarna « • Bom^
mio il éuol ec. in un manoscritto dall' Amara lag^pesi Nà
mfe il dmal che in lei s* agghiaccia e stagna^ ove il ** ag»
'ìimedm meglio corrisponde al rvmpepe, che il s* accoglie. •
[a nelT ultimo terzetto, se il Petrarca continua il dialogo
)ir anima , non si scorga percliè a lèi dica Fet tutto ciò
memte non s* acqueta , distinguendo in se una niente di-
vaa da quella dell' anima ; so Volge ad altri il discorso ^
ni si Todo a
SONETTO 11 S.
No» S atra e temfeitom cada marina
n senttakanio del Petfaróa» secondo il Muratori» è
l' agli caccia via tutti i sozzi e vili pensieri , che gli ca»
Mbo tidvolta in mente verso di Laura , a che la somma
Ifa^xa e viltà di lei faceano che il ferisse bensk Amora^
a aì> Anota non cieco e senza ragione 4 - Del bel dolca
sra Mosca § nero vt/no cadente per k ragione detta altre
ila: a in questo hiaiu^o e aero ben poiea dirsi, che Amova
C^ siraiy ma non che gf
SONETTO 119.
i^stm umilferay um cor di tigre o d^orsa
Neil' originale del Petrarca , diee il Muratori , si no^
no ne' primi due versi questi cambiamenti : Più che tfgro
wra , e più selvaggio, cK orsa Questa unUl Jera in forma d' ar^
244 ANlfOTAJSIOm
^el ¥0101 ì fpM etngiamasd rendono eertamente fl temi
molto più fluido e chisiro • - No** mi smorsa , cioè non ni
leva il mono, non è cosa che debba aspettarsi da unafie*
ta« • Tante varietati mal suona in un verso. - Fk^gmd»
tpera i tuoi dolor finire si ril«ri«ce alla 9Ua ; ma & ambi-
goità con virtù , che è più vicina •
S019ETT0 120.
lU 9 càUi iOipmi^ al freddo core
Al del per in ciH . - Parlando fare di quello ec rnsnP
lestando ciò che il bel guardo non arriva a vedere . - Se
pur sua asprezza ec. vuol dire : Se sua asprezza n' offendei
sarem fuor di speranza , se mia stella , sarem lìior d' erro*
re • - Cke il nostro stato è inquieto hiato , per dirlo aUa
latina , ingratissimo . - Gite securi owmì ec. A qualche segno
di piacevolezza datogli da Laura spera il Petcarcn ani &aS|
che sua fortuna si cangi •
SONETTO III.
Lt stelle j e'I cielo ^ e gli elementi a prora
Tra i migliori del Petrarca merita d'essere annoverato ,
dice giudiziosamente di questo Sonetto il Muratori . - Of
quando mai dee soUintcndersi quando mai altre volte ^ come
ora Fu per somma beltà vii voglia spenta ?
SONETTO 111.
Aon far mai Giove , e Cesare sì mossi
Questo e i tre seguenti Sonetti versano sopra nn pianto
di Laura , in occasione , dicono alcuni , che le era moiti
la madre . Mal a proposito però qui il Petrarca cita FeseiB'
pio di Giove e di Cesare, di cui la pietà spegne l' ire, per
dir ch'egli ha av.uto compassione del pianto di Laura. Per
che questi esempi fossero adattati , conveniva aggiogneref
che essendo anch' egli fortemente con lei sdegnato , pur a
pietà 8i commosse in mirare quel pianto . Ch* io fassi Volsi
a vederla , per volle eh' io fo^zi a vederla , è maniera eoe
torta , e frase prosaica . - Per trarre poi dal cnore le la-
grime e i sospiri ( che pur non si trageon dal cuore) noo
doveva esser mestieri di quelle salde ed ingegnose chisriy
che accenna l' ultimo terzetto •
\
It PETRAKCiL. 24S
lA. SONETTO iiS.
r vidi in terra angeUti cviluni
Ì>, Sonetto auai rnigliore del precederne. - Tal che di
'memtrar Mi gmva e doU ^. 1 eiTiHto espreuo già allre volle
he in luì producea U runcmbranna di Laura . - Che guanto
I miro par sogni , ombra , e Jumi soltiol^ndi al paragone di
uella celesti belleeze : il verso per* è duro . - I cejpiCDli
11' incontru soo fulìciiiimi •
SONETTO .14.
Quel tempre acerbo ed. onoralo gioma
n primo verso è tolto da quello che disse Edcb del
iorno della morte d'Anchisei /om^uf dici, ai fallar , adeity
iitm lemper accrbutn . Sempcr honnratam ( lic Dii foluiilli )
abebo . - Il piamo di Laura doveva , dice 1) Tasscini , con-
illare uoa rasserenar-^ il cielo. M" quetl' e (Tetto attribuì «ca
Petrarca alle bi:ll'>xze dì lei, che facfsuo dubitare, n
Ila folle mortai donua o diva ^ e cha egregiamcDle loii
loi descrìtte la appresto .
SONETTO iiS.
Ove cK C poii gli occhi talli f o giri
Ogni cosa al Petrnrn.i dipinge Lnura in quel leggiiilro
olote, e in quel pietoso piamo, chr; agli occhi di lui la
indette vie più bella che mai . - Olire alla rista , agli uree-
hi orna e i'\finge k diiro verso. - Amor e'I ver fur meco a
ir che <{ueUe Ch' t vidi eran betltxte al monda iole tkUuds
tf^ecedenle Sonetto 1 13.
^H SONETTO ne.
^^^P In goal parie del Cielo , in quale idea
Non fu mai amala domta lodata da amatile alcuno la
laniera jiiù nuova , più nobile , e più leggiadn ■
I
r
346 ANNOTAZIONI,
*■
SONETTO taj.
Aw^or «^ «9 il pi0^ di mmrmHgUa
1/ introduiTe Amora ia compagnia ad
oratoe ntrabil finta a qiial che ne dice il llaefta , che h
Santo può dirsene di più grande, e più itrMdioano.-
ver ^tUmd" dU jtreme Col $uo candido seno wr wtnU «ft
ìm £itto cercar mille strane e ridicole i m e ip ft u rioni a cs^
loro, che non seppero^itamaginarsi , dice il TMacmifCCMVL
Laura corcMnduniUahSr per vezzo tra i fiori e TeÌÉepoiew
li seno ad un cespaglip appressare •
SONETTO u8.
pmsd tpani » e pmsigr pmgki # pronH
Non appara psrcliè i passi y i pensieri , la mamorìi,
fardora» e tante altre cose in questo Àoiialto accomie
did Pairajrea sT awtsono a fermare per veder ^oal sa d
SONETTO i»9.
lÀeU fiori e féUeiy e htm nate erbe
Assai più ragionevole è la chiusa che f% il Petrarca s
questa nuova enumerazione d'oggetti, che son pur meglio
trascelti , e più nobilasente caratterizzati . - Lo scoglio del
penultimo verso par riferirsi alla c<»trada e al fiume jol-
laalo.
SONETTO i3o*
Amor che vedi ogni pensiero eptrto
Lagnasi con Amore che il conduca a desideri troppe
alti, e chiede che il lascia con desiderj più moderati.
SONETTO i3i.
Qr ^ il cielo » e la ierra , e7 vento iace
Cade troppo nelF ultimo verso questo Sonetto , plie i&
lutto il resto assai felicemente cammina •
I
AL PKTRàMA. 247
SOMETTO t3i.
Comét eùaiiiù pie per rtrhm/hmm
'AmoTy tke toìo i cor leggiadri invesca è 'ima lode che
II PMnrea dà a se medesimo fuor di loogo • Di ini ^uai^
grò fmrOle doè andar, guardi , parole, ed atti . - Che som,
JkUo um aag^ notturno al sole Don vuol dir altro, dice il
CMlatrelro, te non che come angel notturno pon può ve-
èmt la luce del sole, cos) egli non può Telare la luco
éalla beOecze di Laura . Ma se non la può vedere , aog>»
fingne il Tassoni , come ne vive ? e se vive dalla luee ^
eooM è simile ad augel notturno?
SONETTO i33.
S io fossi stato fermo alla epdanem
La tpdmiea è quella di Delfo • - Verona fa patria di
CatoDo, Mantova di Virgilio, Arunca di Lucilio . * L'amor
àitX fonte Castalio tanto presiato da' Poeti esce dal Parnaso»
man daUa spelonca Delfica ; e poco onore gli fii il Pelraren
eoo dir che per esso il terreno s' ingiunca • - Akro piarne*
m ee. Apollo rappresentato prima come profeta , or prendo
faapeUo di pianeta • - Adunca è aggiunto per la rima . ^
L'oliva non norìsce meglio ne'terreiii inrigati; e non s^ìm»
Hsnde poi a che alluda queir oliva •
SONETTO 184.
Quando Amor i begli occhi a terra inchinm
Beasi nel primo verso intendere che Amor inchina I
begli occhi di Aiaura non i proprj ; ma f espressione è am-*
b^on • - Non molto leggiadra immagine presenta pnra Aaser
die accoglie colle sue mani in un sosfMfo i vaghi spirti 9
• poi li mtnlpola e scioglie in voce . - Oscuro è porancho
Or flen di ma T ultime spoglie , e contorta la trasposizionn
d^ udendo esser beata per dire if esser heala udendo le par»
le di Laura.
SONETTO i3S.
Amar wU manda qud dolce pensiero
Stcretario è termine da prosa più che da verso • Mi
veggio andar ctfr la stùgion contraria A sua impromest;* ed eUa
x^B ANNOTàZTONI
■M jpwiB troppo BudigiiJUDenle è stato àal TiMonf ii'
ivpreftrto, buumdo bene l'ìmeadere, che anreccbiaiido it
Fe ttMC4i polee tenie meno sperare di placar Fiim diLatttii
• d* essere guardalo da lei eoo occhio pietoso •
SONETTO i3«.
Pkm d* um wmgo pemster che wU des9im
E fammi mi wutnéo ir soÌn , cioè solitario . - i4 «e tkm
m* imcto , cioè al mio amor ddla solitadtne . - Tal /«r-
WÈma soMpir eomémeg simolo par che esprima la cagyme invece
dell' eliietto ; an è antonimia troppo dura • - 1 due tenni
SONETTO 187.
Pia 9oIU già dal M sembiante umano
Contimia Io stesse soggetto del Sonetto prece d ente* •
Per Itfida icone il Tassoni intende rumiltà, la lede» ed
i segni di do^ia , cioè lagrime « peOore^ e «ospiri • - Antf
foi gH occhi saoi wUo pemsier pomo sembra coittraddire ai pn*
Mo Terso t poiché se il bel sembianle era amano e gli dm
ardire , gli occhi doveran essere a quello corrìqiondenti. -
Belli qui pure sono i ternari, se non che Invece di passH^
ne amoroMi mal s'adopera il termine carità già consecrato
dalla Religione ad altro senso.
SONETTO i38.
Giunto m' ha Amor fra ielle e crude hraocia
Nel primo verso il Petrarca ha volato esprìmer soltanto
'Autore m*ha dato in potere di Domua bella e crudele ; ma
r espressione è equivoca . - Bompre ogn aspro scogUo è lo«
dato da alcani come aspramente parlante di cosa aspra;
ma che s' abbiano a storpiare le paròle per dar loro asprez*
sa , io, dice il Tassoni , noi loderò mai . - L'altro signi*
fica il rimanente di Laura , ma è detto oscuramente . - Fuori
di questi nei il Sonetto ha molto pregio.
SONETTO iSj.
O invidia nemica di tnrtute
Forse con qualche invidioso che ha cercato di rendergli
Lanim nemica mostrandolo troppo Idice amantei e ito* 1
I
AL petrauga» 249
oolP invidia cbe tappone aver di ciò avato Laura aii»-
I «e la prende qui il Poeta . •
SONETTO 140.
Mirando il Sol d^ Begli occhi stremo
Ov* è dki spesso i miei dipinge e megna , cioè Amore , -che
iiipinge i miei di rossore , e li bagna di lagrime • - Per
gir mH paradiso suo terreno verso languido e basso. - Ch*ha
A ealdi gli spron , sì duro il freno , spingendo co* primi Tani-
,nia verso gU occhi di Laura, ritraend<^la col secondo*
SONETTO 141.
Fera sieUa ^ se il cielo ha forza in noi ^
Quanto alcun crede ^ fu^ sotto eh' io nac^ sottintendesi
4pulla . - Che con ^juelT arme risoldar la puoi : se V arme si
vilerissero agli occhi soltanto, il senso camminerebbe; ma
dovendosi iTferire anche all'arco, non si vede che abbia
etio a fiire in questo luogo..- Ella non già^ perdtè non so%
pia dnri^ vale a dire ella npn prende a diletto i dolor miei,
perchè li vorrebbe più duri, e che il colpo fosse stato di
qpiedo, non di saetta.
SONETTO i4«.
Quando mi viene innanzi il tempo e*l loco
Da quei soavi spirti ec. Chiama spiriti, dice il Tasso-
ni , gli accenti o i sospiri di Laura , come altrove E i vaghi
opini in un sospiro accoglie . - Nel terzo verso del primo
terzetto rappresenta il corso del suo innamoramento sotto
r immagine di un giorno.
SONETTO 143.
Per mezzo i boschi inospiti e selvaggi
Questo e il seguente Sonetto alludono ad un viaggio
£itto dal Petrarca uella selva d'Ardenna . - Uomini ed arme ,
cioè r arme , e gli uomini che le portano . - Se non che del
mio Sol troppo si perde è finamente interpretato dal Muratori
in questo senso , che V immaginazione ben rappresentava al
Petrarca una parte del suo Sole, cioè di Laura, ma troppa
era la parta che na perdeva col sglo figurarsela in quegli
•Ibert, ia mi«i Toiticelli , in quell* «eque ee. favén ^ntf
la agli occhi presente.
SONETTO t44.
MiZIr piagge M KA giorno e mille rivi
Fier nel testo verso è in Inogo di fere o ferisce • - Quasi
eemza gavemo ec. L'andar sena' arme in una selva non è Io
stesso che andar per mare in un legno sensa goveno e
senza antenna . Con ^uai piume si rilerìsce aU* impernio della
di sopra. - Sento éi Uoppo ardir nascer pmura solito ei<Oi
e ben espresso, di chi essendosi cimentato a an gran pe-
ricolo poi vi ripensa . - Ma *l hH paese ec. è quel d'Avignone.
SONETTO 145.
Awsor m sprona in un tempo ed affrena
Ben espresse ne' quadernari sono le contrarietà cks il
Petrarca sofire in se stesso continuamente • Nel primo ter»
nario se vado non d' acqua che per gli occhi si risolva , sipi*
^ca guado non di lagrime , come mostrano le parole , è
concetto ben ireddo ; e manca un aui al principio del verso
che seguita . - Sul fine convien che ( la mante ) alla sua lu»»
ga e mia morte consenta per dire alla sua lunga e mia affli*
zione , è maniera troppo impropria , non si potendo l'affli-
zione chiamar morte delia mente.
SONETTO 146.
. Geri , quando talor meco #* adira
É risposta al seguente bonetto di Geri Gianfigliacci»
• Messer Francesco, obi d'amor sospira
» Per donna, oh' esser pur voglia guerrera,
» E com* più mercè grida, e più gli è fera,
» Celandoli i duo sol eh* e' più desira ,
» Quel che più natura o scienza vi spira
» Che deggia far colui che in tal maniera
» Trattar si vede , dite : e se da schiera
w Partir si de* , benché non sia seUz' ira .
>» Voi ragionate con Amor sovente,
» E nulla sua condizion v' è chiusa
» Per i' alto ingegno de la vostra mente •
« La mia che sempre mai con lui è usa, . 1
» E men eh* al primo il conosce al presente ^ '
• Consigliate 1 e dò fia sua vera scusa •
AL PETRARCA . 25l
> del Petrarca è d' umiliirsì innatuci alla lua
_. a egli con Laura , gixccbt U fuggire dìnajizi
•IT «li d'Amore non giova . - Solo prr cui fùii è invece di
Per cui virtù «oUmenie : itaspotizitiae perà vizioca .
SONETTO 147.
Po , tra può' tu parlartene tu teoria
E 'n Penmte abbandoni un più tei lume , dei quello dì
Lanra, euendo Avienone a Poueute rupeno al corso del
Po.
. SONETTO 148.
Amor fra l'erbe un* Iceeiadra rtU
U rica fu 'l teme eh' rgli tparge r miete , cioè le dolcene,
le latiDghE , le tperanze . - £ 7 /une ar^olte era ali" ma»
di L^un, come degli occhi di Laura era il chiaro lume rc-
JJ Imniagiiie è leggiadritiima , e assai bea condotta t tutta
r allegoria .
SONETTO MS-
Amùrj ehe'ttceade't cor i ardmte zelo
Biiponde ad un Sonetto di Mf^sscr Cino stampato tra
le rime «ntiche, che comincia Amor eom' ha firiio di tuo
teio . - Dice ne' quadernari che Amore quando eecende un
roorr ardenlemenle , l'empie pure di gcloiia . ' Gli ultimi
Aie versi del «econdo quadrmarìo sembrano Jniilati da
quel di Properaio : Et jiuirr in tunica lurpicor ttie vìrum ,
cioè al vedere una donna il geloso totpella che àa un uom
Iravtslilo. - Ne' lemar] dice eh' ei «ente l'ardore benst ,
ma non la gelosia, perche Laura traila lutti egualmente, e
lodamo alcun tenta di prevaler nel iui»'e di lei .
SONETTO iSo.
Se'l dolce iguardo di eoilei ut' aneide
E Sonetto , dice il Tassoni , dal principio al fine leg-
fiadmineatc tirato .
SONETTO iSi.
Amor, Katura , e U tcil' alma umile
Sn I«tn cravciMDtB InAnn, ailwchi il Poeta aciìMa
I
a5l ANNOTAZIONI
qoeffo Sonetto • - Natura Hen cottei àtun si gemtSe Uem;
ìrale a dire LoutB è di sì delicata compléasiotie • - £2Uif
cioè t anima di Laora , - E se a morte pietà non strage i
freno : Pietà rapenia , interpreta il Taasoni , delle niieril
mie , non pietà in essa Morte , che sorda e cieca si fioget
né pietà del morir di Laura , la cui beli* alma più non de*
gnava la terra.
SONETTO iSi.
Quettm. Fenice dell* aurata piuma
E sopra nn vestimento booto che Lanra a' avea masfo:
e & il Petrarca comparazione tra essa e la Fenice, che per
fama si tiene che sia io Arabia. - Aurata pùuna per meta-
fora chiama i capegli di Laura , che parte pendendo {iù
pel collo , e parte alzandosi sopra la testa ad uso di con-
ciatura femminile , formavano e monile e diadema aoatiy
qual si crede aver la Fenice . Tassoni . - Che per io mutn
del sì altera vola si riferisce a M , e il senso è : La fiuat
pone la Fenice in Arabia ; ma essa è «joi in Provenza ^ '
SONETTO 53.
^ Se Virgilio ed Omero avessia visto
Costei mal rei^ge dopo averla chiamata qud Sole . - E
^uel che resse anni cinquantasei Sì bene il mondo Augusto • -
E quel che ancise Egisto Oreste . - Quel fior antico di virtaH
e d' arme Scipione . - Ennio di quel cantò ec. si sottinteiuic
im cosi relativo ai come che precede .
■
SONETTO i54.
Giunto Alessandro alla famosa tomha
Ma questa pura e candida colomba è un contrapposto al
fero Achille, - Fato sol qui reoy cioè reo soltanto in questo»
SONETTO i55.
Almo Solj quella fronde ch'io sola amo
Crede il Tassoni che il Petrarca qui parli del lauro
da se piantato, di cui altrove fa menzione (Sonetto ii6.)
e dica or sola al bel soggiorno verdeggia perchè era d'inve^
no • « £ senza par , cioè non ha pari . - Po* che fadem»
AL PETRARCA . ^53
wq maUy e nostro vide in prima Adamo , cioè poiché Adamo
Me r albero della scienza del bene e del ■ inale ; die però
OD era qui da rammentarti parlando col Sole» oa&ia eoa
.pollo.
SONETTO i56.
Passa la nave mia colma d^ ohbUo
Sotto r allegorìa della nave esprìme il Petrarca lo stato
IO ; ma la mescolanaa del proprio col metaforìco nella
•pressioni vento umido eterno Dì sospir , di sperante ^ e di
gsto y Pioggia di lagrimar y nthhia di sdegni ec. gyasta di
K^to r allegoria medesima. Oltreché il vento di speranza
,di desio non dee romper la vela, ma empirla favorevol-
BHite; e la pioggia che bagna le sarte non dee ralleniar-
fj ma tenderle . Anche a principio non s'intende di qnal
Uio la nave sia colma y benché a discrezione ii interpreti
' oblio di se stessa •
SONETTO 157.
Una candida cerva sopra V erba
Dair ultimo verso argomenta il Tassoni , (he il Petrar«
I si fingesse questa visione dopo che Laura fii morta , a
be lo sparire significhi appunto la morte di lei , e il ba-
Bfe neir acqua la quantità delle lagrime che egli sparse • •>
e corna d* oro alludono alle chiome di Laura ; ma impro-.
riamente si dan le corna ad una cerva . - Pra due riviere
ioè forse tra Sorga e Durenza y X una delle quali entra nel
odano a settentrione 9 e 1' altra a mezzo iì d'Avignone . •
ila stagione acerba , cioè nella primavera y in cui .segui
innamoramento del Poeta . Ai mio Cesare s* interpreta al
rio Dio ; ma assai male è posto Cesare invece di Signore
be sarebbe stato meglio conveniente • - Ed era 'l Sol già
ìlio al mezzo giorno , cioè io aveva già passato il mezz%
d eammia di nostra vita , come lo chiamò Dant^ •
SONETTO i58.
Siccome eterna vita è veder Dio
Questa é Sonetto jfatto y o almen finto y mentre che il
eCnrca stava nella presenza di Laura mirandola fiso ; ed
concetto altissimo y ma troppo ardito , come quello che
iragona la vista d* uaa creatura mortale a quella del
reatore • Tassoni • - S* alcun vive sol d' odore allude forse
254 ÀNlfOTÀZlCIfl
alte favole A Miao e di Plinio, i quali acrlisèra, de ^
Attorni, popoli seaza bocca , vicini alle food del Gaos»!
ai oMiitèneaiio vivi di solo odore • - AIcmm ttacfBM e à
foco ec. fi riferisce a qael che credeasi da' pesci e ddk
salamandre .
SONETTO 189.
Stiamo^ Amor^ a t^edsr la gloria nostra
Qnesto è uno di queT Sonetti , che mostmiio v iJià s sn
fernet fatti da maestro delT arte . Tassoni • - Cke doleama
i piedi e gli occhi muove : Io giurerei , dice il Tassoni , <^1
Petrarca ci mise il cke per non aver trovata manieia di
abetterci il come che di ragione entrar ci dovea • Ma oa
troppo facile il dire Come i pie dokemenu. Io efedo fàolla-
•to che il Che rifiBriscasi all' ahito eletto preso per tulio 3
corpo , come abito delT anima : sebben poi ninno coatta
gliòei a fu che l'abito mova i piedi e gli ooohi •
SONETTO i6o.
Pasco la mente éTua sì nohU dho
/a mea JTua palmo mppare pisHilmente. VisihUmente^ dice
n Tassoni , quanto alla bellezza dtl volto ; ma non già
quanto alla dolcezza delle parole , le quali non son visibt*
li : ovvero inten'li visibilmente per sensibilmente • - Biho ,
describo , soggiunge il medesimo , sono voci da non se sa
invaghire, neanche per necessità di rima,
SONETTO i«i.
U aura gentil che rasserena i poggi
Abbiam qui pure Io schei^o di L'aura con Laura che
poscia diventa sole . - Cerco 7 mio Sole , e spero vederlo ogfi
serve , dice il Tassoni , per mostra d* an verso fatto senza
fatica , e senza pensarvi sopra . - Durissimo invece è ^uel*
r altro Io chiedere' a scampar non arme , anzi ali •
SONETTO t€i.
Di dì in dì vo cangiando il viso e 7 pélo
Smorso per tolgo il morso degli ami ."Ola nemica mia
pietà n' avesse invece di n* abbia •
AL PETRARCA. ^55
SONETTO i6%.
L' aura serma che fra perdi freméa
Che sdegno o gelosia celato tiemme. Può ettere» dice il
Tassoai , che il Petrarca parli impropriamente del timor
le' parenti di Laura : ma la voce gelosia con la giunta di
hiome avvolte in perle e*n gemme j mostra che Laura ìoiue
narìtata y e confronta con altri sfgni datine altrove, quando
' disse : La bella giovenetla eh' or è donna , La, qual m toglie
widia e gelosia .- - Questa coogetttira del Tassoni è poi
tata posta fìior d'ogni dubbio dall^Abat» de Sade.
SONETTO t€4.
V aura celeste che '« f nel ¥erda Lauro
È uno di qoaT Sonetti fìrascheggiaiiti , pieni di htMmdkt^
e' quali alcuni altri n* abbiamo trascorsi. Tassoni • - U Tolet
locare sul nome di I^ura ha generato qui una visibil con«
isione d' aura , di giogo , d* impietrare , di annodare , di
liìime e d' ombra , e che so io , in guisa che non se na
issono trarre i piedi é Muratori •
SONETTO iC5.
X' aura soave , eh* al Sol spiega e Hhrm
Cassa palearum chiamerebbe il Lipsto le girandole e i
liribizzi di questo e del precedente Òonetto, che quantun-
te se ne possa cavar qualche sugo, tanto stento però ci
»rre, che con meno si cara l'olio del talco. Tassoni.
SONETTO iSS.
O bdla màa , che mi distringi 7 cor9
A tempo ignudi Consente or voi per snrioehirtki Amore ^
)ò Amore consente che vi siate ignudi per arrichirmi del
stro guanto . Tassoni . - E vien eh' C lUe ne spoglie , cioè
riviene .
SONETTO 167.
Non pur quelV una bella ignuda mano
ya attaccato coli' antepedente Sonetto , e ne apparo
256 ANNOTAZIONI
l'attacco A perchè moitra a* avere restituito il' guanto, e à
perchè avendo detto di sopra : O bella man che mi tlistrimgi
il core , si corregge nel presente , con dire che non soli-
mente Tnna delie mani di Laura, ma l'altra eziandio, ansi
tutte r altre belle parti di lai che qui soiio annoverale, to
stringono nei lacci amorosi • Muratori •
SONETTO 168.
Mia ventura j ed Amor m' opeaa sì adomo
E nel medesimo argomento die gli ultimi due ; ma li
lascia ben addietro quegli altri , ed ha una bellezza di
cran lunga superiore, in tanto che si avvicina ai migliori
del nostro Autore . Muratori . - Spiace però al Tassoni qael
du riferito alla mano, poiché , dice egK , il db' noa è aino
in nostra lingua che il quis latino, che significa persoos^
hon membro • Per far almen di queUa maa pendeua , lasciaa-
dalfe spogliata 9 e rubata , e ignuda in arbitrio del kùààù
€ del sole • Lo stesso Tassoni •
SONETTO 169.
ly un hel y chiaro , polito e vivo ghiaccio
Componimento forte , pieno di poetiche immagini , e
abbondante di gravissimi pensieri , che quasi è da tanto da
stare al paragone coi più accreditati di questo Poeta. Mu-
ratori . - Poco però da lodarsi è quella fiamma che move
dal ghiaccio.
SONETTO 170.
Latto eh* i ardo , ed altri non mei erede
Qui non si può aprir bocca, Se non per lodare e am-
mirare • Tassoni , ' Sìy crede ogn uom , se non sola colei è
una correzione dell* altri non mei crede • - Se non fosse mia
stella , sottintendi avversa . - Al fonte di pietà , cioè nel cor
vostro • - Fredda una Ungua , e duo begli occhi chiusi Rimaner
dopo noi pten di faville rende ragione del verso precedente
Hìe porian infiammar fori ancor mille , vale a dire io v^ggo
nel pensiero la mia lingua , e gli occhi vostri rimaner ào*
pò morte pieni di faville per infiammare ancor mille altri
dell' amor vostro .
àL PRTKAllCii* 257
SONETTO 171.
Anima , che divtrse cose tante
Bicorda air anima , e ai sensi suoi la fortuna d' essere
venati al mondo in vita di M. Laura, e non prima né poi.
Quindi li conforta a rivolgersi a Dio coli' esempio delle
vurtù di Laura • lira ancor questo è senza fallo un Sonetto
nobile , pieno , e gpive . Muratori . - Per non irovwrH qui
yale perchè non vi trovereste •
SONETTO 17».
Dola ire y dolci sdegni , e dolci pad
jÈ componimento che s* alza sopra moltissimi altri A
questo libro . Muratori . - Troppa afTettazione però si scor|^
nella replica dell' aggettivo dolce . - Ora è invece di aura «
CANZONE 34.
S* il dissi mai ^ eh* i venga ia odio a quella
Dal verso eh* è nella chiusa : Per Rachele ho servito , e
non per Lia argomenta i} Tassoni dover essere stato detto
a L?iura , che il Petrarca si vantava d' aver composte le sua
rime sopra altra donna , e forse men bella di lei . Questo
nega il Petrarca , e la sua negativa conferma con molte
imprecazioni 9 ingegnose a principio della Canzone , ma
stiracchiate in appresso per aver voluto troppo aiTastellar»
ne, e conservare in tutte le stanze le medesime rime. An-
che la ripetizione Se 7 dissi per la troppo lunga continua-
zione riesce al fine nojosa.
CANZONE 35.
Ben mi credea passar mio tempo ornai
Si scusa il Petrarca d' esser molesto a Laura involando
ad essa gli sguardi , perchè forse ( checché ne fosse cagio-
ne ) ella non avea caro allora d' essere troppo visitata e
guatata da (ui • I^ stanze tutte finiscono con qualche sen«
tenza o grave o leggiadra ; ma il resto non sempre lor
corrisponde ,
jNella I. basso è il mi fai divenir ladro Del bel lume Ug^
Petrarca VoU L 17
gimdro • - n verso seguente : Senza 7 qual non vivrei in Unti
affanni vuol dire che «enztf quel lume uscirebbe di vita e
d'alfaiini ; ma il sen»o è espresso troppo ambiguamente.
Nella 11. Il Ver»o Se- U man di -pietà mvidia m' ha chùue
per r elisione di pietà e invidia divien durissimo .
Nella IV. 8* attiene alla falsa credenza che allor cor-
reva, che la salamandra viva nel fuoco. > Da tal si vote)
cioè da Amore . - Alt estremo famme cioè mi- riduce alT estre-f
ano 9 frase dettata dalla rima , e da non imitarsi .
Nella V. L un vipe^ ecco ^ J^ odor là sul gran Jiume ri*
pete la favola degli Astemi del fiume Gange, già accennaTt
nel Sonetto fS8.
Nella VI. Con tua forza sì riferisce ad Amore, ma
troppo di lontano , e tanto più frapponendosi mondo , e
pensieri^ e ventura , de' quali insieme eoa Amore soggiogne
•sser la colpa.
Nella chiusa Si dolce è mia sorte , Pianto , sospiri e morts
iDtto si riferisce all' aggettivo dolce ; -ma sarebbe staio assai
li^lioy se questo m^es^e potuto replicarsi.
SONETTO 175.
Mapido Jimma , ekc dk aìpesira vemm,
Bai rodere crede il Petrarca esser derivato il nome del
fiume Bodano sulla cui riva sinistra è posta la città d'Avì^
gnone patria , e sede di Laura . - Dille : il baciar sui 'n vtce
di parole : Lo spirto è pronto , ma la carne è stanca . Difficil«
■lente il baciar del piede poteva esprimere ^esta sentenza,
che pur non dee piacere di veder qi5i trasportata dalle sacre
Carte • - Nel rimanente però il Sonetto è pieno di leggiadria.
SONETTO 174.
/ dold colli ov* io lasciai me stesso
Ne* quadernari è molto intrico non men di pensieri che
di rime . - I ternari camminano aSsai meglio ^spezialmeoie
il primo : nel secondo se mancasse il parte mi diletta , cht
non era punto necessario, T applicizione della stmilitadine
sarebbe più coerente .
\
Ai* P£TRA1I€A. z5^
SONETTO 17SW
Nòm daW Ispano Ikero ulC IsiJm Jiatpp
Questo Sonetto da capo a piedi riesce una cianfhisa*
Uà , eh' io non so se Niàvio p^idre de^li Auguri u' ìnleA*
\asQ il colato • Tassoni •
SONETTO i7€.
Voglia mi sprona , Amor mi guida e scorge
È di molto miglior tempera questo Sonetto che non è
passato. Solo quel millesimct deli* uliijno terzetto .pare
n po' languido • Tassoni •
SONETTO 177.
Beato in sogno y e di languir eontenio
Esprìme il Petrarca in varj modi T inutilità , ed il dan»
o delle sue cure amorose . ^ Il cacciare però con un bue
oppa e 'nfermo e Unto , dubito , dice il Muratori y se sia
na bella immagine | o un' assai nobile forma proverbiale
er nobili poesie . - Grave e lungo affanno si riierisce W
mi anni y e andrebbe posto fra parentesi •
SONETTO 178.
Grazie eh* a pochi 7 CiH Urgo destina
E 7 vago j^pirie ardente • AIlTPVQ disse doli* ardente spirto
ella sua vista intendendo la vivacità d*essa vista. Qui de«
li occhi parla in seguito, onde pare che abbia ad inten^
ersi per vago ardente spirto la vivacità dello spirito stesso
Bsia dell' animo* Ogni dar rompe è lattQ p^r eifpri>nere il
ej9so ; fuori di simil caso per(» il iroiHSo dur oop è da i|do^.
erarsi • - intelletti è posto per sentimenti . - .Co' i sosj>^ 1
0' i di due sillabe è ^màj dioe il Tassoni , novissima . «
la questi Magi ec. Dopo tutti i nomi precedenti posti al
aso retto la corrispoadenza volea che si dicesse Son questi
magi y onde ec«
l6o ANNOTAZIONI
CAN2X)NE 36.
Anzi ire dì creata era alma in parie
Tocca il Petrarca il tempo del suo innamonttaieiilo ^ e
r età sua , e F età di Laura , e la cagione e 'I program
dell' amore « e '1 pericoloso stato in ciie si trova ; e rifol-
Sndosi a Dio lo prega che gliene liberi . É composizioDe
tralciata di groppi filosofici, che per disgnunarla bisogna
mettervisi con Tarco dell' osso. Tassoni.
SONETTO 179.
In nohil sangue vita umile e queta
'Amor t* è in lei con onestate aggiunto • Intendi Amore
infrante come in suo regno , che è la bellezza . Tassoni •-
Per abito adorno può intendersi il portamento, ovvero il
leggiadro adornamento dei corpo per accrescere le bellezze
delùi natura con f arte .
SONETTO iSo.
Tutto 7 dì piango , e poi la notte , quando
Che pietà vwa ec. cioè Laura che vive , e dovrebbe
avere di me pietà , ed essere iJ mio fido soccorso : espres*;
sione però che ha troppo biso;^no di commento •
SONETTO 181.
Già desiai con sì giusta querela
O fessi queir altru* in odio venire^ cioè dicessi venir
Laura in odio altrui . - Or non odio per lei , per me pietate
Cerco : il senso è non cerco odiu per lei , non pietà per
me ; ma la mancanza dei secondo non fa intendere tatto
il contrario .
SONETTO 182.
Tra quantunque leggiadre donne e belle
É concetto comune , ma detto vagamente • Tassoai • «1
Cowu natura ec. si sottintende se natura .
AL FeriURCJk « zBx
SONETTO i83,
/{ camtar movo e 'l pùmger degli augelli
n momiorar de' liquidi cristalli fii riienrir le valli non
■olainente in sai dì, ma anche la notte. - Nella descrìzio*
ne delT aurora durissimo per le aspre eUsioni è il seconda
verso . - Nel terzo e quarto bizzarra descrizione delF apparir
del giorno , dice il Tassoni » è f introdurre 1' Aurora , che
laccia una moresca ballando , e pettinando la barba al suo
babbo ! - I temarj son ben espressi ; e l' iperbole dell' ulti*
rao verso non disdice ad un Poeta innamorato.
SONETTO 184.
Onde tolse Amor Foro e di qual vettm
Questo è veramente Sonetto da paragone, e si può
dire di lui : Che quanto 7 miro più , tanto pia luce • Tassoni . -
Il cuocere adattato nell' ultimo verso anche al ghiaccio è tolto
probabilmente dal penetrabile frigus adurit di Virgilio.
SONETTO i85.
Qual mio destin , qual forza , o qual inganno
M'unge e punge . Punge , dice il Tassoni , cott'-agugUoDa
del timore , unge coli' unguento della speranza . Ma Kr
studiata unione delT unge e punge non può certamente pia-
cere .
SONETTO i86.
Liete e pensose j accompagnate e sole
Questo è un dialogo tra il Poeta, e certe compagne di
Laura trovate senza lei a diporto . Le chiama accompagna-
le, perchè erano molte insieme, e sole, perchè Laura non
era con essoloro • Tassoni • - Dogliose per sua dolce eom^
pagnia , Lo qual ne toglie invidia e gelosim : il senso è dogliose
perchè invidia e gelosia ne toglie sua dolce compagnia;
ma le parole sembrano dire 1* opposto • • Chi pon freno agli
amanti a dà lor Ugge ? sono parole del Poeta . - Nessut^
all' alma ; con quel che Segue , è risposta delle Donne •
SOh-ETTO i«7.
Qamndo'l Sci hagmm in mar t murato corra'
Imfiarrmre , cioè Incapami re un* angoscion notte è tln^
-^gante e«pre«sioDe, a ciit vedesi che il Petrarca è itata
«ondolfo a forza dalla rima, come pure ti ^«rro. Lo steMO
imo dirai àti m' orde # irastulta •
SONETTO i«8.
S una feée amorosa , u» cor uom JlmMia
E Sonetto di quelli che con mi verso solo legano molte
cose per natura disgiunte: ma non arriva però alla bontà
d* alcuni altri simili trascorsi più sopra •
SONETTO iSs*
Dodici donne onestamente lasse
Queste sono le dodici Dame della Corte d'Amore, e
tredici con Laura , che fiorirfino a quel tempo in Avigno-
ne, e delle quali Giovanni di No.Mradama nelle vite de' Poeti
Provenzali lasciò memoria . l'^go di San Clemente , ed il
IMonaco doli* Isole d' oro scrìssero che questa era un' adu-
nanza delle più belle e sagge Donne di quella città , che
Recidevano tutte le quistioni amorose che tra cavalieri ed
•manti alla giornata nascevano • Tassoni . - Vidi in una
barchetta sul Rodano o sulla Durenza . - Bello neJi' ultimo
terzetto è l'epifonema'. Felice Auiumedoa ec,
SONETTO f^o.
Passer mai solitario in alcun tetto
TI sonno è veramentr^ guai uom dice , Parente delia morte
è affatto prosaico . - 8i lagna poi il Petrarca del sonno,
rchè gli toglie lì pensar a Laura, il che solo, dice egli,
tiene m vita .
SONETTO 19 1.
Aura y che quelle chiome bionde e crespe
Se* mossa da loro : basso • - Tu stai negli occhi i non poteva
Ah FEfTOàlMCA. -263
r aura «l lampo medesimo itar negli «echi « mover le
chiome • - L* amorose vespe son poste per la rima •
SONETTO 191.
Amor con la man destra il lato manco
Sbrana immagine il veder Amore aprir al Poeta il Ij|Co
manco, e piantargli un lauro iu meazo al core! A questa
stranezza pur corrisponde il vomer di penna con tutto il
resto .
SONETTO 193.
Cantai y or piango j e non men di doUezza
È Sonetto nobile e vagamente spiegato, dove il Pe-
trarca mostra che né :aOaoni , né tormenti 9 né orgoglio ^
né sdegni di Laura potranno mai fare eh' ei lasci d'amarla
e di stimarsi felice i^eU' amor di lei . Tassoni •
SONETTO 194.
r piansi , or canto ; che *l celeste lume
Opposto al precedente é il presente Sonetto; ma di tem-
pera assai inferiore. - Comincia da un'anfibologia per cui
sembra che il celeste lume scopra il Sole, qnaiKio l'iateii*
dimento del Petrarca é tatto al contrario ^ cioè cheil^Soli^^
ossia Laura , scopre agli occhi di lui il suo lume ce]e|to
col farsi vedere . - Stranamente gigantesco é poi l' imma-
ginare il fiume dellQ propi:ie lagrime A profondo e di si
larga vena , che scampar noi potesser da quello non pur
ponte, o guado, o remi, o vela, ma nemmen ale né piu-
me . - Non lauro o palma , ma tranquilla oliva Pietà mi manda
esprime che Laura non s'era data per vinta 9 ma -solamente
placata •
SONETTO 195.
J* mi vivea di mi€ eorte content0 - *•
' . .■,.'."
Per gli occhi di Laura gravemente ammalati, è questo
Sonetto. - Mille piacer non vaglion un tormento è verso am*
biguo, potendo significare mille piaceri d'altro amaiito
non compensano un suo tormento , o mille piaceri di lui
non u^agliano in pregio un toraiento mio . " ly un vivo
fonie l'ini podcr $ accoglie ^ ciùò Ogni X)Gler'ì vi»?no da Dio, ♦-
Pàt' édiri ÉÈtXt vldmò reno intende»! la KaUnrn -cotas enfi
•econda •
SONETTO 1^6.
Vincitore Alessandro V ira vinse
Il fenso del primo verso è : L* ira vinse Alessandro vin^
^tore; ma l'espressione è anfibologica.- Il secondo v*:rso
è basso'. - L intagliar soli dovrebe dirsi non t intagliar uh-
lo j che mostra aver questi scultori intagliato lui solo, il
che è fialso . - Valentiniano I. s' inviperì di sorte , dice Zosi-
mo 9 centra gli ambasciadori de' <^uadi suoi nemici , che
gli creparono le vene nel petto, e vomitando sangue si
morì . - Ajace in molti , e pò* in se scesso forte , cioè contro
molti f e poi contro se slesso • - L' ultimo ternario è Ja
miglior parte di questo Sonetto assai prosaico nel resto;
se non che basso è parimente qnel suo possessore nel penai-
timo verso.
SONETTO 197.
Qual ventura mi fu ^ quando dalT uno
Mirando Laara inferma dell' occhio destro venne al
Petrarca quel male medesimo , e Laura ne restò senza . Ciò
egli si ascrive a ventura . Ma V espressione IV duo i più
hegli occhi che mai furo-, il far l'occhio suo infermo e bruno;
il solver il digiuno di veder lei ; e l' assomigliare il male cbe
passa da un occhio all' altro, ad una stella che'n ciel vote;
non sou cose certamente da commendarsi .
SONETTO 198.
O Cameretta , c/te già fosti un porto
Di che dogliose urne ec. Strana idea è il dipingere Amo-
re che colle mani di Laura si serve degli occhi del Poeta
come di due urne per bagnare il letto . - Nel primo ter^
zetto dice: Né pur^ cioè né solo, il mio secreto^ e 7 mio ri-
poso fuggo , quando non avea detto innanzi di fuggire uà
r uno né l' altro. - Segue ma più me stesso e 7 mio pensiero y
che non si sa quale sia , né perchè egli seguendolo si levi
a volo.
SONETTO 199.
Lasso ! Amor mi trasporta ov* io non voglio
Lagnasi cha Amore il trasporti suo malgrado a veJer
AL PETirAKOl» 26S
Ltnra per darò a lei noja , a aè tormenlo^ « ciò dipingo
sotto r allegoria d'una barca assai felicemente.
SONETTO aoo.
'Amor , io fallo , e veggio il mio fallire
Prega Amore a scusarlo presso di Laura, se non pud
tenersi dal cercare di rivederla j e con molto ingegno esp<^
ne queste sue scuse •
CANZONE 37.
Non ha tanti animali il mar fra^' onde
Fuor della prima stanza tutto il resto è componimenlé
forcato e meschino ^ come la più parte degli altri di questo
genere •
SONETTO 20I,
Real natura^ angelico intelletto
Dicono che fosse uno de' Conti d'Angiò , il quale in
una festa che si celebrava a siui istanza 9 essendo adunate
molte signore e donne principali per onorarlo come iore-
'stiere, fece Tatto qui dal Petrarca descritto. Altri dicono
che fosse il Re Boberto . Tassoni. -«forano parve quest'atto
al Petrarca , perchè avvezzo all' Italia , ove non si praticii;
seb^en tale non dovesse par^e a' Francesi .
CANZONE 38.
Là ver V aurora y che sì dolce Vaura
Oltre a* soliti difetti v* ha qui pure il giuoco di Vaura
••on Laura •
SONETTO ao2.
r ho pregato Amor , e nel riprego
Sonetto che preso nel genere epistolare ha il suo me^
rito . - Sego per seguo però è arditezza > dice il Tassoni 9
da non ipoàtare .
a66 . ÀNlf OTAZIOIfl
SOWSTTO %6Ò.
UmUo Sigmor-j dùuauU a ad non 9aU
Poeticameiite 'esprime come li pietà per !■ malattia di
Laura accrescesse io lui Y amore • - Si noti nasconder per
nascoDdersi , che però non è nsato da altri* - Che*l dolor
distilla Per gli occhi miei del vostro staio rio yclendo dire :
Che il dolore del vostro stato rio distilla per fU occhi mieii
è costruzione contorta •
^iSONÉTTO 204,
iiira quel colle y o stanco mio cor vago
n dire al cuore che tomi a Laura , poi riprender st
stesso di non accorgersi eh' esso è rimasto **con lei , ha
della novità . Ma il secondo verso è durissimo » e V Or u
del primo terzetto rimane isolato.
SONETTO ao5.
Fresco ^ owkhroso , fioiitOj e verde colle
Seguita coir immaginazione che il suo cuore si stia
con Laura , e fa che ad essa di lui favelli . - Ella sei ridi
per se la ride, ose ne ride , è maniera non troppo usata.*
E non è pari il giaco è aggiunto ozioso^ «e intende fra
Laura e lui , perchè è troppo chiaro che non può essere
pari il gioco tra chi piange e chi ride ; e aggiunto poi chs
rimane in secco , perchè si salta subito di nuovo al colle»
SONETTO 206.
Il mal mi preme e mi spaventa il peggio
Sonetto di risposta ad uno di Giovanni dc*Dondi, che
gli chiedea quello che avesse a fare nelle agitazioni del
suo stato amoroso •
SONETTO 107,
Due rose fresche e colte in paradiso
Dicono che il Re Roberto in un giardino d'Avignone,
colte due rose y le diede ridendo a Laura ed al Petrarca
AL PETRABCl . i^T
che gli stavano appresso. Muratori. - L'aUr^jer nascendo
il dì primo di nutggio , cioè sul mattino del d) prìnio di
maggio. - L* amante antiquo e saggio è il Be Roberto, t ifvo
minori Laura e il Poeta. - Chi l'uno e l'altro f^ cangiare im
viso fu il bel dono ; ma più chiaro sarebbe stato il senso j
dicendo fer riferito alle rose •
«
SONETTO ao8.
Inaura che*l verde Lauro j e t aureo arine
Scherza al solito il primo verso sul nome di Laura. ->
Per visie debbonsi intendere qui le varie vedute o i var|
aspetti dei lauro e del crine , che l' aura presenta . - 11
«alto dair aura alia rosa, che poscia diventa oole, a ragio-
ne è ripreso dai Tassoni e dal Muratori. - La preghiem
però è piena d' affetto •
SONETTO 209.
Parrà forse ad alcun , che *n lodar quella
Dirittamente condotto è il Sonetto. Ma troppo senton
di prosa Farrà forse ad alcun ; facendo lèi; A me pare il con^
Irario ; E chi noi crede venga egli a vedella i Non -per élezioéf
tua per destino m
SONETTO -a IO.
Chi vuol veder quantunque può natura
E uno dei più belli , e fra i più belli ha pochi pari.
Tratta di nuovo l'argomento di sopra , e il tratta con esttO|
ed immagini) e pensieri tutti mirabili . Muratori.
SONETTO aii.
Q^al paura ho , quando mi toma a mente
U Petrarca avea lasciato Lactra in uno stato che gli
dava a temere della salute e della vita di lei, e questo
timore veniva accresciuto da tristi sogni . - Spiace al Mu-
ratori il sì iolentier^ perchè volentieii non si pensa a cosa
che dà timore e tormento ; ma il Petrarca non poteva la-
sciare di pensar volentieri a tutto ciò che riferivasi a Laura •
Jl68 ÀNNOTAZIONf,
SONETTO ai2.
Soha lontana in sonno consolarne
Continua il Petrarca ne* suoi tristi presagi 9 e F appari-
Bione di Laura in sogno gli accresce i timori . - Troppo
circondotto ne' due ultimi versi del secondo quadernario è
il senso di udir cose che acquistan fede ^ e lo privan di gioia,
€ di speranza •
SONETTO ai3.
O misera ed orribil visione \
Doveva il Petrarca aver sognato che Laura fosse mor-
ta • - Con molto affetto espone egli questo suo timore ; ma
basso è queir in speranze buone • Nel rimanente io non trovo
il Sonetto cosi snervato , come parve al Tassoni •
SONETTO 2 14,
In duhhio di mio stato or piango 9 or canto
Or fla giammai ec. Miol dire secondo il Tassoni: Sari
giammai che '1 bel viso di Laura a quest' occhi miei quelle
luci e que' raggi riconceda , che da prima soleva conceder
loro ? Lasso ! io non so quello che di me stesso i* mi cre-
da ; e se quel bel volto concederà loro questa grazia , op-
pure a sempiterno pianto condanneralli , volandosene al
cielo suo albergo , senza curarsi di ciò che succeda in
terra di loro de' quali egli è 5oIe , e non veggiono altri
che lui . - Non può negarsi però che tutto questo è detto
dal Petrarca assai oscuramente .
SONETTO ai 5.
dolci sguardi, o parolette accorte
Io ammiro questo Sonetto per la maniera chiara , no*
rJbile, e dolce, con che è spiegato . Tassoni. Or fa cavalli^
or navi^ cioè fa nascere occasioni che per terra o per ma-
M9 io m* allontani .
SONETTO 21S.
i' pur ascolto , e non odo novella
PwèiéUa è stato preso da alcuni in senso di punge a
AL PETRARCA* 26g
fwimecchia , e in questo senso correrebbe assai raeglio cha
nel senso proprio di sostenere; perciocché il timore certa-
mente non sostiene . - Anzi un sole è una giunta aiia der^
rata , e mal figura al principio del terzetto .
SONETTO 217. .
La sera desiar ^ odiar t aurora
L' un sole e F altro eh' aprono quasi duo levanti è fi-
gura che molto debb' esser piaciuta a* ^»ecentisti ; né meno
gradevole debb* essere stato loro il modo , con cui il Pe-
trarca nel primo terzetto esprìme il principio del suo in^
namoramento •
SONETTO li».
Far pot&ss' io vendetta di colei
Non appare dal Sonetto qual vendetta il Petrarca desi«
deri • - 11 qiMsi fero leon nigge sembra posto per la rima
più che per altro. - Se avverato si fosse ciò che dice il
Petrarca nel primo ternario, cioè che l'alma si fòsse da
lui partita , e' non avrebbe scritto questo Sonetto . - Nel
secondo ternario strana immagine è quest' anima che non
sol parla a Laura , e piange , ma ancor l' abbraccia •
SONETTO 219.
In quel Bel viso eh' C sospiro e bramo
E Sonetto fatto ( crede il Tassoni) in occasione che
Laura avendo colto il Petrarca sovra pensier in astratto ^
che la mirava 9 gli avea con una mano impedita la vista i
e dice che Amore fu quegli che porse la mano, per l'atto
amoroso con che fu porta da Laura • - 11 secondo quader«
narto è ravviluppato, e il Tassoni così cerca di ordinarlo:
Il cuore come pesce alT amo , o come nuovo augello in
ramo al visco preso ivi , onde si viene a ben Are per vivo
esempio , cioè in mirar quel volto , non rivolse gii occu«
pati sensi e ccmfusì, a conoscere il vero, e che quella
mano m'era stata messa dinanzi agii occhi, quasi a dirmi ,
che pensi? e per destarmi dalla stordigione amorosa. - Le
due similitudini son qui appiccate per la rima in amo • «
La vista si facea far via , significa cercava di devi«ire 1' op-
posizione della mano . Senza la quale ( via ) il suo bene à
imperfetto j percliè non potea mirar il volto suo oggetto pri-
ayO. AMNOTiZIONI
nflrio • - V atmm ira C una t V altra glaria mim ^ T
mirar il viso f t altra la maup •
SONETTO
VU^e faville asciai^ de' duo bei lami
jk confuso, -ma questo è il concetto: Vive f^vflle nsci-
vano di duo bei lami y verso di rtie folgorando sì dolce-
ménte , e fiami sì soavi d' alta eloquenza uscivano ' d* un
cor Stf^io ( cioè da quello di Laura ) il quale in parte
sospirava , che il rimembrarlo solamente pare che mi eoa"
aumi f qualor ec Tassoni •
SONETTO ia#.
CttaUó ho sempre soUieria vUm
II Tassoni lo tien p€r Sonetto di risposta , ancorcbè
moa si sappia a chi • in tal caso sarebbe perdonabile l'ciaca*
tit4 de terzetti , de' quali il senso a noi arcano 9 lorsa cn
palese alla persona cui il bonetto fu indirìzauito •
SONETTO 121.
la tale stella duo begli occhi vidi
In tale stella significa qui in tal punto di costellazione ,
in tal tempo. - Non si pu*eggi a lei ^ ii riferisce a Laura;
ma si vorrebbe eh' ei i' avesse prima nominata • - /a qwiiche
etade y in t/ualch" strani lidi seCoaJo il sensO par che signi-
fichi nun in qualcuna etade ec. , ma in qual che siasi. In que-
llo senso però il qualche non trovasi usato da altri ^ coma
di rado nel senso pi oprio trovasi al plurale •
SONETTO ia3,
Qual donna attende a gloriosa fama
Qaal è per qualunque • - Scherza il Tassoni sulle tante
cose che § impjrjntj da quegli occhi ; ma gii stessi con-
cetti aveva già il Petrarca espressi in Unti altri luoghi ^
che non detono qui parer nuovi né strani.
Àt PETRAKCAv . a.7JL
SONETTO 114»
Cara ìa pila , e dopo lei wU pan
'è. dialogo che tratta deir eccelleim delT oneitè , ad
è agerol con , che fo^ie. ra^onamento avvenoto Ira Laiim |
e qualche altra donna attempata • TataqDi.. - Giudica il Ca*
ateivetro che nell'ultimo terzetto sten parole del Petrarca
che innalzi Laura sovii^ tutti i FilosoS ; ma il Tassoni tiena
che sia conclusione del parlar di l^ura , la qual dica , cha
possono i Filosofi disputare in contcario , a dir ciò che ve
gliono , perchè le vie , cioè le opinioni loro tutte caderanno
a terra , e questa sola , che l' anettà sT abbia da preferire
alla vita, s'alzerti a volo, e resterà di sopra • - La via
però che s* alza a. volo è certamente nefafaca da non ap«
provarsi • .
SONETTO »a5. .. , , . . .
Arhor vittoriosa e trioafale
V arbore della prima quartina col salto che ff fa da
«ssa alla donna nella seconda , rimane in isola : aspro è
pure nel terzo verso l' incóntro dei dì dogliosi . - Nella se-
conda quartina 1' esattezza avrebbe voluto che non temi ec«
e cantra 'l cui senno non vale inganno altrui •
CANZONE 39.
T PO pensando ^ e nel pensier m' assale
Questa nobilissima Canzone , dice il Tassoni , merita
d'esser tenuta per esempio ed idea da chi compone in si-«
mil materia • - £ il Muratori ag^unge ; Gravissima Can*
zone , piena di nobili sentimenti ^ e d* un bel raziocinio , e
che egregiamente rappresenta l' intemo combattimento dei
pensieri del Poeta • - 11 primo pensiero lo consiglia ad ab-
bandonar le cure amorose , e volgersi a Dio • ' 11 secondo
gli presenta la fama eh' egli s'acquista scriviendo di Laura.
6' unisce per terzo V amore verso di lei , dal quale il Pa«-
trarca non sa liberarsi . Il contrasto di questi pensieri eà
affetti il tien agitato e sospeso per modo eh egli conchiuda
E veggio 7 meglio ^ ed al peggior ai appiglio •
1tJ2 ANNOTAZIOM
SONETTO aaC.
Aspro core e sdvaggio , e cruda voglÌA
Nel fecondo quartetto il concetto Ben, ho di mia wentM'
ra ec. par intnifo per terminare i quattro versi» uè abba<<
stanza con esso kig^o i terzetti •
SONETTO 227.
'4%iior mio caro , ogni petuier mi iira
£ Sonetto in risposta ad ono di Sennoecto , in coi scri-
veva al Petrarca che H Cardinal Giovanni Colonna brama-
va òk .rivederlo • - La metafora del portare in seno molt anoi
nn lauro ed una colonna senza discingerrì , 19 non f ho t
dice il Xaiaoni ^ per la più giojante del mondò •
PETRARCA Voi. I.
ERROia
CORREZIONI
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